
Guanda Editore
Pagg. 235 Euro 16
Lo scrittore fiorentino, dopo il suggestivo
ed intenso “Morte a Firenze”, ci offre un’altra prova narrativa,
cambiando registro narrativo. Al centro del’impianto narrativo non vi è,
questa volta, il commissario Bordelli ( il personaggio creato da Vichi ), ma
Mario Rossi, un ragioniere di 63 anni che lavora in una ditta di imballaggi a
Scandicci. Conduce una normale esistenza, scandita dal tran tran quotidiano, divisa
fra casa ed ufficio, non viaggia, non si conduce svaghi se non un cinema quando
piove o una gita a Fiesole in una bella giornata con la moglie Gisella. I due
figli, ormai grandi, sono andati via da casa e il ragioniere si rifugia nel suo
“buco”, l’ex stanza della figlia, per ascoltare musica classica , in
particolare la Cavalleria Rusticana, e bere qualche bicchiere di grappa. La sua
vita viene ad essere sconvolta dalla morte, per trombosi, della moglie e i
figli sono preoccupati per il futuro del padre. Ce la farà a “camminare“ da
solo, con le proprie gambe, senza la moglie? si abbandonerà alla malinconia e
cadrà in depressione? Preoccupazioni inutili perché Rossi, che qualche giorno
prima della morte della moglie si era tagliato i baffi , quasi a voler cambiare
immagine, vuole dare una sterzata alla sua vita, vuole cambiarla,
riappropriarsi della propria esistenza umana, fare le cose che non ha mai
fatto, un po’ per pigrizia, un po’ per l’educazione familiare rigida “ Non è da
te”, gli diceva, sovente, il padre. “Nella sua vita non aveva scelto, non era
stato lui a decidere e la sua era una ribellione sconclusionata, come la corsa
di un pietrone che rotola giù da un precipizio”. Aveva bisogno di ancorarsi a
qualcosa,una qualsiasi e doveva ricominciare da capo un’altra volta, anche se
del suo futuro non sapeva nulla. Poteva succedere qualsiasi cosa”. Decide di
ribellarsi a se stesso, alla squallida vita che ha condotto per 63 anni e va in
pensione. Parte per Roma dove,m tra le altre cose, assiste alla morte di uno
spacciatore di droga, si innamora perdutamente di una prostituta, dilapida un
mare di soldi , ritorna a Firenze, città natale dove Vichi ambienta i suoi
romanzi, ma è come lo scorpione che trova in cucina e rinchiude in un
barattolo, non riesce a liberarsi da se stesso, dal proprio passato, ad
inventarsi un’altra vita. Rimane prigioniero di se stesso, della propria
esistenza umana, nonostante i suoi tentativi di cambiarla siano numerosi, ma
pericolosi in quanto la vita vissuta dopo la morte della moglie, sarà un
continuo fallimento e lo porterà a compiere una serie di azioni sporche ed
inutili, a riprova della doppia personalità che esiste in ciascun essere umano,
della “bestia” che cova dentro ogni uomo e che può esplodere. Il finale che ci
regala lo scrittore fiorentino è molto suggestivo e prassi consolidata vuole di
non svelarlo . Impianto narrativo solido e robusto, caratterizzazione del
personaggio ottima, quello che caratterizza questo libro è sia la storia , ma
anche la scrittura: limpida, chiara, diretta ed immediata, priva di
ricercatezze linguistiche perché a Vichi interessa trasmettere al lettore la
sua storia che è un pretesto narrativo per lanciare i suoi messaggi.
Considerato, a torto, uno scrittore di libri gialli, anche per i suoi libri sul
commissario Bordelli, lo scrittore pone l’attenzione sull’introspezione
psicologica dei personaggi, sul loro vissuto, non a caso nel libro vi sono
molti ricordi di Mario Rossi da bambino, riuscendo a mescolare egregiamente
passato e presente. Un bel libro, una storia che riguarda tutti noi, perché
tutti possiamo essere Mario Rossi.



