2010
16
Feb

Lo spaccalegna

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Nell'aria riecheggiano i secchi colpi dell'accetta, che spacca con facilità dei tronchetti di quercia.

Da una parte, ben ordinata, una catasta alta poco più di un metro, che forma una montagnola; dall'altra un ammasso di pezzi buttati là, dopo che il colpo di scure l'ha divisi in due.

Sul dorso nudo di Ben gocce di sudore scorrono percorrendo la sagoma ben delineata di addome, pettorali, braccia e fianchi, tutti muscolosi e perfettamente scolpiti.

Sulla pelle, arrossata dal sole, si appiccicano frammenti minuscoli di scaglie di legno che la forza dei colpi sparge nell'aria e che il sudore trattiene sul corpo.

“Ancora uno...” dice mentre aspira una breve ma vigorosa boccata d'aria, portando lo strumento sopra il capo e facendo gonfiare per lo sforzo i muscoli delle braccia “...e poi sono da te.”

Il colpo cade perfetto spaccando in due l'ennesimo ciocco e facendo infilzare la lama nel grosso ceppo che fa da piano di lavoro. Quest'ultima azione l'accompagna buttando fuori d'un solo fiato tutta l'aria immagazzinata nel preparare lo spacco.

“Wow! Per adesso direi che basta così. Pausa...” si volta verso una baracca dall'aspetto assai fragile “...ed un po’ di distrazione. Dopotutto credo di meritarmela.”

Piantata su come per caso e retta da assi di legno; tappezzata qua e là con dei fogli di compensato, con lamiere arrugginite e con delle scolorite tovaglie di plastica e dei tappetini di gomma nera a far da tendaggi a due buchi, squadrati, posti uno a destra di una rete inchiodata su quattro assi a formare una sgangheratissima porta; ed uno sul lato che da a Sud, su un laghetto distante un centinaio di metri. Quella catapecchia dava l'idea di stare in piedi con la stessa fragilità con la quale sta su un castello di carte da gioco. 

Dalla porta a rete, spalancata e appoggiata sulla facciata esterna, si vede all'interno un tavolo di legno grezzo con sopra un cumulo di svariate parti, il più delle quali arrugginite, di auto ed altre cianfrusaglie.

Ma l'attenzione di Ben non era di certo rivolta a quell'ammasso di ferraglie, ne a dei sacchi gonfi di chissà cosa e chiusi da cordicelle annodate ed ammassati a terra, in un angolo; ne tantomeno dalla parete sulla quale fanno mostra, inchiodati, una serie di tenaglie, cesoie, pinze, martelli ed altri attrezzi da meccanico. Bensì alla donna appoggiata su un grosso copertone, buttato in un angolo sullo spiazzo, davanti l'entrata della baracca.

Una donna molto magra, a giudicare dalle sottili braccia e dalle gambe che ciondolano fuori dal ciambellone nero sulla quale sta distesa. Una leggera e lisa veste color paglia, sbiadita dalla polvere e dall'usura, le copre giusto il busto e poco sotto le cosce mostrando una carnagione bianca chiazzata da rossori sparsi, dovuti tanto al sole quanto alle punture degli insetti.

Il volto, chinato in avanti, è coperto da lunghe ciocche di capelli arruffati, biondo scuri alla base ma che si schiariscono man mano che si allungano verso le punte.

Sembra addormentata ma di continuo fa ruotare due dita della mano destra attorno al collo di una bottiglia vuota, facendola girare su stessa come una lancetta impazzita.

“Su, dai”, la invita Ben allungandole un braccio, “fai mettere me.”

La donna pare non avere affatto sentito rimanendo a capo chino e continuando a giocherellare col collo della bottiglia. Il braccio dell'uomo si allunga fino al far giungere, sul capo di lei, le dita che danno un leggero tocco sulla testa. Su una chioma che mostra riflessi dorati per un raggio di Sole che filtra tra le lamiere della tettoia che spuntano molto oltre le pareti, facendo un po’ di ombra allo spazio fuori la baracca. La alza a malavoglia stringendo gli occhi e allungando le labbra nella tipica espressione di chi viene abbagliato. Porta una mano a difesa degli occhi tenendo il palmo verso la luce e mugolando tra lo stordito e lo scocciato.

“Mmm... che vuoi...uffa”.

“Dai che lo sai... cosa voglio”. Mentre la tira su con uno strattone leggermente più deciso ma al tempo stesso, delicatamente, ne sorregge i movimenti incerti. Fino ad averla tra le braccia.

Il suo abbraccio serve a mantenere in piedi la donna vistosamente disorientata e squilibrata dall'aver cambiato, forse troppo in fretta, posizione e stordita dai fumi di una sbronza colossale - a giudicare dalle bottiglie vuote sparse per terra.

Quando l'uomo è sicuro che lei si sia stabilizzata, dopo aver barcollato un po’, la lascia e si siede sul copertone. Si guarda per un attimo intorno, a terra. Afferra una bottiglia dopo averne osservate diverse sperando di notare, sul fondo, un colorito scuro a segnalare la presenza di un po’ di liquido.

“Cazzo Jane, le hai scolate fino all'ultima goccia.” Commenta deluso mentre scuote la bottiglia, dopo averla tenuta qualche secondo piegata a pochi centimetri dalla bocca. Aperta, sotto, ad aspettare inutilmente di farvi confluire del whisky.

Sconsolato la lancia fiaccamente dietro le spalle e dopo un lungo sospiro, ad occhi chiusi e reclinando il capo, invita la donna, facendole segno con la mano, ad avvicinarsi.

Jane resta all'inpiedi, seppur traballante sulle gambe, parendo prossima a crollare a terra. Con il peso del corpo poggiato interamente su una gamba. Il dorso della mano sinistra piantata sul fianco mentre, ancora intontita e strizzando gli occhi non ancora ambientatisi alla luce, si mordicchia le unghia fissando, con espressione assente, un punto insignificante tra le lamiere.

“Ehi.”  La richiama Ben più deciso, dopo aver provato a smuoverla da quell'apatia con bisbigli e brevi fischiettii. E quando lei, finalmente, gli volge lo sguardo lui riprende il gesto della mano aperta che la invita a venirgli vicino. Un gesto che lentamente tramuta indicandole, con l'indice ed il medio attaccati, una nuova direzione: il gonfiore tra le sue gambe, divaricate ed allungate sopra la gomma logorata del vecchio copertone.

Lei, nonostante sia visibilmente ancora sotto gli effetti della sbronza, capisce al volo e con una specie di sbuffo mostra dapprima la sorpresa, poi un leggero fastidio seguito però, subito, da una smorfia di sorriso.

“Ouh... Ben... ho la testa che mi scoppia...” mentre si porta la mano sulla tempia destra, massaggiandosela.

“Oh, poverina. Vieni... vieni qui, che te lo faccio passare io il mal di testa...”

L'inerzia e la sciatteria del suo muoversi le danno un'aria a suo modo... attraente. Ben si eccita nel vederla avvicinarsi con quell'andatura.

Trascinando stancamente le piante dei piedi arriva a lui che, a braccia tese, l'attende gesticolando con le mani, come a guidarla, dolcemente, nel suo abbraccio. Lei si inginocchia e lui prima le accarezza la testa lisciandole la chioma fino all'estremità, poi le poggia le mani alle tempie, infilando le dita tra i capelli e, coi pollici preme e massaggia tracciando dei cerchiolini immaginari sulla sua pelle pallida.

“Mmm... sì... così va meglio...” ad occhi chiusi e col volto che prende un accenno di distensione.

Continua a massaggiare. E lei a gradire. Lo testimoniano i mugolii di piacere che le fuoriescono dalle labbra socchiuse.

“Sì. Oh, così...”

Il benefico lavorio continua per alcuni lunghi secondi, poi una mano si libera dall'intrico di capelli che avvolgevano le dita e si porta sulla fibbia argentata della cinghia. Con la stessa lentezza con cui massaggiava se la sfila ed abbassa la zip. Il bianco gonfiore degli slip fuoriesce dal tessuto di jeans e dopo un paio di secondi si erge la figura di un sesso dall'aspetto massiccio ed arcuato; non ancora esploso nel pieno del suo vigore. Un vigore, a giudicare dalla circonferenza della parte vicina alla base e dalle muscolatura che lo formano, che "promette" di essere davvero eccezionale.

La mano che massaggiava la tempia si sposta, in una carezza, fin dietro la nuca, le dita affondano ancor di più nei capelli disordinati.

Ben gliela inizia a spingere verso il basso, lentamente. La distanza che separava Jean dal ventre dell'uomo si annulla in pochi secondi. Quando le arriva l'odore e le sue labbra iniziano a sfiorare la cappella rossa e pulsante di quel sesso, ora sì in erezione, ai primi mugolii dovuti al piacere del massaggio alla testa si mescolano quelli, accompagnati da qualche appena accennata risatina maliziosa, dovuti al pregustare il "boccone" che si lascerà entrare in bocca.

Non spalancandola in una volta, ma tenendo le labbra debolmente chiuse e lasciando che sia la forza di quel pene muscoloso - e lo spingere della mano sulla nuca - ad aprirgliela.

Una volta dentro, seppur a metà, ed inumidita dalla saliva, la verga scompare insieme al volto della donna, coperti dalla sua folta e disordinata capigliatura.

Eloquente però, circa la riuscita dell'atto, sono il movimento ritmato della sua chioma  ed il sorriso di piacere - intorno al quale fa da cornice un'espressione di soddisfazione - e delle accennate smorfie di un leggero dolore di Ben che, sospirando, reclina il capo lasciandolo sospeso, senza un appoggio.

Nella placida e sonnecchiosa inerzia mattutina dello spiazzo che precede la boscaglia, i gemiti del loro piacere si inseriscono tra i versi della Natura.

 
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