:: Home » Eventi » 2006 » Aprile
2006
28
Apr

Faranews Maggio 2006

di
Commenti () - Page hits: 950

FARANEWS ISSN 1590-8585
Mensile di informazione culturale a cura
di Fara Editore  http://www.faraeditore.it/faranews/nuovo.shtml


Numero 77
Maggio 2006

Editoriale: "indecidibile santo, corrotto di vuoto"

È un verso della miniraccolta poetica di Massimo Orgiazzi che apre questo Faranews. Il vuoto corrotto potrebbe essere, agostiniamente, il male come privazione di bene. La santità indecisa è forse legata al tema del libero arbitrio. In una riga una visione dell'uomo (non a caso la poesia si intitola Io sono, che è anche il nome di Dio): questa è la forza della poesia. Troviamo nelle poesie di Luca Ariano, Giuseppe Callegari e Franco Casadei altri motivi pro-vocanti che scuotono i nostri occhi ormai abituati a tutto. Il saggio critico di Vittoria Bartulucci su Acquaforte ci avvicina al mondo creativo (cioè poetico) di Gladys Basagoitia: "la poesia / viene da tutti da tutto". Massimo Pasqualone ci suggerisce che il lettore è il vero artefice della poesia e Romolo Scodavolpe, recensendo FaraPoesia, parla di "voci non peregrine e non flebili". Agurandovi una buona lettura, vi ricordo il nostro concorso Prosapoetica "terra/di/nessuno" e vi segnalo questo convegno camaldolese
http://www.faraeditore.it/html/eventi06.html#camaldoli

 

Miniraccolta

di Massimo Orgiazzi

La vita liquida

Qui si sta ad ascoltare
giorni strisciare sul fondo abrasivo,
sul pavimento del bagno mai pulito, si perdono
chili, nozioni di cinema e fisica
vecchie canzoni di quando s'era marinai
bambini, eroi – i nastri rossi ai capelli
perdite idrauliche
unità di tempo arbitrarie
più danni di mesi, meno di anni
piastrelle crepate
“le so fissare per ore”
“ma è ora di pranzo”
grazie ancora di cuore di queste misure
la vita che liquida cola nelle fessure

28 Ottobre 2005


Che ci lasci tornare

Fuori il vento faceva del giorno una lama
abbagliante, gli scuri già chiusi su un sole
supernova agli affanni, alla luce del doppio più intensa
si cambiavano panni ai bambini nell'ocra di specchio per terra
i cannoni, le bocche puntate sul cielo a fine giornata
l'aria chiusasi nei cassettoni confusa con un temporale
ed il male dell'essere al fondo del tempo già nati
circoncisi dal verso retrogrado di orbite lunghe
effemeridi strane di nascite al nulla biologico
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sangue-lacrime al conto le polveri agli occhi
se nel piangere interi gli incendi solari crollava
un pianeta gemello invisibile oscuro – le chiese
i non luoghi del sempre a spazzare l'asfalto ed i ponti
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Che ci lasci tornare quell'attimo prima del sonno
che ci lasci tornare che prima del dopo
a giocare con poco – i capelli del bimbo che chiari di viso
nei suoi occhi quel nome
il sorriso

1°-03 Novembre 2005

Le piogge della notte

Ma le piogge notturne sulla terra sospesa
Hanno ridestato l’ardore che tu chiami il tempo.
(Yves Bonnefoy)

Mi svuoto al pelo libero, mi devo,
si accosta la giornata ancora corta, la
memoria simultanea già morta, in
cerca di massa stabile, chiariva, verde fotoelettrico
autotreni di piazzali.
“Ecco, m’hai fatto vivere settant’anni”
ordinando a segmenti i cimiteri con il tempo, ma
in me c’è sabbia: invece stento, recide fine
precisa come un guanto, su risacche indipendenti
di vivi e di entità, bisbiglio spurio in variabili tonali
di detrimenti periodati, vite estratte a punti come denti.
Di fuori il cielo spegne, fino al chiaro nella fuga,
la prospettiva non sarebbe che uno schizzo, muta
l’aria, nel vuoto d’aria di quel vento.
Ed il tempo una frase a scarabocchio nero
“non riesco a leggerlo”: navigazione non in crescita, sul
versante non pendente del pianeta.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ogni ora in un ricordo, io e te su quella valle
l’incedere geometrico del cielo, le piogge nella notte
hanno detto.

06-09 Dicembre 2005


Il passo esatto

Centoventi metri di sole, al fianco di dicembre
raggelano, si spengono in dodici minuti, in ombre
nei geli semifreddi, sufficienze di pensiero al troppo pieno
il cronicario della testa, lordo al peso, fino
di questi giorni, calma delle cose al loro posto.
Cura femminile per scegliere una camicetta,
pence per pence, bottoni sul colletto;
le somiglianze di cellulari, ognuno nel suo letto,
il passo esatto nei centri commerciali, le casse che pacate
ticchettano scontrini e, le penne da scrivania
distese quadro delle linee sul presente, costante resto del tuo tempo.
In tutto questo
strano che tu ci sia, che tu ancora emerga piano
come una chiamata a vibrazione che solletica la mano
da freddo che ricopre l'aria, regola applicazione,
ricorso-fuga ad assestarsi ai cicli, alle sequenze
di quel che mai è stato; a sdilinquìre il verso
delle cose: "saremmo stati, io e te". Non volere|essere
che segno, disaccoppiamento dalla storia
una nota sola, un pegno dell'istante,
una rata di tutto il pagamento.

11-13 Dicembre 2005


Io sono

Mi guardano come se fossi io sono
compresso di scatti, di idiomi malati, un uomo
di dati, una remora prima che dura irridotta,
indecidibile santo, corrotto di vuoto
un gioco, con regola singola e – batch che non filtra
Mi sentono consono al suono di uno stendino,
al vestito che sgocciola in attesa di vento.
Nel mese di nascita corto c’è sempre lo stesso
triangolo sole, muto di muro apparenza. Ad esso, speranza.

15-17 Dicembre


T con c

Cadiamo, di sonno più solido tra, spesso,
le pietre di idoli, tra lettere, una lettera t
sulle cose, su tutto, il tasto rimasto premuto, ingrossato
di sporco, restare, come se tutto chiedesse di grasso,
per poter rimanere in ascolto, del delicato, del respiro
del bimbo; di come i tuoi di capelli siano
tesi di tempo – che è campo, che sfera
contenimento, d’umore e di piano, sull’orlo
del mare, mai uguale, contorno.
Può essere qua, può nel ritorno
per t con c che tende al colore, darsi di sole,
stare nel centro, voluto, di questo piccolo mondo.

22-23 Dicembre 2005


Scienza del vissuto

Destituire il resto,
resistere dopo
tutto, più contento. Costringere
stringersi non è d'uopo
sul ricordo, sui rumori
del frantoio, sui soli
della luce nell'orologio, so
di che piante istòriano, che fiori,
la fede ben ficcata a fondo, debole
nel giro buono, nella vera
madre di questo mondo,
so noi essere, a sera
tutto quanto, il caldo
la veranda, il pianto
dei bambini - meno il resto.
Da lì in poi è scienza
del vissuto: è tanto.

13 Aprile 2006

Massimo Orgiazzi è nato a Torino nel 1973, ma vive e lavora in Valsesia, nel vercellese, dal 1990. Ingegnere meccanico, nel tempo libero scrive e si occupa di rassegne e attività cinematografiche nella sala della sua città, Varallo. Nel 2003 ha pubblicato la raccolta di racconti brevi Gli aerei volano ancora per l’Editice Clinamen di Firenze. Sue poesie sono state raccolte in riviste on-line e in alcune recenti antologie.

Torna all'inizio

3 poesie

di Luca Ariano

a Betta

Ti sei lasciato dietro le luci
e gli ultimi fasti dell’Ospedale
Vecchio – lontani lamenti da decubito.
Nelle tasche ti porti un demone
e puoi star fresco ad aspettare l’Angelo,
magari in uno di quei viali fioriti
a festa: è un giardino questa sera Parma.
- ti dicono che cambierà…
… ai loro tempi si stava meglio.
Tu c’eri appena il padre se ne andò,
s’ammalò la madre e ora che il coltello
sfiora la tua piaga è rimasto il tempo
di pedalare sulla bicicletta arrugginita.
Il momento di prendere un treno,
di correre su e giù e ascoltare il canto
delle sue piogge:
forse si è poeti perché la mattina ritrovi
quella ruga notturna che nessuna lama raderà.

***

La tua figura da coglione l’hai fatta,
con l’improvvisata da veglione,
da amante naif: hai sceso le scale
col volto irrorato dai capillari
e il cappotto tra le gambe.
Non ti salveranno una Guinnes
o una striscia a tarda ora
- ti dicono è come una strana
scena di Friends;
lasciali lontani gli sciacalli
sulle sponde dell’Enza a confondere
le luci dei riflettori coi lampeggianti
e tirando su il finestrino ti catapulterai
nel diario di gorgo d’una domenica.

***

Quei figli – forse unici,
troppo coccolati che ancora tirano
la sottana, la giacchetta
e tenuti in palmo di mano li ritrovi
prime donne a qualche baracconata.
Padri partigiani, figli terroristi
si son suturati le ferite
in doppio petto e l’hai visto anche tu
– costeggiando il Giardino –
il vento che scende sulla sera.
Si è gonfiata la tua pelle e la notte
ti ha grattato pensieri, crampi d’aria
a studiare l’attimo di un ti amo
mentre la vai a prendere s’un binario,
sul divano o dagli scuri sentendo
il profumo di farciò.

Luca Ariano è nato nel 1979 a Mortara (PV), vive tra Vigevano e Parma. Ha pubblicato nel 1999 la raccolta di poesie Bagliori crepuscolari nel buio presso Cardano di Pavia. Numerose sue poesie sono apparse su riviste e siti letterari tra cui Frontiere, Faranews e FuoriCasa.Poesia e su antologie tra cui Oltre il tempo/Undici poeti per una Metavanguardia, curata da Gian Ruggero Manzoni per le Edizioni Diabasis (2004) e La coda della galassia, a cura di Alessandro Ramberti, FaraEditore (2005). Collabora con il sito internet Pagina Zero, Il Foglio Clandestino e La Clessidra ed è tra i redattori della rivista Ciminiera. Nel 2005 è uscita la sua seconda raccolta di poesie Bitume, con la prefazione di Gian Ruggero Manzoni, per le Edizioni del Bradipo di Lugo di Romagna.

Torna all'inizio

Specchio vomitato

di Giuseppe Callegari

Sabato sera

Il tempo.

Percorsi vestiti
di birre vuote
fari di automobili
mozziconi,
religiosamente e nevroticamente,
vissuti.

Strade labirintiche.

Uscita interdetta.

Ricordi confusi.

Vuoto è squarciato.

Il nulla
riempie un’altra notte.

Ipocrisia

Il silenzio colpevole.
Accettazione della casa dell’indifferenza.

Il desiderio del cuore
sconfitto dalla paura della mente.

Una luce accecante
Rende più cupo il buio
del cinico sepolcro quotidiano.

Omologazione

Danze nevrotiche
di dita ipertrofiche.

Medicina all’uopo
di un cielo nascosto.

Specchio vomitato
di frammenti orfani.

Essere,
solo
una surrettizia presenza.

Traccia invisibile
di cammini inutili.


Esistere

Segmenti di sorrisi
Scheletri mobili
di parusiaca tristezza.

Occhi non sazi
scrutano la preda.
Un corno lontano
indica il rifugio.

Crudeli
Dolci
Universali
Strumenti dell’esistere.

aprile 2006


Ospizio

La porta aperta.
Occhi persi nel vuoto
Una sedia
Valigia piena
Lavandino pulito

Bufera di calce e mattoni
Polveri colorate di ricordi

Inutili inseguimenti
Predestinata danza
Caleidoscopio
di una povera e semplice vita.

Vittima predestinata
di un dio pagano.
Volontario orfano
dell’origine
Kamikaze inconsapevole
della foce.

Pareti bianche solarizzate.
Clessidra ostruita
Giostra di camici colorati
Meridiana cancellata.

Avvicendarsi di soli e di lune.
Sempre più sbiaditi
Sempre più lontani…

aprile 2006

Giuseppe Callegari ha pubblicato con noi L'amore si sporca le mani e Messa a fuoco manuale.

Torna all'inizio


2 poesie

di Franco Casadei

Barabba

Ubriaco di libertà segue
quell’uomo, nascosto
fra angoli di case

potrebbe andarsene,
gli è ignoto il condannato,
s’accoda sulla via del dolore
discosto e muto
fino al compimento

lui, il sanguinario,
s’augura che muoia, finisca l’agonia,
ma l’alba di Pasqua ancora è là
acquattato fra i sassi del giardino,
tre giorni d’occhi aperti.

Non sarebbe risorto,
voleva esserne certo…

Senza nome

Ti sei coperta gli occhi
e non mi hai dato un nome
il ferro ruvido come vento
ostile mi ha impedito d’atterrare,
hai reso il viaggio breve.
Redenta dal dolore
sono chi ti manca,
memoria tenera e dolente
dimenticato il male
ti aspetto, lungo il sentiero
rideremo insieme
ora vedi chiaro
e mi puoi chiamare.

 


Franco Casadei (Bertinoro di Forlì-Cesena, 1946), medico otorinolaringoiatra, vive e lavora a Cesena. Dall’età del liceo compositore di zirudèle e filastrocche in vernacolo romagnolo, solo dal 2000 scrive liriche in lingua italiana. Impegnato in ambito sociale e civile, già responsabile dell’Associazione “Medicina e Persona” di Cesena, attualmente coordina il gruppo “Amici AVSI” di Cesena che opera a sostegno dei progetti dell’Associazione Volontari per il Servizio Internazionale, presente nei paesi più poveri del mondo. Ha vinto diversi premi e pubblicato I giorni ruvidi vetri (Società Editrice “Il Ponte Vecchio” di Cesena, 2003).

Torna all'inizio

 

Tutto si fa poesia
su Acquaforte di Gladys Basagoitia

note critiche di Vittoria Bartolucci

bisogna attendere
in ascolto la poesia
viene da tutti da tutto
una ad una
incide le sue note dentro
poi scaturisce

Le parole di Gladys che introducono questa lettura di Acquaforte rivelano, con l'immediatezza e l'intensità della sua poesia, in che modo le "si manifestano" e da che cosa nascono i suoi "versi". Del resto, chi conosce le sue precedenti, raccolte sa che da sempre la poetessa è impegnata a chiarirlo a se stessa e a quanti, attraverso le sue pagine, leggono i suoi pensieri. E così, ad esempio, nel suo unico libro in prosa, Il sorriso del fiume (1995), parlando dei suoi primi contatti con la scrittura, che risalgono ai tempi in cui frequentava le medie, racconta: "Non so da dove, ma mi venivano le poesie, che scrivevo allora con rima ed il più delle volte erano quartine di otto o di quattordici sillabe… Forse quelli dimenticati… formano parte di quelle poesie scritte ad anni di distanza"; e in Selva invisibile (1997) riprende: "Poiché sono sempre lì / in agguato / incalzano certi versi che non cerco / esigono ritmo e forma / non ammettono rifiuti / sicuri / del proprio diritto di manifestarsi."
Ma riprendendo in esame il componimento iniziale e fermando l'attenzione sulle parole: "la poesia / viene da tutti da tutto" ci si rende conto che l'ispirazione Gladys la trae origine dalla realtà nelle sue molteplici manifestazioni. Leggendole, però, ne tornano alla mente altre, come, ad esempio, quelle di "Tutto mi duole" (in Selva invisibile), attraverso le quali l'autrice presta la sua voce a chiunque, a qualunque cosa abbia perso la propria "per sempre", oppure quelle di "Risposta" (in Polifonia, 2000) con cui confida all'amica Lucia De Oliveira che "tutto si fa poesia / in quel magico spazio / dove nascono immagini / diventa vita il simbolo / propizio il sogno".
Ma dove si trova "quel magico spazio"?
Proprio alcuni componimenti di "Rapsodia di silenzio", prima sezione di Acquaforte, forniscono l'indicazione necessaria per scoprirlo. È "il silenzio", infatti, ad essere da lei definito come "nutrimento del canto" e di esso ne "la notte" che "avanza / si colgono le infinite possibilità" mentre "si percorre il cammino profondo / sino all'isola dove / si annidano i pensieri / emozioni / dove si generano / le poesie del domani" perché, scrive sempre nella raccolta, "giorni e notti d'alto silenzio" sono "dimora sacra / del pensiero" cosicché, come ci rivela la poesia "Ricchezza", anche "la casa senza eco né ornamenti" è però "calda" perché "prodiga di sogni".
D'altra parte, i versi citati mostrano come la loro autrice sia capace di compiere la magia di trasformare, ricorrendo a delle intense, originali metafore, dei concetti in poesia, cosa che è ancora più evidente quando descrive il metodo che usa per dar loro modo, una volta usciti insieme con le "emozioni" dall' "isola dove / si annidano", di ancorarsi al foglio: "foresta di parole / toglie il respiro", afferma infatti nella stessa sezione di Acquaforte, e conclude che non resta altro da fare che "spogliare / mondare per arrivare al frutto", parole che ne riecheggiano ancora una volta altre, quelle attraversate dal sorriso di "Per fare l'amore fare poesia cucinare" (componimento che fa parte di Selva invisibile): "Misurare con intelligenza… / Indovinare il fuoco necessario: la qualità del fuoco / l'intensità la durata del fuoco / Togliere il superfluo."
Bisogna chiarire a questo punto che, anche se quanto è stato detto sinora può dare l'impressione che la poetessa ripeta idee da lei già espresse in altre pubblicazioni a proposito del suo rapporto con la scrittura, in realtà il suo è un ritornare in momenti successivi su quelle che, come se fossero una guida di cui non può fare a meno, tiene sempre presenti mentre scrive, precisandole, però, e cogliendone altre sfumature, affidate ad immagini sempre nuove. Del resto, è necessario tenere presente il fatto che, essendo anche una biologa e avendo quindi dimestichezza con la scienza, Gladys è naturalmente portata ad analizzare, a fare raffronti, a scoprire differenze e somiglianze, ad enumerarle, a combinarle… ad osservare, insomma, ciò che accade da ogni angolazione possibile, come se si trattasse delle "schegge /di un magnifico cristallo".
E ciò risulta evidente anche nei numerosi componimenti di Acquaforte che rivelano il suo desiderio di imprigionare sul foglio (sul quale il suo sguardo mai stanco di conoscere e di rapportarsi a tutto ciò che le sta intorno spesso si posa), trasformandoli in poesia, ora gli innumerevoli aspetti della natura intorno a noi (ricordiamo a tale proposito i versi di "Sole", "Albeggiare", "Un giorno", tra cui c'è da notare quello bellissimo: "un giorno così sole così fiore") ora le sfumature dei sentimenti, degli stati d'animo, dei comportamenti di ogni essere umano (e in particolare dei suoi) ora i momenti dell'esplorazione di un organismo sino a raggiungere le "cellule di cuore oscuro", come in "Felice bruciatura", quelli del suo andare alla scoperta di una città, come in "Cagliari", del suo doloroso attraversamento di luoghi di guerra, come in "Antipoesia"…
Naturalmente, però, le parole di nessuno sarebbero adatte a descrivere tale desiderio e il modo di realizzarlo, come lo sono quelle (quasi un manifesto poetico) di "Per conoscermi" e "Bagaglio", che fanno parte dell'ultima sezione della raccolta e che bastano da sole a renderla preziosa.
Passando ora ad analizzare il linguaggio usato, si nota ( cosa che è già evidente in altre pubblicazioni) che, pur essendo sempre quello, per varie ragioni, caratteristico della poetessa, esso viene da lei plasmato secondo le sensazioni suscitate da fatti diversi (che fanno parte del suo vissuto o di quello degli altri) o dallo stesso fatto in momenti diversi, tanto da dare a volte l'impressione di un duplice modo di esprimersi.
Alcune poesie, infatti, sono costituite da una successione d’enunciati in cui è ben individuabile il soggetto (chi scrive o un'altra persona) e un ruolo fondamentale è assunto dal verbo, in genere al presente indicativo, all'imperfetto, al passato remoto. In altre, invece, le sensazioni sono affidate ad un caleidoscopio di sostantivi, d’aggettivi che richiamano suoni, colori, odori… mentre il verbo viene usato in modo impersonale, se non è addirittura assente. Può succedere anche che i due modi di esprimersi si alternino nello stesso componimento e che ciò abbia l'effetto di spostare l'attenzione del lettore da singole situazioni a momenti comuni alla vita di ognuno, come accade, ad esempio, ne "Il male" in cui una malattia si muta, negli ultimi due versi, "si diventa albero sradicato / sogno mutilato", nella sofferenza di tutti. Si verifica a volte, invece, il procedimento inverso, nel senso che ciò che succede a migliaia di uomini in altri punti della Terra entra a far parte della vita di chi scrive, come in "Protesta", in cui la poetessa alterna, all'elenco degli orrori di un paese afflitto dalla guerra, attimi in cui, intervenendo in prima persona, dicendo di sé: "ho ululato", "ho lacerato il silenzio nel profondo", "devo lottare per non distruggermi".
Per esemplificare, poi, come plasma il suo linguaggio quando, pur essendo lo stesso il motivo ispiratore, fa riferimento ad esso in situazioni diverse, prendiamo in considerazione due sue poesie che hanno lo stesso titolo, "Inverno". In quella che fa parte di Acquaforte questa stagione viene da lei associata (forse al fine di tradurre in parole il senso di "incuria del tempo che corrode / dissonanza") a un elenco di immagini dai colori smorti, attraversate da suoni smorzati, quasi riprese a distanza, mentre quella che appartiene a Selva invisibile le fornisce l'occasione per dichiarare, attraverso un susseguirsi di verbi in prima persona, "sono amo scrivo vivo", che vita, amore, poesia sono la stessa cosa.
C'è da notare, a questo punto, che è lei stessa a riflettere a tratti sul suo linguaggio, tanto da affermare, in "Rapsodia di silenzio": "muore la sintassi" oppure "non sempre la parola è il verbo / a volte aria / nebbia / brina / acqua in fermento / sospirare di foglie / nulla…".
E ora, per finire, altre due osservazioni.
La prima è che mancano in questa raccolta componimenti dedicati a Perugia, presenti invece altrove. Si potrebbe forse ipotizzare che il pensiero della città, probabilmente mutato, dopo anni, rispetto a quello che era un tempo, se ne stia in un angolo nascosto della sua mente, in attesa del momento adatto per uscire e trovare posto sui suoi fogli.
L'altra è che questa pubblicazione si differenzia dalle precedenti anche per la presenza di versi dedicati a due bambini speciali, i due nipotini della poetessa, che diversamente dalla ragazzina che era lei un tempo, protagonista di un componimento presente ne Il sorriso del fiume e che termina con le parole "Ero. Avevo" o dai "bambini addormentati" per sempre che s'incontrano ne L'infinito amore (1986), vivono nel presente, fanno tornare "la primavera" nella vita di chi li ama, sono "sementi prodigiose di speranza".
E constatando così che nuovi motivi d'ispirazione si sono aggiunti a quel "tutto" da cui, come dice Gladys, ha origine la sua poesia, l'autrice di questa nota non può non concludere le sue osservazioni augurandosi di leggere presto i versi che essi, dopo avere "inciso dentro"di lei, faranno "scaturire".

Torna all'inizio

A chi e a che serve la poesia?

di Massimo Pasqualone

Una vasta gamma di risposte non esaurisce l’essenza dell’interrogativo: poesia per comunicare, poesia per evadere, poesia per riflettere, poesia come terapia.
Certo, anche la poesia come terapia: Febo Apollo era allo stesso tempo dio della poesia e dio della medicina. Un medico romano del I secolo, un certo Sorano, ai suoi pazienti consigliava, per le forme maniacali, la tragedia, per le depressioni la commedia.
La moderna psicoanalisi ci insegna che la poesia esprime i contenuti e i motivi più forti e contraddittori: è la poetry therapy. La poesia diventa quindi una liberazione dalle costrizioni del presente, dalle assurde regole di una società che si definisce postmoderna.
Per questo, come sosteneva qualche tempo fa Bruno Forte, “il nostro tempo ha bisogno di poesia, perché essa apre all’altro, all’ascolto, al tu; è il gradino che precede l’invocazione. E ha bisogno di silenzio”.
La poesia come silenzio sembra un ossimoro, eppure riteniamo che la prima qualità di una poesia che voglia aspirare alla perfezione sia proprio il silenzio: è passato il tempo della poesia assordante, del rumore lirico e parolaio di certa maniera tardottocentesca.
Oggi, alla poesia, si chiede intimità, serenità, pace, tranquillità; in un’epoca impregnata di così profonde lacerazioni, di così terribili scissioni, di così tremende frantumazioni, la poesia fa da tramite per la ricostruzione, ontologica e morale, di questi nostri tempi così travagliati.
Un silenzio che si materializza sulla carta perché la poesia dell’anima, la poesia non comunicata non è vera poesia.
La poesia è sempre e comunque comunicazione, una sublime forma di comunicazione, il momento in cui tra l’io e il tu si crea sintonia, simpatia, anzi, oserei dire empatia.
La dialettica io-tu è perfettamente risolta dal gusto poetico, senza mediazioni, senza eccessivi gargarismi critici, senza sofisticati modelli ermeneutici.
L’accostamento alla poesia non deve essere mediato per essere veramente efficace: la lettura autonoma e libera da costrizioni intellettuali produce una delle più mirabili costruzioni della mente umana, la polisemia ermeneutica.
Il lettore, di lui si dovrebbe parlar molto di più, anche più del poeta, è in definitiva il vero artefice della poesia.
Sembra un paradosso, nessuno se ne scandalizzi, ma chi dà vita alla poesia, non al testo poetico, si badi bene, è colui che legge, che ripercorre quel mistero della creazione poetica che rievoca il naufragio della coscienza di leopardiana memoria.
Riteniamo che l’incontro poeta-lettore sia pressoché impossibile: facciamo finta di sintonizzarci, ma non captiamo i messaggi, soprattutto quelli subliminali.
La lettura del testo poetico va intesa e sollecitata come emozione immediata e bisogno-piacere inesauribile, nel superamento della tradizionale esperienza del lettore catturato dal testo, con l’auspicio di una figura di lettore partecipe-cooperante, del lettore-attore e, alla luce delle più recenti acquisizioni ermeneutiche, del lettore-autore.
Come è stato giustamente detto “la poesia è essenziale alla vita. Nessuno ne può fare a meno, nessuno può disconoscere la sua importanza. Guardare il mondo senza un briciolo di poesia, senza un pizzico di meraviglia, è fare di esso un luogo occasionale e inanimato”.

Massimo Pasqualone due volumi di poesia in vernacolo (Che ce ne freg’a me e Vijate a te) ed uno in lingua (Agende Postmoderne) e i saggi Il Pascoli conviviale. Tra poesia e filosofia, 1996; Dal valore alla vita. Considerazioni sull'etica di Francesco Orestano, 2000, La dimensione etico-religiosa nella poesia dialettale di Natale Cavatassi, 2000; Etica, persona e ambiente, 2001; Primo Fiocchi poeta dalla parte di Dio. La vita, il pensiero, la poesia, 2003; Per una Pastorale delle Comunicazioni Sociali in G.Cocco-M. Pasqualone-D. De Simone, Verso un nuovo Areopago. Per una introduzione alle Comunicazioni Sociali, 2003. Insegna Filosofia Morale all’Università G. D’Annunzio, Etica e Storia della Filosofia all’Istituto Superiore di Scienze religiose “S. Pio X” di Chieti.

Torna all'inizio

Su FaraPoesia

recensione di Romolo Scodavolpe uscita su Il Convivio, Anno VII, 1, Gennaio-Marzo 2006

"Più che un libro, questo volume può essere considerato una sorta di rivista, una occasione per conoscere uno spaccato piccolo eppure variegato della produzione poetica di oggi in Italia": così il curatore (ed editore) Alessandro Ramberti presenta FaraPoesia nella bandella. Apriamolo, questo libro in parte nuovo e, in ogni caso, stimolante nel taglio e nella proposta.
L’introduzione è affidata a Stefano Martello, giornalista e scrittore, che si addentra prima nel “perché” di un’antologia e poi, sinteticamente ma puntutamente e con profondità, nella poesia di Gladys Basagoitia, Daniele Borghi, Carmelo Calabrò, Paola Castagna, Narda Fattori, Maria Lenti, Roberto Mercadini, Ardea Montebelli, Andrea Parato, Massimo Pensante.
Poi arrivano gli autori. In poesia o in prosa, hanno già quasi tutti pubblicato con Fara Editore: e questo è il primo motivo - esterno al contenuto delle opere e alla poetica, per così dire, degli antologizzati - che ha spinto Ramberti a mettere insieme voci molto diverse per formazione, scrittura ed esiti.
Eppure… un filo li può congiungere o può essere dipanato dai loro versi: il filo della riflessione, anche giocosa, sull’oggi, l’interrogativo su un presente in cui ognuno è immerso con le proprie idealità, la memoria, l’esserci, la corporalità, l’ironia e l’adesione sentimentale, ecc.
Ramberti, inoltre, è stato mosso dal desiderio (tutto suo, immaginiamo, e non sondabile, benché si possa rintracciare nella modalità, orali e pubbliche, delle presentazioni delle sue pubblicazioni…) di mettere in relazione tra di loro i poeti: l’uno presenta l’altro e ognuno presenta se stesso. La varietà di voci è tale da suggerire campi, anche semantici, di ricerca impensati e da far supporre che il panorama della scrittura poetica oggi abbia voci non peregrine e non flebili per quanto defilate dalla risonanza, più o meno gridata, delle terze pagine quotidiane.

Torna all'inizio

© copyright fara editore

 
:: Vota
Vota questo articolo: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 (1 = scarso - 5 = ottimo)
 
::
È nata a Montecchio Emilia (RE) nel 1980, ma risiede da sempre in provincia di Parma. Laureata in lettere classiche presso l’Università degli Studi di Parma con una tesi in Storia del Teatro e dello Spettacolo dedicata alle riscritture del mito di Antigone, è attualmente dottoranda in discipline teatrali e cinematografiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Collabora con alcuni siti internet dedicati a letteratura e teatro, con un’agenzia letteraria e con un mensile locale. Da sempre interessata all’universo della scrittura e all’editoria, si è recentemente qualificata al primo posto nel concorso Storie a Mezzogiorno (sezione narrativa). Autrice della post-fazione al libro di Fortuna Della Porta IO CONFESSO, sta attendendo l’uscita del suo primo racconto nell’antologia dal titolo Piccole Storie, edizioni La Chiave.
:: Eventi recenti
 
KULT Virtual Press e KULT Underground sono iniziative amatoriali no-profit - per gli e-book e per gli articoli fare riferimento alla sezione Copyright
Webmaster: Marco Giorgini - e-mail: marco @ kultunderground.org - Per segnalazioni o commenti inviare una e-mail a: info @ kultunderground.org
Questo sito è ospitato su server ONE.COM

pagina generata in 68 millisecondi