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2012
17
Ott

I Figli di Baal. La guida rossa

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Francesca Costantino
 
I Figli di Baal. La guida rossa

 

 
Collana Electi Fantasy
Roma, Armando Curcio Editore, novembre 2012
pp. 352, 21x24cm
 
 
«Francesca è degna epigona di Tolkien e Lewis. Leggetela, vi trasporterà in un modo in cui la fantasia è più credibile della realtà».
Mariano Sabatini
Giornalista e scrittore
 
«Un viaggio nel tempo e nello spazio, un racconto epico in cui l’autrice coniuga passato e presente con intelligenza e raffinatezza. Nulla è lasciato al caso: una trilogia imperdibile che descrive un mondo quasi possibile».
Flaminia Savelli
Giornalista «La Repubblica»
 
 
 
In libreria da novembre 2012

Il Libro
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Cancellate quanto sapete della storia del pianeta: I Figli di Baal. La guida rossa inaugura la Nuova Era del genere umano.
Ispirato ai giochi cult D&D degli anni ’90, Diablo e Baldur’s Gate, questo urban fantasy si dipana tra Aurigard, la Città d’Oro, e New York poco prima dell’11 settembre. Jason, Sean e Victoria (un negromante, un guerriero bardo e una maga nera) sono condannati a cercarsi tra le ere e le dimensioni, pur essendo una cosa sola. Essi infatti incarnano i tre “aspetti” del dio Baal, un’entità originaria di Venere e parte della Stirpe divina atlantidea. Il demone Mephisto, reietto dalla Stirpe, renderà gli esseri umani schiavi di una setta, impedendo ai protagonisti di riunirsi nell’avatar di Baal, l’unico che può distruggerlo.
Amore, magia, musica rock ed esoterismo fanno da sfondo alle vicende umane, in una lotta fratricida che rivoluzionerà il modo di pensare di ognuno di noi.
 
 
Include gioco: A caccia di canzoni
 
Nel testo ci sono diversi rimandi a brani rock: chi li riconoscerà, inviando un messaggio a: info@raccontifantasy.com, riceverà dei link a YouTube e news sulla trilogia I Figli di Baal.
 
 
 
L’Autrice
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Francesca Costantino, giovane giornalista, scrittrice e blogger (www.raccontifantasy.com), è redattrice di riviste di moda ed editor per case editrici nazionali. Studiosa di New Age e teosofia, è insegnante cintura nera di Kung fu Tao Lung e meta-coordinatrice di Ipnosi e PNL (Programmazione neurolinguistica), per la società di coaching professionale Hypromaster. È inoltre finalista del concorso Il miglior racconto fantastico del XVIII Trofeo Rill, con il racconto Il giocatore di scacchi. Fan dei giochi di ruolo D&D e di musica anni ’80-’90, ha inserito molti riferimenti a canzoni famose nei suoi libri.
 
Vienimi a trovare su: Facebook, Twitter, YouTube, Google+, Flickr e Anobii.
 
 
Intervista all’Autrice
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Licantropi, angeli, non-morti ed elfi, un fantasy tra New York e la terra di Aurigard. Da cosa ha tratto l’ispirazione per questa trama avvincente?
Semplicemente da tutta la mia vita! Dalle esperienze che mi hanno fatto crescere e da ciò che più mi piace, ma anche ciò che mi ha spaventato e che ho imparato a conoscere e rispettare. Poi da circa dieci anni frequento un’associazione, un cammino interiore che per me è sempre fonte d’ispirazione. La mia curiosità mi ha portato alle storie fantastiche Il Signore degli Anelli, La spada di Shannara e Le nebbie di Avalon. Sono inoltre appassionata di videogiochi e giochi di ruolo: come scordare Baldur’s Gate o la saga di Diablo? Poi ci sono Morrowind e tutti gli spin-off di Tales of the Sword Coast. Per non parlare dei cartoni animati giapponesi, come la saga dei Cavalieri dello Zodiaco o Dragon Ball, comprese le mitologie greche, romane e nordiche. Mi hanno ispirato anche la teosofia, che mi ha dato le risposte che cercavo sulla spiritualità, i miei viaggi proprio a New York e in Australia, i miei amici, le persone che amo, i bambini.
 
Un romanzo con un messaggio ben preciso: la ricerca dell’evoluzione! Uno, Tre, Sette... tre aspetti di un’unica entità che manifestano poteri e volontà diverse. Questa tripartizione ha a che fare con l’uomo normale?
Assolutamente sì! Ho dato personalità e vite separate ai tre protagonisti, ma l’essere umano è un’entità fisica e spirituale unica. La suddivisione viene dalla teosofia e anche molte religioni ne parlano: oltre a un corpo e una mente, abbiamo delle emozioni (l’anima) e una parte spirituale che da sempre abita in noi (monade). Arrivare ad avere coscienza di questa parte significa essere maestri. Mephisto, Haziel e Baal sono maestri, messaggeri di una delle sette essenze divine. Sono messaggeri come gli angeli del Cristianesimo. Ogni cosa che esiste segue un’unica legge: l’evoluzione. Anche noi, dunque, possiamo fare esperienze, crescere, diventare maestri e persino messaggeri o angeli, in base alle nostre tendenze. E tutto ciò in vita e su questo pianeta!
 
Non è solo una lettura innovativa, ma un percorso di crescita interiore. Se volesse dare un consiglio a chi si accinge a leggere il suo libro, cosa direbbe?
Prima cosa – e do del “tu” al mio lettore/lettrice – divertiti e appassionati. E non solo a questo libro, soprattutto a ciò che fai, alle persone che più ti sono vicine, alla natura. Vivi appieno la tua vita, fai quello che ti piace. Se questo libro ti è piaciuto, consiglialo, fai in modo che sia un mezzo per aiutarti a riflettere. Se vuoi cambiare qualcosa della tua esistenza che ancora non va, il modo c’è, a patto che tu impari ad amarti. Amati e ama, tutto sarà più bello!
 
Perché I Figli di Baal è importante per gli appassionati del fantasy?
Perché è divertente, avvincente e dà piacere alla lettura. E, cosa per me fondamentale, dà un messaggio, ovviamente positivo. In sostanza, ho risposto a questa mia domanda: posso io insegnare qualcosa, far capire alle persone che leggono le mie parole che, anche nella situazione più difficile, anche quando ci sembra di vivere in un “inferno”, noi abbiamo tutte le risorse per farcela, basta indirizzare i propri pensieri verso obiettivi personali, pieni d’amore per se stessi e chi ci circonda, per arrivare a inglobare l’intera umanità? Ebbene sì, io posso. E se Jason, Sean e Victoria – torturati, derisi, inascoltati – ce l’hanno fatta, ognuno di noi può. Tu puoi.

Letture
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La Volontà.
È da questa che ha origine la Vita.
E ogni cosa è tenuta insieme dalla forza d’attrazione più potente, l’Amore.
 
Tutto ha dunque inizio dalla mia, anzi dalla “nostra” volontà di tuffarci nella piccola sfera azzurra e bellissima che siamo soliti osservare da lontano.
Ti ricordi Haziel, amico mio, questi momenti? A volte ci avviciniamo così tanto al pianeta – sempre di nascosto, senza che gli altri lo sappiano –, che sembra di poter toccarlo. Poggiati sul vicino ammasso di rocce dotato di un particolare magnetismo, ci soffermiamo immaginando di essere già lì. Ne siamo così attratti che non possiamo restare fermi ancora a lungo... il desiderio di raggiungere quella sfera è troppo forte!
Il colore della Terra è vivido, di un blu pieno e il suono che emette è una celestiale vibrazione che riecheggia fin nei nostri cuori...
– tum, tum, tum –
...che battono all’unisono col ritmo incessante e armonico dell’Universo.
Il mio corpo vibra con quest’energia, in un fremito che cattura e pervade ogni singola parte di me.
 
Con un tacito accordo, in Sette decidiamo di tuffarci nel vortice, di fare un’esperienza di crescita nel punto che, in questo preciso luogo dello spazio-tempo, è nel piano più fisico possibile.
E così ci tuffiamo giù, sempre più giù dentro i minimi dettagli di questo piano denso e unico: non si può trovare nulla del genere, neanche cercando in tutto l’Universo. Ci vuole molto coraggio per scegliere di andare così in profondità, ma quanti doni la scelta regala in cambio! Di simili doni noi ci nutriamo a bizzeffe, come stiamo scoprendo mentre facciamo le nostre esperienze sulla Terra.
Per primo arriva Mephisto, che noi scegliamo di comune accordo come guida, nel viaggio inarrestabile che è l’evoluzione. Prende subito contatto con il nucleo del pianeta, che gli rimanda con impeto altrettanta energia. E poi mi lancio anch’io, vinto dall’attrazione di Amore e saggezza che tiene unita la materia, estremamente ricettiva e produttiva. La mia essenza e il mio pensiero diventano un’elica che scende e risale. Sono due spirali attorcigliate in moto perpetuo, tenute insieme dall’Intelligenza attiva. La risalita è facile, perché c’è Haziel che mi aiuta, ricordando ancora il mio... il “nostro” scopo, vero amici? Insieme a me siete poi arrivate anche voi, sorelle: Talja, Mystra e Kali.
Ora, insieme, siamo pronti. Pronti a donare il nostro sapere e aiutare gli abitanti di questo pianeta a evolversi.
 
A proposito, il mio nome è Baal.
Sono il riflesso, su questo piano, del Terzo dei Sette raggi d’illuminazione cosmica divina e sono qui per insegnare l’Intelligenza attiva, l’essenza che specializza la materia in trasformazione. E tutto ciò che è Vita.
 
(da Prologo. Onda di vita)
Quella zona del porto puzzava, emanava un odore putrido forse di pesce morto, eppure a Victoria piaceva: aveva il gusto della libertà.
«Ah, eccovi finalmente. Haziel, suppongo!», una voce melodica dietro di lei attirò la sua attenzione e, senza voltarsi, rispose decisa: «Sono proprio io. Con chi ho il piacere di parlare?», appena alzò lo sguardo sull’uomo che l’aveva chiamata, un odore di erbe e fiori profumati l’avvolse, stordendola per la sua intensità e dolcezza. Si girò e, come una visione in un dipinto, vide un... di fronte a lei c’era un elfo! Stupendo e, soprattutto, reale, di certo non come quelli rappresentati su vecchi libri polverosi. Poco più alto di lei, aveva un corpo estremamente armonioso, i capelli corvini e due enormi occhi luminosi, quasi accecanti, di un verde scuro e intenso. Il suo accenno di sorriso ironico la divertiva, mentre poteva notare il tratto inconfondibile della sua razza: due orecchie a punta che spiccavano, pur essendo perfettamente incastonate nel resto del viso. Sembrava disegnato o scolpito, era assolutamente perfetto. I suoi abiti tradivano la sua provenienza: un elfo silvano indossava sempre vestiti morbidi, come quelli che le aveva donato la signora al tempio, leggeri e di stoffe naturali, ma robuste e dei colori del bosco. [...]
Un uomo alto con una folta barba e dei lunghi capelli mossi nerissimi, legati in una coda ordinata, comparve dal ponte di coperta. Era avvolto in un mantello bianco bordato di argento. «Uomini!», disse con voce profonda.
«Ma quali uomini – pensò Victoria –, ci sono anch’io a bordo, accidenti!».
«Se siete su questa nave, vuol dire che in qualche parte, seppur minuscola, di voi c’è un “guerriero”». Abbassò il tono di voce, sottolineando quell’ultima parola che fece fremere il “finto” elfo di luce.
«Certo che c’è un guerriero in me!», si disse lei.
Continuando a parlare, l’uomo scese piano la scalinata di legno che conduceva al ponte inferiore, passando in mezzo alle nuove reclute di Aurigard.
«Io tirerò fuori quel guerriero dai vostri corpi flaccidi e ne migliorerò la forza, l’astuzia, l’abilità e l’intuito, perché tra qualche anno solo “pochi” di voi possano avere il privilegio di entrare a far parte della casta dei guardiani della Città d’Oro!». Ogni volta enfatizzava alcune parole, guardando negli occhi i suoi futuri allievi. «Ebbene, mi basta solo osservarvi per capire che siete tutti molto “lontani” da quest’obiettivo...».
«Ancora? Ma basta, ho capito! – disse Vic tra sé – Aspetta che arriviamo e ti faccio vedere io!». Quell’uomo cominciava davvero a darle sui nervi.
«Tu, per esempio. Sì, tu, quello vicino al cannone», indicò un ragazzo alto e slanciato, che istintivamente si ritrasse intimidito.
«Tu sei troppo magro, ti dovrai rinforzare molto. E poi tu!».
«Chi, io?», rispose qualcuno.
«No, levati. Quello laggiù, seduto...», l’uomo col mantello si avvicinò a un altro accovacciato che, non appena lo vide, si alzò in piedi mostrando tutta la sua imponenza.
«Per la miseria, è una vera montagna», pensò la ragazza.
Quello che doveva essere il responsabile della nave, per guardare quella recluta negli occhi, dovette alzare la testa con stupore.
La scena la fece sorridere: «Ti sta bene, così impari a essere arrogante».
«Tu... – l’uomo altezzoso non sapeva cosa dire – No, tu vai bene», qualcuno della ciurma rise. «Ma con te dovremmo lavorare in agilità e scioltezza. Insomma, quello che voglio dire è che il lavoro che ci aspetta sarà molto duro. Il Sommo sacerdote che governa l’isola...».
«Aurigard è un’isola? Non lo sapevo», pensò la giovane elfo.
«...si aspetta da me che crei un esercito. Siete pronti per questo?». Qualcuno timidamente accennò a un “sì”, ma la maggior parte dei futuri “quasi” guerrieri era ancora titubante.
«Non ho sentito. Se non rispondete, ci metto un attimo a cacciarvi a pedate da questo galeone. Allora, siete pronti, siete con me?».
Stavolta, tutti gridarono all’unisono: «Sì!».
«Bene. A ognuno di voi sarà assegnato un compito. Vi presento il mio vice, Matthew». L’elfo silvano, che fino ad allora era rimasto accanto a Victoria, si fece avanti.
«Ah, e così tu saresti il suo vice, eh?», gli disse la ragazza sottovoce e lui le fece un occhiolino divertito.
«Voglio raggiungere Aurigard il più presto possibile, perciò bando alle ciance e portate questa nave al largo», urlò l’uomo dalla folta barba, sputando un poco di saliva.
Prima che il trambusto della ciurma impegnata nella partenza si agitasse, Vic prese coraggio e chiese, in tono di rimprovero: «Un momento, voi ci state chiedendo questo e quello, ma si può sapere chi siete?».
Un silenzio gelido percorse il galeone e tutti sulla nave si girarono in direzione di quella voce, così stranamente melodica. L’uomo dal mantello bianco argento si diresse verso l’elfo velocemente, scostando di peso altri due brutti ceffi. Le si avvicinò così tanto che lei poté sentire un forte odore di salsedine misto a una strana sostanza liquorosa che non conosceva. Ma non le dava fastidio, anzi.
Digrignando i denti, lui disse: «Il mio nome è Jean e sono il capitano di questa nave, nonché guardiano d’argento di Aurigard. Per i prossimi anni sarò tua “madre” e tuo “padre”, sarò quello che hai di più caro al mondo perché sarà grazie a me che raggiungerai il tuo obiettivo».
Victoria non era per niente intimorita; l’altezzosità di quell’uomo era pari alla sua stizza. «E voi che ne sapete qual è il mio obiettivo?», disse ad alta voce in tono scanzonato.
L’elfo silvano, rimasto in disparte, non riuscì a trattenere una risata.
«Bene, bene. Matthew!», urlò il responsabile della nave.
L’elfo lo raggiunse con un balzo: «Ai vostri ordini, capitano», disse mettendosi sull’attenti.
«Abbiamo appena trovato il nostro mozzo», insistette Jean, suscitando l’ilarità dei marinai già avvezzi al brutto carattere del loro superiore.
Matthew non se lo fece ripetere due volte e consegnò a quella recluta troppo spavalda un bastone e degli stracci luridi, insieme a un secchio di acqua puzzolente.
«Datti una mossa! Solo perché fai parte della stirpe degli elfi di luce non vuol dire che tu debba essere così altezzoso», concluse il capitano.
«Altezzosa, IO! Ma senti chi parla», Victoria si cacciò quelle parole in gola e restò in silenzio, per non aggravare la sua già precaria situazione.
«Impara che devi rispetto e obbedienza ai più alti in grado e io, al momento, sono il più anziano qui presente. Sono stato chiaro?», dette queste parole sempre urlando in faccia alla recluta elfica, il ragazzo dal mantello bordato d’argento tornò nella sua cabina. Girandosi un’ultima volta, disse ancora: «A proposito, la tua struttura fisica ti renderà un guerriero molto agile, ma dovrai rinforzarti, soprattutto nella parte superiore». E se ne andò.
 
(da Partenza!)
 
Era tanto tempo che non dormiva. Quella notte per Sean, come tante altre negli ultimi due anni della sua vita, era passata troppo in fretta. Alle prime luci dell’alba si accese un’altra sigaretta e bevve l’ultimo sorso di birra scadente, troppo calda e sgasata.
«Forse è il caso che mangi qualcosa – pensò –, magari uno di quegli hot dog che saranno già in caldo pronti per essere intrisi di salse a volontà». Poi si ricordò dell’odore delle cipolle fritte e cambiò subito idea.
Si diresse, invece, all’American Museum of Natural History di Central Park, il museo di storia naturale. A quell’ora era chiuso, ma i primi tempi come poliziotto ci aveva lavorato come custode e conosceva a menadito ogni più piccola apertura, oltre al lucernario sopra il tetto che il suo ex collega e amico Smithie aveva cura di lasciargli sempre aperto.
«Perché devi passare sempre dal tetto – gli aveva detto Smithie durante una delle sue incursioni notturne –. Non puoi aspettare la mattina e pagare il biglietto come tutti gli altri?».
«Così faccio esercizio!», rispose Sean divertito. A lui interessava solo una cosa, in quel museo, custodita dentro una teca di vetro.
Senza essere visto dai pochi pedoni che passeggiavano anche a quell’ora in una città sempre sveglia e viva, Sean si arrampicò con agilità sulla parete posteriore dell’edificio storico, usando i mattoni irregolari e le fessure come appiglio.
Arrivò velocemente sul tetto: «Troppo facile, sta diventando monotono», pensò ricordando la fatica che aveva provato allenandosi in condizioni estreme. Quei momenti gli sembravano così lontani, irreali...
Vicino al lucernario, il giovane poliziotto aveva nascosto una fune con cui si calò facilmente all’interno della sala dove si trovava la teca, ancora illuminata nonostante fosse quasi giorno fatto. «Che sta facendo, Smithie, perché non spegne le luci? Forse ha bevuto troppo e si è appisolato da qualche parte», si disse.
Osservò lo strano alone che proveniva dal teschio, l’oggetto che ogni tanto tornava ad ammirare soprattutto quando, come quel giorno, provava un po’ di nostalgia. Stavolta il manufatto di cristallo – antichissimo e di una lavorazione perfetta – sembrava brillare di luce propria. Come sempre, guardare fisso in quelle orbite cave gli incuteva una sorta di timore. Però quel giorno c’era qualcosa di diverso: il teschio, a ben guardarlo, assomigliava a un volto che divenne sempre più nitido. Era come se Sean si stesse riflettendo in uno specchio e l’immagine era familiare e piacevole allo stesso tempo.
Una voce gli risuonò in testa, dolcissima: «Io ci sarò sempre per te». Il suo cuore chiuso da lungo tempo sembrò battere di nuovo, scaldarsi un poco. Quel teschio di cristallo assomigliava a qualcuno... qualcuno per lui molto importante, forse l’unica persona che lo conosceva davvero e che poteva riempirgli il vuoto che sentiva dentro.
«Fratello», Sean si stupì della parola che uscì dalle sue labbra, senza che lui ne avesse alcun controllo. Infastidito da quella sensazione di vulnerabilità, si ritrasse e il teschio di cristallo tornò al suo stato originale, fisso e immobile.
Prima di riuscire a capire cosa gli era appena successo e cosa aveva visto,
le luci si spensero e il museo divenne completamente buio, nonostante fuori fosse ormai mattina. Le finestre erano state chiuse, anche se Sean non si era accorto di nulla, perso nelle sue dannate visioni. Ora, però, i suoi sensi lo stavano mettendo all’erta, c’era qualcun altro insieme a lui e non si trattava del suo ex collega...
Chiuse gli occhi e iniziò a respirare sempre più silenziosamente, restando quasi in apnea. Ogni suono e vibrazione lo avvisavano di un pericolo imminente. Percepì un bisbiglio che subito gli causò una reazione di disgusto. Eccolo: era il primo pensiero di morte che aleggiava nell’aria. Poi un altro bisbiglio, questa volta più forte, dal suono tondo e familiare: la paura.
Ci fu un urlo.
«Smithie, no!», adesso sapeva che il suo amico era morto. Aprì gli occhi, come quelli di un gatto si erano abituati al buio e percepivano ogni più piccola luce che entrava dalle fessure intorno. Si diresse verso i movimenti di quei pensieri di morte fluttuanti, che asfissiavano l’atmosfera del museo. Si facevano sempre più pesanti. Erano dell’assassino e provenivano dal piano di sopra.
«Maledetto», sibilò Sean a denti stretti, sperando che, chiunque fosse, non trovasse la corda appesa al lucernario.
Infine lo vide.
Un’ombra oscura nel buio della sala si gettò con un balzo da una balaustra, afferrando la corda al volo. Era un uomo, anche se più simile a un animale feroce che si arrampicava con velocità fulminea. Sean saltò più in alto che poté afferrando a sua volta la corda da cui si era calato e iniziò a salire, sollevandosi con le sue braccia forti.
Con uno scatto, fu sul tetto abbagliato dal sole ormai alto, mentre l’assassino, quel “demone”, correva giù per il muro, tuffandosi in strada con un’agilità pazzesca. Alla luce, Sean notò la sua pelle scura. Trovò in sé un’energia e una forza che venivano fuori solo quando aveva un obiettivo; puntò con lo sguardo l’uomo che correva in strada. Anche lui fulmineo, si gettò dal tetto afferrandosi a ogni appiglio che trovava nella discesa e atterrò piegando le ginocchia. L’urto sembrò non scalfirlo per nulla e un ghigno gli attraversò il volto: si sentiva onnipotente.
Solo in strada fu costretto a rallentare, per poco non fu schiacciato da un autobus che portava i primi turisti al museo. Lo schivò, ricevendo un colpo al fianco sinistro. Fu scaraventato a terra, ma si rialzò e continuò a correre, ignorando il dolore. Anche se non vedeva più l’assassino, sapeva che era entrato a Central Park; i suoi pensieri di morte erano una scia maleodorante inconfondibile. Si buttò in mezzo alla vegetazione ed entrò in una radura.
«Dannazione, dove sei?!», il poliziotto si fermò e aguzzò i sensi. Oltre ai cani che abbaiavano rincorrendo un bastone, i motori delle auto e il respiro affannato delle prime persone che facevano jogging nel parco, non riusciva più a sentire nulla. I pensieri di morte erano ormai lontanissimi, aveva perso la sua preda.
«Smithie», disse a voce bassa. Con un grugnito di frustrazione, tornò in sé e si diresse verso il museo. Davanti c’era già la prima coda di visitatori, ma le porte erano ancora chiuse. Il custode non sarebbe riuscito a essere puntuale come al solito e non le avrebbe aperte mai più.
 
(da Fratello)
 
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