2007
22
Gen

L'Altrove

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Dedicato a M.- Arrivederci.

L’altro giorno pensavo che mi piacerebbe rivedere gli uccelli. Quelli piccoli, dal manto morbido e arruffato. Bianchi e grigi, a volte con qualche venatura nera o rossa. Ti guardano con quegli occhi vispi e luminosi che puoi quasi sentirne i pensieri. Sono pupille parlanti.
Abbiamo molte cose in comune, io e gli uccellini. Peccato non riuscire a volare via, adesso. O forse posso?
Il tempo è un fenomeno strano. Ci sono certe giornate che ti viene voglia di urlare dalla gioia. Il cielo è così azzurro da sembrare artificiale, le nuvole sono fiocchi candidi che lo attraversano sorridendo, l’aria fischietta una melodia dolce e il sole banchetta distribuendo cibo e bevande. Certe volte si rasenta la perfezione.
Altre no . Quando tutto è incolore, il freddo pungente indurisce ogni cellula e non c’è calore, da nessuna parte. Allora gli alberi si piegano sotto le folate e le gocce insistenti che arrivano ovunque. E tu non puoi farci niente, vorresti convincerli a smettere, scacciare la malinconia e il grigio… ma non puoi. Deve andare così, almeno per un po’.
Se potessi essere un uccellino curioserei ovunque, infilerei la testa in ogni fessura. E mi guarderei le spalle. Anche durante il sonno. Ora che ci penso, in effetti, l’ho fatto lo stesso, pur essendo umano. Poco importa. Se fossi uccellino sarei autorizzato perfino a beccare i tipi sospetti. I loschi, quelli che già dalla mimica facciale capisci che cercano il sangue. Anzi, beccherei tutti, così sarei sicuro di non lasciare nulla al caso.
Difendersi è importante, molto più di quanto pensiamo. Ma è difficile. Capire quando e come, intendo. Una volta esistevano i buoni e i cattivi, e lì la questione si risolveva da sola. Ma adesso si sono mischiati, hanno generato figli mescolando le razze… si insidiano repentinamente su chiunque e in qualsiasi momento. Anche su di te. Non ci credi? Vedrai.
C’è un piccolo raggio di sole che arriva all’altezza del comodino. Carino. E’come una sagoma tridimensionale, un ologramma che parte dal legno e attraversa la finestra chiusa. Su, sempre più su, fino al cielo e oltre. L’Oltre mi aspetta, lo so. E’solo che non mi so decidere. Lo guardo, mi volto, lo cerco, scappo e alla fine lo sbircio. Ma resto qui. Sdraiato. A pensare. Che è l’unica cosa che nessuno mi può togliere. I pensieri sono solo miei, li tengo stretti al petto e li cullo, di notte canto a bassa voce per loro e li nutro continuamente. Forse vorrebbero uscire, lo so. Ma non è possibile. Non più.
C’ è una sagoma che sbircia dallo stipite della porta. Dai, ti ho visto… non avere paura. Sono qui. E’ un tronco appena abbozzato, senza contorni precisi ma ne sento il respiro. E l’odore della tristezza. La vedo muoversi, la sagoma, come quando si sposta il peso del corpo da una gamba all’altra perché non si riesce a rimanere fermi. Curioso come, in certe situazioni, il corpo ha un linguaggio istintivo più genuino della parole. Mi basta osservarli per capire cosa succede o cosa provano. Gli occhi, le labbra e le mani sono i miei interlocutori. Perché dovrei affidarmi alle parole che sanno mentire, quando ho altri amici sinceri.? D’accordo vai… non preoccuparti, qui và tutto bene. Però torna dopo, magari solo un attimo. Mi piacerebbe poterti salutare.
Ho voglia di chiudere gli occhi. Il buio non fa paura, è tranquillo. Rassicurante. Non c’è nessun altro, ma non mi sento solo. Perché dovrei? Non lo sono anche quando ho gli occhi aperti? La solitudine è uno stato mentale. Nient’altro. Abbiamo bisogno di credere che chi ci sta intorno ci sarà anche di aiuto. Dobbiamo convincerci che gli altri, pur respirando autonomamente, saranno al nostro fianco al bisogno. E sapranno sorreggerci, consolarci, suggerirci, sostituirci. Ma poi? Illusi romantici.
Nel buio io sono io. Non importa altro. Sento tutto ma non fa male, come potrebbe? L’oscurità mi coccola discreta, non mi mentirebbe proprio adesso. Forse potrei ribellarmi, scalciare come un cavallo terrorizzato e urlare così forte da far tremare i vetri. Ma poi? Adesso sto bene e mi basta. Prima era molto peggio.
Sei tu, Oltre? Devo venire? Non far decidere a me, per favore, non ne sarei capace.
Mi lascio fluire.
Mi sto muovendo.
Ora lo so.

 
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:: Barbara Gozzi
Barbara Gozzi è nata a Modena nel 1978. Attualmente vive in provincia di Bologna con il marito e il figlio nato nel 2005.
La prima parte del suo romanzo d'esordio è stata pubblicata nel novembre 2006, 'Progetto Butterfly', mentre il seguito uscirà nel 2007. Alcuni racconti sono stati pubblicati in Antologie cartacee mentre molti altri sono reperibili on line su blog e siti di scrittori.
Ha partecipato a varie iniziative letterarie (Carnevale tra le righe, Scrivi con lo Scrittore di Ettore Bianciardi, Fili di parole, Raccontami una storia, Aperitivo letterario di Concorezzo).
Partecipante a Concepts Moda (Arpanet) con il racconto lungo 'Click Jeans'. Finalista del concorso Ducas (Nicola Pesce Editore) ha pubblicato nell'Aprile 2007 il testo 'La casa della nonna'.
Collabora con il blog 'Caffè storico letterario' con una rubrica ('Contorsioni') che apparirà anche sull' E-magazine 'Historica'.
Dal suo blog (www.progettobutterfly.splinder.com) è possibile rintracciare esperimenti, frammenti, racconti e progetti.
Ha letto estratti di testi in una piccola radio locale, fotografa e prosegue il suo apprendistato in scrittura.
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