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2009
30
Mar

Ultras - Maurizio Stefanini

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Maurizio Stefanini
Ultras
Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri
Boroli pp.192 Euro 14
Presentazione di Paolo Liguori
 
Il calcio è una guerra simbolica che fortunatamente ha sempre più preso il posto delle guerre vere. Ma il tifo attorno al calcio può ridiventare guerra a sua volta, con la sua triste lista di caduti.
Il tifo è un potente momento di socialità che ricrea antichi rituali di solidarietà altrimenti in gran persi nel passaggio alla moderna società urbana di massa. Non a caso, dalle antiche Grecia e Roma all’Inghilterra del XVIII e XIX secolo tifo e democrazia nascono assieme, proprio perché anche la democrazia è a sua volta una guerra ritualizzata. E se non manca chi poi alle reti del tifo fa ricorso come strumento di potere, in realtà è molto più normale che lo stesso tifo si faccia opposizione. Soprattutto nelle situazioni dove di democrazia ce n’è poca o manca del tutto: dalla Spagna franchista all’Europa occupata dai nazisti, dal Brasile dei militari al mondo comunista, dall’Iran degli ayatollah alla Libia di Gheddafi. Ma troppo spesso questa insopprimibile vocazione del tifo all’antagonismo diventa teppismo tout court. Addirittura,  la guerra tra tifosi sugli spalti può addirittura scatenare una guerra guerreggiata vera: dall’America Centrale del 1969 alla ex-Jugoslavia degli anni ’90. Nulla di nuovo sotto il sole. Nel 49 lo stadio di Pompei fu squalificato dopo gli scontri tra i tifosi locali e quelli nocerini; nel 390 Teodosio fece uccidere 15.000 persone per domare una rivolta di tifosi di Tessalonica; nel 532 le due fazioni di Ultras si unirono in una rivolta che incendiò Costantinopoli per 10 giorni provocando 35.000 morti; nel 1314 re Edoardo I d’Inghilterra bandì il foot-ball per la violenza che provocava. “Parteggiano per una divisa, e se in piena corsa il colore dell’uno passasse anche all’altro, anche il tifo e il favore muterebbero”, scriveva Plinio il Vecchio sugli Ultras della sua epoca. E secondo quando denunciava cent’anni fa il fondatore dei Boy Scout Robert Baden Powell,  una delle cause della caduta dell’Impero Romano fu che “gli uomini persero il senso di responsabilità verso sé stessi e verso i loro figliuoli e divennero una nazione di fannulloni. Cominciarono a frequentare i circhi, ad assistere alle rappresentazioni di gladiatori pagati, press’a poco come noi ora affolliamo gli stadi per vedere dei giocatori di calcio stipendiati”.
 “Se non si sopprime l’hooliganism, il calcio non potrà continuare a esistere a lungo nella presente forma”, decise infine il governo inglese di Margaret Thatcher. Di lì, le riforme che, assieme a altri movimenti più profondi prodotti da globalizzazione e sviluppo della società dell’immagine, hanno dato vita a quello che viene definito “calcio moderno”. Ma è la soluzione, o è causa di altri problemi?
Nel 1885 è registrato il primo episodio di violenza collegato al calcio moderno; uno Juventus-Genoa del 1905 porta alle prime intemperanze italiane; il confronto tra Bologna e Genoa del 1925 porta al primo clamoroso coinvolgimento del potere politico; e risale al 1963 il primo morto italiano in seguito a una partita di calcio.
Ci vorranno altri 16 anni per il secondo caduto: il tifoso laziale Vincenzo Paparelli, assurdamente colpito da un razzo mentre mangia un panino alla frittata. E poi un’escalation di violenze e di vittime: non solo in Italia, d’altronde. Il tifo organizzato, creato negli anni ’60 dalla Grande Inter di Helenio Herrera a partire da modelli latino-americani, ha dato infatti origine quasi subito a un’ala indipendente dai club stessi per cui parteggia che assume l’etichetta di Ultras, e che si contamina con le suggestioni della violenza politica di quegli anni. Un problema non solo italiano, e che ha trovato risposte decise soprattutto a partire dall’esperienza delle autorità inglesi. Gli Ultras non sono però solo violenza, ma anche folklore, cultura popolare, socialità, secondo modelli che affondano le proprie radici in una storia sorprendentemente antica. E che si ricollegano al problema più generale di quello che è stato denominato “calcio moderno”.
 
La Prefazione di Paolo Liguori
 
Il lavoro di Maurizio Stefanini obbliga a riflettere su uno degli argomenti che, a prima vista, è tra i più scontati e banali. Almeno, nel mondo del calcio e dello sport. Come si potrebbe definire il tifo Ultrà secondo i canoni più comuni imposti dall’informazione sportiva. Una deriva incontrollabile  della passione del tifoso? Un atteggiamento estremo del tifo organizzato? Un comportamento deviato, ai margini della criminalità comune e, a volte politica? Scegliete la definizione che preferite, ma state certi che non reggerà alla lettura della documentazione di Stefanini. Di recente, è scomparso Candido Cannavò, grandissimo direttore della Gazzetta dello Sport per 19 anni, il più noto esponente di una generazione di giornalisti che hanno sempre sostenuto l’estraneità dei comportamenti violenti al mondo dello spot. “quella è cronaca nera, noi ci occupiamo di calcio”: si potrebbe sintetizzare con questa frase l’atteggiamento prevalente di tantissime illustri penne, Gianni Brera, in testa nei confronti degli episodi che hanno accompagnato da sempre gli avvenimenti sportivi. Soprattutto del calcio, naturalmente , visto che è lo sport più popolare e in grado di mobilitare milioni di persone. Sembrava davvero una bella idea separare nettamente la violenza dall’agonismo, invece si è dimostrata un grandissimo luogo comune. In fondo, un modo furbo per sottrarsi alla responsabilità di commentare ciò che avviene ai margini di quelle gare che assicurano il pane quotidiano a tanti giornalisti e scrittori. In fondo, se uno campa soprattutto raccontando ciò che avviene in una parte del mondo, è troppo comodo sostenere che la descrizione si ferma alla tecnica, alla tattica, al massimo ai retroscena, ma non affronta il lato oscuro del problema. Ma, attenzione: non si intende qui fustigare un certo opportunismo, oppure un deficit culturale, che suggerisce a tanti commentatori sportivi di tenersi alla larga da argomenti duri, che dividono e fanno paura. E’ ancora una volta l’opera di Cannavò che indica la differenza tra diversi atteggiamenti culturali e di ricerca. Candido- chi lo ha conosciuto, può testimoniare- era sinceramente convinto della necessità di esaltare i valori positivi dello sport, per sconfiggere la negatività che inevitabilmente  si può leggere nelle vicende umane. Lui e tanti altri hanno elevato questa convinzione a principio e si sono comportati di conseguenza. Maurizio Stefanini, che nasce come giornalista e ricercatore in un mondo molto diverso e lontano da quello della critica sportiva, non è minimamente influenzato da simili pregiudizi positivi e dunque il suo lavoro diventa particolarmente interessante proprio perché ha un taglio diverso. Non ci sono buoni sentimenti da valorizzare, per sconfiggere il male. Ci sono semplicemente gli Ultras da raccontare e seguire nella loro evoluzione storica. Già l’oggetto dell’attenzione è chiaro: gli Ultras. Non un’ideologia Ultrà a cui far risalire le responsabilità di comportamenti simili. No. Gli Ultras sono persone in carne ed ossa che compiono le loro azioni, a volte efferate, altre volte più contenute, in tutte le parti del mondo e in tutte le epoche storiche. Troverete cronache e riferimenti ad episodi di migliaia di anni fa. Altri recentissimi, che fanno davvero parte della quotidianità. Noterete una cronaca asciutta, senza giudizi moralistici  e senza ricerche forzate di attenuanti ed alibi. Dalle cronache in ogni epoca, emerge come costante l’odio, vero lievito che tiene insieme  valori molto più vicini al comportamento dell’uomo comune, quindi anche del tifoso comune. Il capitolo sui dieci anni di sangue che cambiarono il tifo in Italia e quello sugli stadi di morte forniscono una ricostruzione storica inedita per capire come oggi il mondo degli Ultras, al di là delle divisioni transitorie di sigle e di tifo, è profondamente unito da una vera rivolta contro la modernità. Se si vuole prendere la distanza dal terreno dell’emotività al quale ti porta immediatamente la cifra dell’odio e ci sforziamo di tornare alla’analisi razionale, dobbiamo cercare i riferimenti culturali nell’epica e nella retorica dell’azione che fu tipica del primo fascismo. Anche se ci sono gruppi di Ultras che usano bene in evidenza una simbologia da sinistra rivoluzionaria, è verosimile che la maggioranza si riconosca in citazioni di questo tipo: “ L’azione ha ragione degli schemi consegnati nei libri. L’azione forza i cancelli sui quali sta scritto”Vietato”. I pusillanimi si fermano , gli audaci attaccano e rovesciano l’ostacolo”. E’ un purissimo Benito Mussolini l’autore di questo elogio all’azione e all’audacia assoluta. E se si vuole trovare un altro riferimento radicale per l’ideologia Ultrà, bisogna risalire ai testi di mistica fascista del 1940, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale” Armarsi, rispondere alla chiamata è di tutti i credenti, ma rispondere positivamente all’appello della morte è solo degli eroi e dei martiri….Meglio la guerra alla pace borghese, meglio lo stadio alle sale da ballo”. Non sembri un’esagerazione un parallelo tra l’appello al martirio  in guerra  e la milizia Ultrà. Proprio Maurizio Stefanini chiude il libro con la cronaca del 13 maggio 1990 a Zagabria. Giocavano la Dinamo e la Stella Rossa: gli Ultras serbi erano guidati dalle Tigri di Arkan, al grido “Zagabria è Serbia”, i Bad Bleu Boys croati li affrontarono per ore dentro lo stadio e in città. Secondo molti osservatori, quel giorno iniziò la guerra di indipendenza croata, che durerà fino al 1995, provocherà oltre 20mila morti e si diffonderà in Bosnia e Kosovo. Una vera guerra, partita dagli ultrà, che farà rabbrividire il mondo, perché alcune agghiaccianti modalità richiameranno alla mente un ritorno ai momenti più oscuri della Storia. Contro la modernità: questa potrebbe essere oggi la bandiera degli Ultras. Di certo, l’obiettivo principale è l’ordine costituito. I primi nemici non sono gli Ultras avversari, ma gli uomini in servizio delle Forze dell’ordine. E, sullo sfondo, ma non troppo, il nemico culturale: la televisione, che priva il calcio del suo potenziale più affascinante. Il sacrificio umano.
 
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