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2006
28
Giu

Azimut: novità editoriale 2006

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Ladro di fuoco
Pedro Paixão
Collana: Aión
Pagine: 108

È il protagonista stesso a raccontare la storia in prima persona rivolgendosi, in un dialogo dai toni molto intensi, ad una donna che ha segnato, o meglio, caratterizzato profondamente la sua vita. È la storia di un amore, forse incompiuto, forse quello che, più degli altri, ha raggiunto la massima espressione dell’essere. Una passione dai toni ora più provocanti e sensuali, ora più visceralmente sentimentali che, come un filo, si dipana e dà unità al racconto detemporalizzato di eventi più o meno cruciali della sua vita. La narrazione si alterna tra questi continui richiami ad un tu assente, lontano, eppure elemento chiave per la comprensione del senso ultimo della vita del protagonista, e il racconto, sempre in prima persona, di eventi attraverso i quali il protagonista tenta in qualche modo, quasi sempre invano, di trovare una propria collocazione nel mondo “Sono diventato invisibile. Prima di tutto per me stesso. Specialmente gli ultimi dieci anni non so dove siano andati. Adesso posso raccontare tutto”. L’amore di cui si parla in questo romanzo, lontano da una concezione idealistica, è solo un elemento in più per dimostrare l’incomunicabilità e l’isolamento che trasformano l’ individuo in un enigma per l’altro e la relazione in un confronto impossibile. Non a caso i personaggi principali non hanno un nome, sono avvolti da un silenzioso anonimato, indice di quel senso di estraniamento che permea l’incontro d’amore. Il tono non scade mai nella disperazione o nella rivolta ma rivela piuttosto un atteggiamento di constatazione e di accettazione. In questa forma di minimizzazione, di distanziamento tanto dalla disperazione quanto dall’euforia, intravediamo un personaggio cosciente della propria solitudine e della propria frammentazione, sulle quali insiste più volte come quando dice “ Solamente tu potrai riunire le parti smembrate di cui sono fatto”, oppure “Voglio più di tutto spezzare la catena che mi impedisce di amare l’altro, di amare me stesso”. La lingua seppure scarna, priva di aggettivazioni preziose e forme ricercate, con frasi spesso brevi e in un tono colloquiale, ci offre immagini di puro erotismo dove chi legge sente di prendere parte ad un amore profondo, conturbante, intenso, capace di cambiare volto ad una vita e di stravolgere il senso di ogni cosa. Una storia che scuote non solo i sensi ma che, attraverso una esacerbata visione del mondo, mina anche le nostre più recondite certezze.

Pedro Paixão è nato a Lisbona nel 1956, e vive a Santo Antonio do Estoril dove esercita come professore di filosofia, pubblicitario, fotografo e giornalista, oltre ad essere uno dei nomi più rappresentativi della nuova generazione di scrittori portoghesi. Ladro di fuoco è la prima opera pubblicata in Italia. Si ricollega alla corrente del cosiddetto realismo urbano. Figura della cultura portoghese di difficile definizione. Sono stati dati alla sua opera i più svariati attributi di generosità e di perversione, di indecenza e di innocenza, riuniti in uno scrittore che reagisce alla vita e all’amore con un inimitabile impulso creativo. Dopo varie raccolte di racconti, questo romanzo è la sua diciassettesima opera.
“Eccessivo ed esageratamente bello nella sua passione, è una particolare riflessione sulla disperazione”. Maria Teresa Horta, Diário de Notícias
È il protagonista stesso a raccontare la storia in prima persona rivolgendosi, in un dialogo dai toni molto intensi, ad una donna che ha segnato profondamente la sua vita. È la storia di un amore, forse incompiuto, forse quello che, più degli altri, ha raggiunto la massima espressione dell’essere. Una passione dai toni ora provocanti e sensuali, ora sentimentali, che come un filo si dipana e dà unità al racconto di eventi più o meno cruciali della sua vita.
La narrazione si alterna tra questi continui richiami ad un tu assente, lontano, eppure elemento chiave per la comprensione del senso ultimo della vita del protagonista, e il racconto di eventi attraverso cui il protagonista tenta in qualche modo, quasi sempre invano, di trovare una propria collocazione nel mondo.
“Sono diventato invisibile. Prima di tutto per me stesso. Specialmente gli ultimi dieci anni non so dove siano andati. Adesso posso raccontare tutto”.
L’amore di cui si parla in questo romanzo, lontano dall’avere una connotazione idealistica, è solo un elemento volto a dimostrare l’incomunicabilità e l’isolamento che trasformano l’individuo in un enigma per l’altro e rendono la relazione un confronto impossibile.


(Breve estratto)

Ladro di fuoco

La qualità della luce

1

Ti ho vista solo due volte. Mi hai colto

impreparato. Sono stati i tuoi occhi, o il tuo

sorriso.

La prima volta non ci parlammo. Stavi semplicemente

in piedi. Guardavi lontano. La seconda

mi dicesti che non facevi niente, che

non intendevi fare niente, che tutto sarebbe

stato inutile. Che ti sarebbe piaciuto portare

un po’ di felicità a qualcuno e non sapevi come,

né a chi. Continuammo a bere e poi mi

invitasti a ballare dietro a una tenda.

Il tuo corpo era sottile e si muoveva aldilà

della tua volontà, al suono della musica che

ci emoziona senza che ne sappiamo il perché.

È così bello non sapere nulla. Fu questo che

mi piacque subito di te, non sapere nulla di

te. Non pretendevi essere altro che quella che

eri. Qualsiasi ambizione ti avrebbe macchiata

per sempre. Ognuno è un mondo che ignoriamo.

È così strano conoscere. Impariamo e

poi disimpariamo. Ognuno una piccola mol-

titudine. Ti ho vista solo due volte ed è stato

abbastanza perché tu catturassi quello che mi

resta dell’anima e duole più del piacere. Da

dove venivi? Dal nulla. Dove andavi? Verso

il nulla. Siamo fatti di nulla, ma tra noi e dio

non c’è nessuno.

All’uscita ti vidi da lontano e ripetei ancora

il tuo nome perché tu lo udissi. Potevi anche

essere un’altra. Io non so quasi niente di te. È

lecito sbagliarmi. Mi sbaglio così facilmente.

In un attimo il desiderio si impossessò di me.

Desiderio neanche so di cosa. Forse di abbracciarti

e dissolvermi nell’abbraccio. Non

voglio essere più io, la tenue ombra che avanza

di spalle. Tu proseguivi lentamente e non

ti voltasti. Forse non eri tu, forse eri una leggera

allucinazione. Oppure un’altra persona.

Magari nemmeno esisti. Sei davvero o per

finta. Fui catturato dai tuoi occhi dolci, un

po’ tristi, dal tuo sorriso grande quanto il

mondo.

La cosa migliore sarà non rivederci.

Il tempo ci sorprende continuamente con

incontri e addii. Tu sei arrivata quando pensavo

che nessun’altra sarebbe arrivata. Con il

mio piccolo cuore al centro del mio corpo liquido

avevo perso qualsiasi speranza. Una

ad una. Nella vita che succede ai giorni. Nella

disillusione che cancella tutto ed è giusto

che sia così. Persino nella vittoria c’è un po’ di

fine, perché ogni vittoria è effimera e non

torna. Ti vidi mentre uscivi.

Dissi il tuo nome. Non ti voltasti. Forse non

eri tu. Forse eri un’altra. Eri alta e magra e il

tuo corpo avanzava nella notte sopra un fino

strato di nulla. Fu allora che desiderai che tu

fossi mia.

Me ne pentii subito. Cosa ne farei io dei tuoi

capelli d’oro, della tua dolce voce da bambina?

No, non voglio che tu sia mia. Preferisco

essere tuo se è per sempre. Sempre mi sembra

una parola inutile. Ciò che fu, così è e così

sarà. Un momento di pura allegria. Dove sei

tu? Cosa cerchi? Che ne fai delle ore che tessono

i giorni? Molte volte ho pensato di abbandonare

le parole perché le parole sono

imprecise. Non sanno dire. Sono rozze, poco

nitide, destinate al malinteso.

E, intanto, parlammo. Non la prima volta,

che passasti come chi fugge, ma la seconda,

mescolando le lingue.

Mi dicesti che niente facevi, che niente pretendevi,

che stavi semplicemente lì e io ti ringraziai

in silenzio perché in te mi riconobbi.

Manca poco tempo, è questa la fine, il silenzio.

Ma ci sono ancora cose che è necessario

fare. Finirne una, soltanto per poi iniziarne

un’altra. Una ad una. Con te tutto mi sembrò

tornare ad essere. Le strade, gli alberi, le stelle

che ci guardavano dal cielo di un blu molto

intenso, senza fondo. Sì, fu di notte che mi

consegnai a te. Mi hai colto impreparato.


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