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2005
15
Mar

Ragù di capra

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(Gianfrancesco Turano - Dario Flaccovio Editore)

È in libreria l’ultimo romanzo della collana Gialloteca, edito da Flaccovio Editore, “Ragù di capra”, opera di esordio di Gianfrancesco Turano.

La vicenda ruota attorno a un piano apparentemente ben congegnato da un piccolo imprenditore milanese. Il piano consiste nel truffare l’assicurazione fingendo un naufragio con lo yacht e nel rimanere nascosto in attesa di incassare il denaro in un paesino della Locride. L’appoggio logistico in Calabria viene fornito dal socio in affari a Milano, nipote del capobastone locale.

La figura del protagonista, Stefano Airaghi, imprenditore e truffatore milanese, è ben costruita, come del resto quella dei tanti personaggi minori che formano il tessuto umano del paesino della Locride che ospita la “latitanza” del protagonista, il cui intento è diventare ricco (“…era abituato ai meridionali e alla bruttezza. Un altro al suo posto si sarebbe messo a piangere. Ad Airaghi quello squallore non faceva effetto. Niente gli faceva effetto al di fuori del suo obiettivo. Diventare ricco. Neppure. Diventare ricchezza e sparire in un gorgo di benessere. … Dopo la dichiarazione di morte presunta, sarebbe diventato nuovo, morto e ricco, limpido come un cristallo”).
Airaghi si dimostra subito critico nei confronti dei calabresi e della Calabria a partire dalla cucina, dai maccheroni con ragù di capra che dà il titolo all’opera.
Dalle prime pagine è evidente la totale incomprensione da parte del protagonista dei meccanismi che regolano i rapporti locali. Manager spavaldo e sicuro di sé, si sente superiore al paese arretrato, fatto di gente che parla poco, che non lavora, che vive di espedienti e non ha voglia di farsi una posizione. Mentre Airaghi, che pur viene dalla strada, ha trovato il modo di fare fortuna ed è diventato proprietario di uno dei più grandi negozi di hi-fi di Milano (“Quando il padre se ne era andato, si era trasferito a Rozzano con la madre. … Un altro arrivato da Rozzano avrebbe baciato la terra promessa e si sarebbe messo a fare figli. Per lui il negozio era un gradino superato”).
Nonostante si senta superiore, per esperienza e capacità imprenditoriali, rimane in qualche modo attratto dalla gente e soprattutto dal rispetto dimostratogli, così diverso dalla falsa cortesia dei rapporti professionali milanesi (“Airaghi ci si divertiva, ma da qualche parte, gli tornava un rigurgito di noia. Era un manager, una persona adulta. Cosa ci faceva con quelli?… Non voleva sfottersene di tutto. Non voleva diventare calabrese. L’unica cosa che gli piaceva di quel posto era il rispetto, come chiamavano i rapporti tra òmini, e l’aveva ottenuto senza comprarlo perché il rispetto vero non si vendeva. … Eppure nonostante fossero una banda di falliti calabresi lo rispettavano. Lo vedevano come un uomo di valore. Cosa che Airaghi era in pieno ma non tutti l’avevano capito…”). E senza comprendere appieno il senso profondo di questo atteggiamento di rispetto, che lo lusinga e ne offusca il giudizio, Airaghi decide di entrare in attività nella Locride. Durante il suo forzato soggiorno in meridione, un po’ per noia e un po’ per sfida, cerca altri modi per arricchire: affari sporchi, soldi facili, almeno in apparenza; ma “gioca fuori casa”, e la Calabria non è Milano.
Senza tenere conto del sostrato nel quale si muove, della logica ferrea che controlla il paese, si pone a capo di una cosca da lui fondata, costituita da giovani delinquenti, ragazzi allo sbando, miserabili, “gente che non appartiene a nessuno, che nessuno sostiene”. E si convince di offrire, con i suoi loschi traffici, una via di salvezza a questi ragazzi allo sbando, alle loro vite fatte di povertà, mancanza di lavoro e di interessi, ragazzi che senza di lui, imprenditore capace, “sarebbero tornati calabresi teroni buoni a niente”.
Così facendo, quasi inconsapevolmente, si pone in concorrenza con il boss locale, zio del suo socio. Airaghi rimane estraneo al microcosmo che lo circonda e che ingenuamente crede amico. Questo sottovalutare la realtà locale per lui milanese solo lontano da casa non è errore da poco.
Rimane inevitabilmente coinvolto negli endemici contrasti che scoppiano tra le varie faide, delle quali non comprende fino in fondo il codice e i rituali, i legami forti, quasi indissolubili. E da carnefice a vittima il passo è breve…

“Ragù di capra” è un bel giallo, una storia complessa che procede veloce dialogo dopo dialogo. La vicenda principale della truffa si intreccia a percorsi laterali (la pericolosità della malavita internazionale, il traffico d’armi e di stupefacenti, ecc.) che complicano la trama creando svolte inattese. “Ragù di capra” è un’opera, come si vede già dalla prime pagine, molto curata nel lessico che varia da personaggio a personaggio e rimarca la differenze tra le due culture rappresentate. Le frasi, le espressioni tipiche, i proverbi azzeccatissimi caratterizzano in poche battute due ambienti del sommerso, dell’illegalità, due mentalità, ciniche e violente, il mondo del manager milanese e quello calabrese della “Famiglia”.
Gianfrancesco Turano propone, in questa prova di esordio, un romanzo intrigante, ben scritto che di certo non deluderà il lettore.


Per coloro che già conoscono le edizioni Flaccovio, una novità. A partire da questo romanzo i libri della collana Gialloteca, presentano una nuova veste grafica, più semplice ed elegante, come già nella collana Tempora. Sfondo nero con immagine a centro pagina e titolo su fascetta gialla. Sobrio e d’effetto.

 
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:: Stefania Gentile
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