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2007
26
Giu

I misteri delle soffitte - Carolina Invernizio

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IL FOGLIO LETTERARIO & EDIZIONI IL FOGLIO
Editoria di qualità dal 1999
 
RITORNA IN LIBRERIA CAROLINA INVERNIZIO
 
 
 
I misteri delle soffitte di Carolina Invernizio
euro 10,00- pag. 360
ISBN 978 - 88 - 7606 – 152 - 3 
Copertina originale di Elena Migliorini
 

Le Edizioni Il Foglio riportano alla luce un romanzo del mistero ambientato a Torino, tra il Valentino e la Mole Antonelliana, scritto con uno stile piano e comprensibile, basato su una trama semplice che segue il filo conduttore di una storia d’amore e delitti. Carolina Invernizio ha segnato la via popolare alla narrativa di genere seguendo ispirazioni che la portavano a costruire trame storiche, gialli d’azione, thriller orrorifici, romanzi gotici e storie d’amore strappalacrime. Resta il fatto che Carolina Invernizio, checché ne dicano critici paludati e recensori prezzolati per esaltare Faletti e Moccia, sapeva scrivere e aveva nella sua penna il gusto latinoamericano del racconto. La nostra scrittrice popolare è ancora oggi molto apprezzata dal pubblico sudamericano che ama la narrazione pura, libera da artificiose costruzioni letterarie. (Gordiano Lupi)

 


 

Carolina Invernizio e la narrativa di genere

 

Abbiamo deciso di ristampare I misteri delle soffitte di Carolina Invernizio come tributo letterario a una scrittrice che consideriamo maestra della narrativa popolare. Nessuno meglio della Invernizio incarna con le sue opere lo spirito che anima la nostra casa editrice. Scrittrice d’appendice, narratrice instancabile, amante del mistero, suggestionata da trame nere, indagatrice di sensazioni orrorifiche, semplice da leggere e da capire. Carolina Invernizio non viene compresa dalla critica contemporanea che le preferisce letterati incomprensibili, astrusi ed elitari. Lei scrive per il popolo, per le donne di servizio, per chi ha poca cultura, per un pubblico che attende con ansia la puntata successiva di un feuilleton a base di amore e morte. Strano destino per una ragazza di buona famiglia innamorata della scrittura sino al punto di essere espulsa da scuola e messa all’indice dal Vaticano per aver scritto cose peccaminose. Il comune senso del pudore cambia con il passare del tempo: adesso i racconti della Invernizio non meritano nessuna scomunica. A nostro giudizio vanno riscoperti per comprendere come la tanto disprezzata Carolina di Servizio sia stata una delle prime narratrici di genere della nostra letteratura. Carolina Invernizio compie opera meritoria soprattutto come divulgatrice della parola scritta nei confronti di alcune generazioni di lettori, soprattutto donne, in tempi che consideravano disdicevole perdere tempo con i romanzi. Il cinema non è immune al fascino misterioso dei suoi racconti. Guido Brignone, nel 1948, porta sul grande schermo Il bacio di una morta con una giovanissima Paola Quattrini. Aldo Lado, nel 1973, compie un’operazione simile con La sepolta viva, romanzo gotico a tinte orrorifiche interpretato da Agostina Belli e Maurizio Bonuglia. Le Edizioni Il Foglio riportano alla luce un romanzo del mistero ambientato a Torino, tra il Valentino e la Mole Antonelliana, scritto con uno stile piano e comprensibile, basato su una trama semplice che segue il filo conduttore di una storia d’amore e delitti. Carolina Invernizio ha segnato la via popolare alla narrativa di genere seguendo ispirazioni che la portavano a costruire trame storiche, gialli d’azione, thriller orrorifici, romanzi gotici e storie d’amore strappalacrime. Resta il fatto che Carolina Invernizio, checché ne dicano critici paludati e recensori prezzolati per esaltare Faletti e Moccia, sapeva scrivere e aveva nella sua penna il gusto latinoamericano del racconto. La nostra scrittrice popolare è ancora oggi molto apprezzata dal pubblico sudamericano che ama la narrazione pura, libera da artificiose costruzioni letterarie.

 

Gordiano Lupi

 


Carolina Maria Margaritta Invernizio

(Voghera, 1851 – Cuneo, 1916)

 

È stata una fra le scrittrici italiane più popolari di fine Ottocento e inizio Novecento. Dopo aver scritto per anni romanzi d’appendice per il quotidiano La Gazzetta di Torino, si legò nel 1907 in esclusiva all’editore Salani per il quale scrisse, in una carriera durata quarant’anni, centoventitré libri, definiti romanzo storico sociale, che furono pubblicati in una collana a lei intitolata: “I Romanzi di Carolina Invernicio”. Molti dei suoi volumi sono stati tradotti con successo all’estero, specie in America Latina. I suoi libri furono molto apprezzati dal pubblico e molto meno dalla critica, i suoi racconti richiamavano l’antico romanzo gotico dipinti come erano a tinte fosche: lo stesso genere oggi definito fiction e un tempo chiamato romanzo d’appendice (o feuilleton). Per il contenuto scabroso dei suoi soggetti letterari fu messa all’indice dal Vaticano. Da alcuni suoi racconti Enrico Vidali trasse dei film dell’epoca del muto. Sulla figura di Carolina Invernizio l’attore Poalo Poli ha realizzato nel 1969 un proprio spettacolo. Nel 1975, Ugo Gregoretti realizza uno sceneggiato televisivo ispirato a uno dei suoi romanzi più celebri, I ladri dell’onore, intitolato Romanzo popolare. I ladri dell’onore, con Gigi Proietti come interprete principale. La qualità dell’attività di scrittrice della Invernizio, autrice di storie la cui ambientazione evocava appunto quella dei romanzi gotici diffusi in Gran Bretagna nella seconda metà del Settecento, è stata al centro di numerose dispute letterarie. L’impianto narrativo era solitamente centrato su improbabili - o quantomeno non sempre verosimili - storie di amore e odio, con situazioni talvolta al limite dell’horror; non mancavano neanche ambientazioni che in qualche modo avrebbero preceduto il genere poliziesco o, su un versante più sociale, riguardato il mondo del popolino se non addirittura - fonte di scandalo, per lei, donna borghese di buona famiglia – dell’anarchia. Per questo motivo, Invernizio è stata, forse un po’ crudelmente, definita in tempi diversi una onesta gallina della letteratura popolare, o la Carolina in servizio (in riferimento a una specifica categoria di appassionate lettrici) o ancora la conigliesca creatrice di mondi. E i critici del tempo sicuramente non usavano mezze misure quando parlavano di lei come una reazionaria e inconsapevole razzista, rappresentante di una classe politicamente poco corretta. La sua data di nascita è sempre stata controversa: gli atti comunali testimoniano che era nata nel 1851, anche se lei ha sempre indicato come anno di nascita il 1858. Amante del teatro e della vita mondana dei salotti eleganti di Torino frequentati negli anni della maturità, è stata tuttavia descritta come una madre tenerissima e una moglie esemplare; si dice che fosse anche molto religiosa. Le sue origini erano borghesi (il padre, Ferdinando Invernizio, era un funzionario delle Gabelle; la madre si chiamava Anna Tattoni) e Carolina ancora adolescente dovette trasferirsi con la famiglia, appunto per una promozione del padre, a Firenze, allora capitale del nuovo Regno d’Italia. A quindici anni venne espulsa dalle scuole Normali per aver scritto un racconto, evidentemente ritenuto da censurare, dal titolo Amore e morte; questo non scoraggiò la Invernizio; la indusse anzi a proseguire con maggiore tenacia tanto da riuscire a farsi pubblicare nel 1877 il suo primo romanzo ufficiale presso l’editore fiorentino Salani, Rina, o l’angelo delle Alpi. Ne seguiranno molti altri, pubblicati su giornali quotidiani come l’Opinione Nazionale di Firenze o La Gazzetta di Torino e, successivamente, dall’editore Salani, talvolta in volumi a volte doppi a causa della copiosità dello scritto, e con copertine dai colori accesi oppure virate seppia. In fondo, Carolina Invernizio fu una grande sognatrice che non tenne mai in eccessivo conto la critica letteraria del suo tempo, spesso poco benevola con lei. Come donna, è stata più volte descritta come madre e moglie esemplare. E nelle città in cui ha vissuto ha lasciato un ricordo che dura nel tempo. Nel 1881 era andata sposa a Marcello Quinterno, ufficiale dei bersaglieri, da cui ebbe una figlia, Marcella (1886-1971). Con il ritorno del marito, nel 1896, dalla guerra d’Africa, si trasferì dapprima a Torino e quindi, nel 1914 a Cuneo; nella città piemontese Carolina aprì il suo salotto di via Barbaroux a intellettuali e a personaggi della cultura. Morì due anni dopo, nel 1916 a seguito di una polmonite. È sepolta nel cimitero di Torino. Una targa la ricorda nella sua abitazione cuneese con queste parole: In questa casa Carolina Invernizio il 27 novembre 1916 chiude l’operosa esistenza fra il signorile salotto e i romanzeschi fantasmi. Questi alcuni titoli di alcuni fra i più noti romanzi di Carolina Invernizio: Rina, o l’angelo delle Alpi, Anime di fango, Odio di araba, Paradiso e inferno, La sepolta viva, Il bacio di una morta, I ladri dell’onore, La figlia della portinaia, La felicità nel delitto, Peccatrice moderna, L’orfano del ghetto, Piccoli martiri, La vergine dei veleni, Il treno della morte, La vendetta d’una pazza, Il figlio dell’anarchico e La fidanzata del bersagliere. (Tratto da Wikpedia


 

UN RACCONTO DI CAROLINA INVERNIZIO

 

EROISMO DI MADRE

 

Si era leggermente assopita sulla poltrona col lavoro fra le mani, stanca di tante notti vegliate per ultimare gli indumenti necessari al suo unico figlio: il suo solo orgoglio, il suo solo amore dopo la perdita del marito. Ei si trovava da più mesi a combattere al fronte.

Figlia di militare, Elena Campi non aveva ostacolato il desiderio del suo Dario, che aveva scelto con entusiasmo la carriera del nonno, morto prima che egli nascesse, ma del quale portava il nome di battesimo, e la cui figura marziale, ritratta nella divisa di generale d'artiglieria, col petto coperto di medaglie conquistate sui campi di battaglia, aveva colpito la sua immaginazione di fanciullo. Egli venerava quel ritratto come l'immagine di un santo.

Dario aveva compiuto i suoi studi all'Accademia militare di Torino ed aveva ottenuto le spalline di sottotenente d'artiglieria, quando il grido di guerra, che risuonava da un capo all'altro d'Italia, fece vibrare di entusiasmo le sue giovani fibre, tanto che chiese ed ottenne di essere inviato tra i primi al fronte.

Il cuore della madre sembrò spezzarsi a quella decisione, a quella partenza; ma la nobile, eroica donna, nulla lasciò trapelare del suo strazio interno, perché capiva che in quel momento supremo suo figlio aveva bisogno di plauso, di coraggio, e non di rammarico, non di lacrime.
E mentre sul volto le era scesa una pallidezza mortale, nei suoi occhi brillava una luce sovrumana e le sue labbra sorridevano di tenerezza orgogliosa quando dicevano:

- Ebbene, va', Dario mio, e che Dio benedica il tuo slancio e ti renda a me degno di tuo padre e di tuo nonno, i quali ti benedicono dal Cielo. Io pregherò per te!

Da quel momento Elena Campi divise la sua vita fra il ricordo costante del figlio e la preghiera.

Le lettere di Dario, sempre piene di entusiasmo, di fede, le facevano parere meno grave la separazione, il sacrificio materno, le rendevano la fiducia, la tranquillità.

Un giorno, in una sua lettera, Dario le lasciò comprendere che se la sua salute era sempre florida, temeva l'avvicinarsi dell'inverno per il freddo, che egli paventava molto, specialmente nelle lunghe ore di attesa, immobile nelle trincee.

E la madre si diede a lavorare alacremente per preparare gli indumenti di lana necessari a riparare dal freddo le care carni del figlio suo. Essa non volle che altri vi ponesse mano, né poteva alla sera decidersi a coricarsi, volendo terminarli al più presto.

Lavorava, lavorava senza posa, ed ogni oggetto aveva avuto il battesimo delle sue lacrime, dei suoi baci, de' suoi pensieri più teneri. Ed aveva spesso combattuto contro il sonno che qualche volta minacciava di vincerla, come le era avvenuto quella sera che pure era al termine dei suoi lavori.

Si era assopita senza volerlo: il lume a gas che pendeva sopra la tavola spandeva la sua luce raggiante sulle pile di calze, guanti, passamontagne, mutande, maglie, il tutto diviso a gruppi legati con nastri tricolori e sul viso pallido ma tranquillo della madre amorosa.

Ad un tratto, nel dormiveglia, sembrò ad Elena di sentire distintamente la voce di suo figlio chiamarla: "Mamma, mamma!" e come il contatto di due labbra sulla sua fronte.
Si svegliò di soprassalto con un grido: spalancò gli occhi.
Era sola: il fuoco crepitava nella stufa e nessun altro rumore rompeva il silenzio della stanza.

- Ho sognato, - mormorò.

Ma quel sogno le dette un'impressione di sgomento, e, per scacciarlo, si rimise rapida al lavoro.

Però nei giorni seguenti quel vago senso di paura ritornò, non avendo ella nuove di Dario.

I pacchi da spedire erano pronti; agli indumenti di lana, la tenera madre aveva aggiunto oggetti da toelette, sigarette, dolci e molta cioccolata, di cui Dario era ghiottissimo.

Elena era già abbigliata per recarsi con la donna di servizio a fare la spedizione, allorché il campanello squillò.

Un cupo, improvviso presentimento assalì lo spirito già agitato di Elena: un'idea terribile balenò nel suo cervello, cosicché ella stessa si slanciò ad aprire.

Quando si vide dinanzi, grave, commosso, con gli occhi annebbiati, un vecchio colonnello amico di famiglia, la povera madre intuì tosto l'orrenda verità.

Essa disperatamente gridò:

-         Il mio Dario è morto!

Il suo cuore di madre non si era ingannato! Suo figlio era caduto da prode là sul Carso, alla conquista di un'ardua vetta, col nome d'Italia e della madre sulle labbra, nella notte e nell'ora stessa in cui la signora Elena aveva sentito chiamarsi e aveva provato l'impressione di un bacio sulla sua fronte.

Per alcuni minuti sembrò che tutto il sangue di quel cuore di madre si vuotasse per le vene aperte, che dei ronzii confusi le ostruissero le orecchie e la vita le sfuggisse.

Ma le pupille dilatate dall'angoscia si soffermarono sui pacchi d'indumenti già pronti, su quegli indumenti che racchiudevano tutta la tenerezza della sua anima, e con accento pieno di strazio balbettò:

-         Per lui li avevo preparati, per lui che temeva di aver freddo, lassù! e ora non possono più servirgli. Ebbene colonnello, prendeteli voi, inviateli al comandante del suo reggimento, perché siano distribuiti a quei soldati che non hanno una madre la quale li ricordi e preghi per loro.

Poi scoppiò in un pianto convulso, irrefrenabile!

 


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