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2012
18
Gen

La mia piccola guerra - Itali R. Gasperini

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Italo R. Gasperini
 
La mia piccola guerra
 
Collana Electi
 
Roma, Armando Curcio Editore, gennaio 2012
pp. 224, cm 14x21,5, € 15,90
 
 
 
 
 
Una storia in ricordo dei martiri delle foibe istriane.
 
«Vola basso il gabbiano / E porta lontano i tuoi occhi di giada / Mi amavi? / Ti amavo! / Sognavi? / Sognavo! / Speravi davvero? / Speravo! / Vola basso il gabbiano / E porta lontano il tuo ricordo di sempre…». Italo R. Gasperini
 
 
 
In libreria dall’11 gennaio 2012

Il Libro
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Erano in 350mila «gli italiani dell’Istria e della Dalmazia che, vittime innocenti, hanno dovuto pagare per la sconfitta dell’Italia» e «si sono dispersi come profughi alla ricerca di un futuro migliore». Questa è la storia di uno di loro,
«un piccolo eroe con un cuore da leone», un ragazzo che intraprende una lotta impari contro quel potere ingiusto e violento, una «guerra» troppo grande da combattere per una persona sola.
Il romanzo di Gasperini dà l’occasione di approfondire un periodo storico spesso trascurato, quello della persecuzione degli italiani giuliano-dalmati nel dopoguerra. Il giovane protagonista assiste impotente al massacro di alcuni suoi compaesani, gettati nelle foibe. Eppure, nonostante tutto, un futuro è riuscito a costruirselo lo stesso, dopo un’infanzia passata tra i ricordi più dolci e quelli più tristi per la violenza che, in quegli anni post conflitto bellico, non ha risparmiato nessuno, nemmeno suo padre.
Uno spaccato di storia che ha tanto ancora da insegnare, anche attraverso testimonianze dirette come questa, unica e tragica, ma allo stesso tempo fonte di speranza e redenzione.
 
 
 
 
 
L’Autore
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Italo R. Gasperini, scrittore, sceneggiatore e attore è nato a Parenzo, vicino Pola, nel 1937, quando la penisola istriana faceva ancora parte dell’Italia. È vissuto sotto gli slavi nel periodo in cui era in atto la pulizia etnica contro gli italiani, fuggendo poi nella madrepatria. A partire dagli anni Sessanta, si è avvicinato al mondo del cinema, di cui è stato anche importante autore e sceneggiatore, collaborando con i registi Martin Ritt e Rachid Benhadj e con l’attore Richard Harrison.
Ripropone il suo stile asciutto e unico nella sua più recente attività di scrittore. Per la Armando Curcio Editore è al suo secondo lavoro; nel 2006 ha infatti pubblicato Sangue di serpente, un romanzo dedicato al mondo della boxe.

Letture
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Lungo un muro grigio che percorreva la parte estrema del lungomare erano allineati una trentina di uomini con le mani sollevate sopra la testa e il viso rivolto verso la parete. A una quindicina di metri dietro di loro c’erano dei soldati tedeschi con le armi in pugno. Tre mitragliatrici formavano un semicerchio. Nessuno parlava. C’era un silenzio quasi irreale, spezzato solo dallo stormire delle foglie degli alberi al di là del muro, quando venivano raggiunte dalla vivace brezza che a intervalli investiva la vegetazione.
Un giovane di forse quattordici o quindici anni, muovendo leggermente la testa, aveva sussurrato qualcosa all’uomo che gli stava accanto, forse il padre.
Urlando delle frasi in tedesco, un soldato delle SS gli si era avvicinato e lo aveva colpito alla testa con il calcio del fucile, facendolo crollare a terra. Nessuno dei presenti aveva osato muoversi. Dalla ferita del ragazzo cominciava a fuoriuscire del sangue. Mario, Nane, Narciso e le altre persone presenti osservavano attenti quanto stava avvenendo. Uno degli spettatori, un vecchio marinaio dal volto pieno di rughe e con la pelle bruciata dal sole aveva chiesto a bassa voce all’uomo che gli stava accanto: «Che sta succedendo a quei poveracci?».
L’interpellato, quasi in un sussurro, aveva risposto: «Si rifiutano di scaricare la nave che è attraccata al molo. Sono contadini dei dintorni presi così, su due piedi, mentre lavoravano nei campi».
Improvvisamente l’ultimo della fila si era messo a correre tentando di fuggire, ma non c’era riuscito perché era stato prontamente abbattuto da una raffica di mitra.
Un ufficiale delle SS, accompagnato da un interprete, aveva chiesto ai presenti se intendevano lavorare o essere immediatamente fucilati sul posto. Per alcuni secondi nessuno aveva risposto, poi l’uomo più anziano tra i prigionieri, tenendo sempre la mano ben sollevata sopra la testa, aveva girato lentamente il corpo e aveva esclamato all’ufficiale e all’interprete: «Va bene! Io accetto di lavorare».
C’erano stati pochi momenti di silenzio, poi era stato imitato da tutti gli altri. Un soldato si era avvicinato ai tre ragazzi che involontariamente avevano assistito a quel brutale atto di violenza e con arroganza aveva ordinato loro di allontanarsi. Poi aveva fatto lo stesso con tutte le altre persone. Ormai la lezione era stata impartita e la loro presenza non aveva più nessun interesse pratico.
Mentre andava via, Mario aveva visto alcuni soldati avvicinarsi al cadavere, prenderlo per le gambe e trascinarlo verso il cassone di un camion, dove era stato gettato come fosse un sacco di patate. Il ragazzo ferito alla testa aveva cercato di rialzarsi da terra, ma non c’era riuscito ed era ricaduto dove si trovava. Alcuni suoi compagni avevano tentato di soccorrerlo, ma erano stati brutalmente allontanati da alcune SS, che li avevano colpiti ripetutamente con il calcio del fucile.
Un ufficiale aveva estratto dal fodero la pistola, si era avvicinato al giovane e gli aveva urlato di alzarsi da solo. Il ferito, con grande fatica, era riuscito a farlo e a raggiungere barcollando gli altri sventurati. Narciso si era avvicinato a Mario e gli aveva detto sottovoce: «Che bastardi!».
Nane, tenendo sempre un tono di voce molto basso, aveva replicato: «Perché questi figli di puttana non ritornano al loro paese? Cosa fanno qui a casa nostra?».
 
(da Capitolo 6)
 
 
Era iniziato l’anno scolastico, ma al pomeriggio Mario continuava ad andare a pescare, dovendo al mattino frequentare regolarmente la scuola, altrimenti sua madre sarebbe incorsa nei rigori della legge dell’obbligo scolastico. Era generale e nessuno poteva evitarlo. Le autorità sostenevano che il popolo andava educato e le ore di marxismo erano il nutrimento necessario per aprire quelle menti ottenebrate dal capitalismo sin dalla nascita. Tutti gli studenti, dalle scuole inferiori a quelle superiori, erano obbligati a studiare la madrelingua dei «liberatori».
Il primo giorno di lezione l’insegnante, che era atea, aveva notato sulla parete dietro la cattedra il solito crocifisso che si trovava abitualmente in tutte le scuole del Regno d’Italia. Aveva chiamato l’anziano bidello claudicante e gli aveva ordinato, con tono molto autoritario: «Tolga immediatamente quella schifezza da lì!».
Piuttosto incredulo, l’uomo dapprima aveva esitato, poi, sotto quello sguardo duro e sprezzante, si era munito di una scala, vi era salito, aveva tolto dalla parete il crocifisso e glielo aveva consegnato. Lei, dopo averlo fissato con disgusto, lo aveva gettato con disprezzo nel cestino della carta straccia. A Mario e ai suoi compagni di classe quel gesto sacrilego non era piaciuto per niente. Le occhiate che si scambiavano tra loro erano più eloquenti di qualsiasi parola. La classe era formata da ragazzi e ragazze. Lea, una delle più carine, gli aveva sussurrato: «Quella è una bestia! Che fastidio le dava?».
E Mario aveva replicato: «Stai attenta a non farti sentire. Quella non è solo una bestia, ma anche una carogna schifosa…».
Il loro scambio verbale non aveva avuto altro seguito, ma i loro sguardi tradivano ciò che provavano dentro. Erano tutti cristiani e cattolici sin dalla nascita e il Cristo rappresentava per tutti qualcosa di sacro e inviolabile, anche se andavano in chiesa solo la domenica.
Quell’atto Mario lo aveva molto mal digerito. Era come se l’insegnante gli avesse lanciato un guanto di sfida. Alla fine della lezione era uscito dall’aula per ultimo, ma non prima di aver lasciato una delle finestre, che sembrava chiusa, solo accostata.
Appena si era fatto buio, arrampicandosi come un gatto su un albero che fiancheggiava l’edificio, l’aveva raggiunta, era entrato e aveva rimesso al suo posto quel Cristo sofferente sulla croce. Il giorno successivo, prima dell’inizio delle lezioni, era entrato nell’aula per primo e aveva richiuso la finestra per bene. Della sua avventura notturna aveva taciuto con tutti.
Giunta in classe, vedendo che il crocifisso era ritornato al suo posto, l’insegnante era andata in escandescenze e aveva richiamato il bidello: «Perché è ancora lì quello scheletrino schifoso? Lo ha rimesso lei?».
L’uomo, che era molto spaventato da quel tono di voce minaccioso, aveva risposto intimorito: «No signora, io non ho rimesso a posto niente! Non so chi l’abbia fatto!».
Lei aveva replicato: «Lo tolga da lì e me lo dia!».
Lui aveva rifatto la stessa operazione del giorno precedente e glielo aveva consegnato. Ma la signora, senza attendere un istante, lo aveva spezzato in due sulla cattedra e, soddisfatta, lo aveva scaraventato nel solito cestino, elargendo a tutti gli alunni un largo sorriso di compiacimento. Durante la notte, Mario aveva rifatto lo stesso percorso del giorno precedente: era entrato nell’aula, con dello spago aveva aggiustato alla meglio il povero Cristo e lo aveva rimesso al suo posto.
Il terzo giorno era successo il finimondo. L’insegnante, in preda a una terribile crisi isterica, dopo aver chiamato il bidello, gli aveva urlato: «Io la faccio cacciare da questa scuola, ha capito? Io la faccio cacciare via! Mi dia immediatamente quella porcheria!».
Il pover’uomo, senza nemmeno tentare di protestare, le aveva riconsegnato il crocifisso. Lei, dopo averlo ridotto in mille pezzi, lo aveva messo nella sua borsa per portarlo via.
Alcuni colleghi, attirati dalle sue grida, si erano affacciati sulla porta dell’aula, ma vedendo che non era successo niente, si erano allontanati. Uno di loro, rivolgendosi agli altri insegnanti, aveva esclamato: «La nostra collega è solo una pazza isterica che ha urgente bisogno di un maschio…».
Una volta tornato a casa, Mario aveva disegnato un crocifisso sul cartone di una scatola di scarpe, lo aveva ritagliato e, come le altre volte, risistemato per bene sulla parete dietro la cattedra. Quando l’insegnante, rientrando in classe, lo aveva visto, era successo un vero pandemonio. Come una furia era andata urlando dal preside: «Sia di giorno che di notte, esigo che davanti a questa scuola ci sia una guardia a controllare che non entri nessuno, altrimenti avviserò il “partito” del tentativo di prendersi gioco delle sue direttive politiche. Qui, in questa scuola, i crocifissi non ci devono stare, ha capito?».
L’uomo era impressionato da quella furia umana: «Stia tranquilla professoressa, già da questa sera ci sarà una guardia che sorveglierà l’edificio anche all’interno…».
«Va bene, speriamo che questa storia finisca!». […]
Un altro Cristo in croce era già pronto. Aveva raggiunto di notte, con la sua barca, la parte posteriore della scuola, che si affacciava direttamente sul mare. Dopo averlo assicurato a un anello metallico del perimetro, si era arrampicato sullo stesso e aveva raggiunto l’esterno della finestrella del bagno, che naturalmente aveva lasciato solo accostata. Si era tolto le scarpe e aveva atteso pazientemente. La guardia, dopo aver controllato le aule e i corridoi, era andata come al solito a fumare all’esterno. Il «gatto», una volta superato il bagno, aveva raggiunto nel più completo silenzio l’aula e aveva fatto rapidamente la solita operazione. Soddisfatto, si era diretto di corsa nel bagno, aveva raggiunto la sua barca e ripreso in gran fretta la via del ritorno: ufficialmente, stava facendo la fila per la carne.
All’indomani era avvenuto il caos totale. L’insegnante, vedendo il crocifisso, si era sentita male e il preside aveva dovuto farla accompagnare al pronto soccorso: le pezzuole con l’aceto si erano rivelate inutili. Il ripetersi dell’evento aveva probabilmente risvegliato in lei antiche paure ancestrali, nelle quali riaffiorava il mondo della magia e della superstizione.
Il solito milite e il collega con il quale aveva condiviso il turno di guardia avevano affermato che nell’edificio non era entrato nessuno. Come avesse fatto quel crocifisso a finire dietro la cattedra era un mistero inspiegabile. […]
Anche se nelle abitazioni private i segni del cristianesimo erano parzialmente tollerati, nei locali pubblici invece erano completamente vietati. Alcune chiese erano rimase aperte, ma chi vi si recava non era molto ben visto. I matrimoni, i battesimi e le altre manifestazioni religiose erano rigorosamente vietate. Altre chiesette di campagna erano state trasformate in locali d’intrattenimento dove si ballava, ci si ubriacava e si praticavano riunioni orgiastiche. […]
(da Capitolo 14)
 

 

 
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