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2007
17
Giu

Il Foglio Magazine.3

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Dettagli
Collana: Magazine
Lingua: italiano
Lunghezza: circa 25600 parole (tempo di lettura: 80-116 minuti)
Prezzo: Gratis
Descrizione: Versione elettronica della nota rivista dell'Associazione Culturale ''Il Foglio''. Contiene racconti e interviste.
Estratto

I Giostrai di Ravensbrück


Ce ne stavamo accalcati contro delle mura, stretti l'uno all'altro, per riscaldarci tra noi. Ravensbrück era gelida, ma non era l'Inverno a farci tremare. I giostrai erano in fila nel lato Est, li vedevo camminare verso le docce oltre il filo spinato, piegati, stanchi, senza più nulla del loro fuoco, quello pieno di festosità che avevo visto nei giorni in cui ancora tutto doveva succedere. Non c'era più nulla, né cenere né fumo, e tutto perché qualcuno aveva scambiato il loro calore per il bruciore ardente dell'Inferno, proprio il giorno in cui scoprii che anche i docili sentimenti di un amore ingenuo, sono un mare inquieto in cui anche i pesci annegano, se incontrano le forti correnti dell'invidia.


Julka, la cartomante cieca, diceva che il fuoco dei giostrai di Lubiana annuncia giochi e danze, che più è alto quel fuoco più quelli avrebbero danzato e che i loro canti avrebbero portato onore alla terra. Diceva che i giostrai non credono al cielo e che per questo, a detta di molti, avrebbero dovuto essere condannati: ma se il cielo ama la terra come fa un gitano, il cielo stesso è gitano. Era questo il motivo per cui nessun uomo avrebbe dovuto augurare l'Inferno ad un gitano, perché, chi condanna il cielo al rogo eterno, getta su di sé sventure tali che neanche la magia può combattere.
Il piccolo borgo di San Martino invece, li aveva condannati e aveva sfidato ogni divino e per questo credevo che, di lì a poco, qualcosa di brutto sarebbe avvenuto, per via di quell'affronto.
“Figli del Diavolo” li chiamava il Parroco a messa e noi, vestiti da chierichetti, sgomitavamo.
“Oh, guardami” sussurravo a Marco che non si muoveva ed impastava una preghiera che non aveva mai imparato. Le preghiere erano troppe e tutte dicevano su per giù la stessa cosa, quindi, tanto valeva fare come ci aveva insegnato Marcello l'organista. Ci aveva detto: “Imparate le parole importanti che quasi sempre sono Amen, Cielo, Santo, tutte si somigliano. Poi, fate come se masticaste della gomma e mugugnate”. Mugugnavo a modo mio per far ridere Marco, a mani giunte e testa bassa e muovevo il sedere come la farfalla dei giostrai, Citronèeka.
“Padre Nostro um cha cha. Um cha cha, nei cieli, cha. Um cha cha glorifichiamo, um cha cha peccati cha!”

Marco rideva. Timido com'era, se avesse beccato una sgridata durante la messa, sarebbe come minimo svenuto dalla vergogna, ma io continuavo, anche perché vederlo svenire era sempre meglio che vederlo pregare: “Um cha cha, Santa Maria, um cha cha! Il fuoco dei giostrai era alto, voleva dire che la sera ci sarebbero stati i mangiatori di vetro, i serpenti e che Julka avrebbe letto le carte per pochi spiccioli. E poi ci sarebbe stata la farfalla danzante. Lei avrebbe ballato, le sue gambe si sarebbero scoperte ad ogni vorticata e in uno di quegli attimi mi sarei gettato in terra per vederle le mutandine sotto la gonna colorata e piena di campanellini. Le avremmo visto i piedi nudi, il petto scoperto e le natiche tonde, sporgenti ed ondeggianti, per tutta la sera. “Andiamo dopo?” chiesi a Marco, ma quello non rispose e calò la testa. Ed io continuai: “Um cha cha, ti sfido a mangiare il vetro come quel vecchio, un solo pezzo”, ma Marco guardava in terra, come se volesse scomparire sotto quelle lastre di marmo che costavano più di quanto pesavano. Sentii il mio orecchio cercare di staccarsi dalla testa per trasportare il resto del corpo fino al leggio al centro della navata. “Allora” disse il Prete, “recitiamo assieme il salve Regina?”
Sul libro su cui puntavo gli occhi non v'era scritta alcuna preghiera se non quelle che mai neanche un santo avrebbe letto, ed io mi ritrovai con poche parole nella mente e tanti mugugni nei ricordi. “Salve Regina” dissi e mi fermai mentre la gente sorrideva con il dovuto garbo e gli anziani mormoravano che un figlio di contadini rispettabili come i miei, doveva sapere le preghiere. “Salve a te” mi disse il parroco e si diresse verso il mio orecchio.
Corriamo per le vie del campo, io e Marco, e gli grido di scappare e di non guardare indietro.“Tu sei un pazzo” mi dice, “ci uccideranno, i miei lo faranno, il parroco lo farà, mi metteranno in collegio dalle suore”. Ma io corro verso Citronèeka e i giostrai mentre il loro fuoco mi brilla negli occhi. Dal punto in cui sono posso sentire i violini suonare e quegli strani strumenti accompagnarli: “Corri Marco, che domani potremmo pure morire, per questo stanotte voglio vederle i seni!”
“Finirai all'Inferno per questo e per tutto il resto. Non si scappa da una Chiesa, non si dice seno!”
“L'hai appena detto anche tu, sei scappato anche tu!”
“Oh santo Dio!”
“Ci confesseremo domani e ci faremo perdonare anche la tua bestemmia”.

...continua...

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