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2012
16
Mar

Intervista a Lorenzo Montanari

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autore del libro “Pronto soccorso dell’italiano”
edito da La Scuola
 
 
 
 
È strana la vita e a volte riserva sorprese del tutto inattese. Premetto che di Lorenzo Montanari non ho mai letto nulla, e altrettanto posso dire che il suo nome mi era del tutto sconosciuto fino a un paio di anni fa.
Poi, un giorno mi è venuta voglia di leggere due opere di Giulio Cesare, La guerra gallica e La guerra civile, pubblicate dall’editore Barbera cone le traduzioni di Lorenzo Montanari, traduzioni che, senza svilire i testi originari, sono improntate a un adeguamento del linguaggio all’uso corrente, e quindi risultano convincenti, ma soprattutto avvincenti.
Questa è stata l’occasione per conoscere un tecnico indispensabile nella filiera delle edizioni, qual’è appunto il traduttore, figura spesso trascurata, ma determinante per confermare il successo di un lavoro scritto in altra lingua.
Ora, Montanari si ripropone, ma direttamente, come autore di un testo che vorrebbe venire incontro a tutte le difficoltà che caratterizzano l’uso della nostra lingua. Non si tratta di un Bignami, ma di un testo scorrevole che affronta tante problematiche, fornendone le soluzioni. Forse non indispensabile per chi ritiene di conoscere bene l’italiano, è pur tuttavia necessario per fugare qualche dubbio, per consolidare le eventuali certezze.
Ne parlerò, senz’altro, visto che mi ha convinto nell’impostazione e nella realizzazione, ma mi sembra più che mai giusto dare la parola in proposito all’autore, con una di quelle interviste che ogni tanto ritengo opportuno effettuare.
 
D: Si può comprendere la necessità di questo manuale, ma la situazione è davvero così grave, cioè gli italiani non sanno parlare e, soprattutto, non sanno scrivere nella loro lingua?
 
R: Il titolo del mio libro, scelto dal mio editore (da latinista, io avevo optato, in un primo momento, per un più semplice «Vademecum dell’italiano»), è una sorta di provocazione: c’è bisogno di un «pronto soccorso» per la nostra lingua? Credo che sia evidente a tutti, addetti ai lavori e non, che l’italiano, negli ultimi 40 anni, è stato reso straordinariamente fluido (come mai prima, nella sua storia) da più fattori: numerose ondate di immigrazioni, i più coloriti e vari slang giovanili (appresi anche dalla televisione), l’influsso massiccio della lingua inglese, la sintesi estrema del linguaggio del web e delle comunicazioni mediatiche in generale. I tratti più marcati del parlato, poi, hanno invaso la lingua di ogni situazione comunicativa, semplificando (per alcuni «impoverendo» e «imbarbarendo») l’italiano, appiattendolo e rendendolo molto poco formale. Secondo il mio punto di vista, ma anche secondo quello di colleghi ben più autorevoli di me, occorre mettere ordine in questa Babele comunicativa in cui tutto sembra essere concesso. Bisogna ritrovare la rotta e fornire punti di riferimento chiari: esistono delle regole che non devono essere vissute come «catene», ma come occasioni per rendere la nostra comunicazione più corretta, chiara ed efficace. Occorre far capire ai giovani che non si può comunicare come si desidera, non tenendo conto né dell’interlocutore né della situazione, o, ancor peggio, pensando che commettere errori sia un peccato veniale a cui nessuno deve fare caso. Il modo in cui noi comunichiamo, infatti, parla di noi: quanto meno corretti siamo nel rivolgerci agli altri, tanto meno positiva è l’impressione che noi diamo ai nostri interlocutori, e tanto meno chiaro è il messaggio che noi passiamo. Il rispetto per la nostra lingua e per l’atto comunicativo è uno dei fondamenti dei rapporti interpersonali. Comunicare ha anche una dimensione sociale che troppo spesso non viene sufficientemente messa in evidenza. Se non si batterà la strada della correttezza e della chiarezza della comunicazione, si correranno due rischi potenzialmente molto gravi per la nostra lingua italiana: il disordine comunicativo e la progressiva perdita di autorevolezza e prestigio dell’italiano.
 
D: Ho letto di recente che c’è un piccolo, ma pericoloso incremento degli analfabeti, ma quello che preoccupa di più è la percentuale degli analfabetizzati, un 20% di gente che, pur avendo a suo tempo imparato a leggere e a scrivere, ora non è più in grado di fare né l’uno né l’altro, per non aver esercitato per lungo tempo la loro mente. In buona sostanza hanno disimparato e ora, più che mai, sono alla mercé dei messaggi dei media, quasi sempre fuorvianti e sovente pregni di strafalcioni. La situazione, quindi, è veramente preoccupante. Secondo lei, quali sono i motivi di questa disaffezione per la nostra lingua, in particolare, e per la cultura in genere?
 
R: Il dato che lei riporta e ricorda è mostruosamente spaventoso. Non esagero a definire «ridicola» e «incredibile» questa situazione, per la quale proprio in questo momento di massimo sviluppo tecnologico ed informatico globale, vi siano persone incapaci (o non più capaci, i cosiddetti «analfabeti di ritorno») di accedere in modo nutritivo e competente alla loro lingua madre. Credo che grandi e severe responsabilità abbia la scuola, incapace, soprattutto dagli anni Settanta del Novecento, di rendere meno sterile lo studio della lingua: le ore di «Grammatica» sono risultate sempre sgradite agli alunni perché non si è capito che una fredda e mnemonica descrizione della lingua non ha alcuna ricaduta sulle competenze che servono realmente nella vita di tutti i giorni: leggere in modo non ingenuo e scrivere in modo controllato ed efficace. Credo che in questa prospettiva debba essere letta anche la provocazione che lei lanciava nella sua domanda, mettendo in evidenza come molti di noi sono vittima dei messaggi subliminali, spesso scorretti formalmente, con cui veniamo bombardati dai mass media: una persona impreparata sotto il piano delle competenze linguistiche è un lettore ingenuo e facilmente raggirabile dalla pubblicità. Non si può che essere d’accordo con lei, Renzo. La scuola deve rinnovarsi e ridare lustro alla riflessione sulla lingua, che dovrà sempre di più insegnare ai giovani, ad esempio, la correttezza e la chiarezza nell’esposizione orale e scritta. Queste non sono solo qualità, ma «valori» che trascendono lo scorrere del tempo e delle mode comunicative. Anche nella vita di tutti i giorni. Un sms scritto in modo chiaro e corretto è più gradito rispetto a uno buttato giù in modo brachilogico (ossia così sintetico e contratto da diventare quasi indecifrabile), sciatto, eccessivamente informale o, semmai, irrispettoso di chi lo riceve. Nonostante siamo in un’epoca di comunicazioni massmediatiche e informatizzate, io credo che non dobbiamo ancora fidarci troppo della tecnologia: nel primo capitolo del libro, ad esempio, faccio alcuni riferimenti ironici al fatto che i cosiddetti «correttori automatici», piuttosto ironicamente, non siano capaci di correggere automaticamente i nostri errori, perché il cervello dell’uomo è ancora più intelligente di qualsiasi macchina, in fatto di competenze linguistiche.
 
D: Un paio di anni fa ho letto un libro interessante, al punto che ho ritenuto opportuno recensirlo: Breviario d’italiano, di Lucio D’Arcangelo, autore che poi ho avuto occasione d’intervistare, in quanto membro del direttivo della rivista culturale Il filo d’Arianna. Dalla lettura di questo libro e dal colloquio con l’autore ho ritratto chiara la sensazione che prima di tutti sia proprio il Ministero della Pubblica Istruzione a non interessarsi affinchè venga introdotto un insegnamento completo e avvincente della nostra lingua. Conoscerla non è solo indispensabile per esprimersi correttamente, ma anche per comprendere il contenuto di testi di genere vario, ma di rilievo didattico, e che contribuiscono alla crescita culturale dell’individuo. Poiché più si sa, più aumenta lo spirito critico, mi è sorto il dubbio che questa trascuratezza nei programmi d’insegnamento dell’italiano, non imputabile tanto agli insegnanti, quanto all’istituzione preposta, sia voluta, al fine di creare un popolo di pecore belanti, succubi, per non dire prone, ai voleri di chi detiene il potere. Il mio augurio è che io corra con la fantasia, ma a onor del vero, così come la meritocrazia si è dileguata e il mondo sembra destinato all’impero dei mediocri, potrebbe anche darsi che non sia poi così lontano dalla verità. Le tante e contrastanti riforme scolastiche, la riduzione dei fondi per l’insegnamento sembrerebbero avvalorare la mia ipotesi.
Al riguardo, lei che ne pensa?
 
R: L’intreccio che lega la cultura, l’accesso alla quale è garantito e tutelato dalla nostra nobile Costituzione, alle ragioni dell’economia è spesso sporcato da logiche del risparmio sulle quali non mi permetto di esprimere giudizi, ma che, da cittadino, sento molto lontane da me. Io credo che non ci sia un piano «dall’alto» per diseducare i nostri giovani. O, per lo meno, non ci sia nulla di consapevole in questa serie di riforme di tagli che caratterizzano tristemente la storia della nostra scuola (e, per quanto riguarda l’insegnamento della lingua italiana, più evidentemente dal decreto 59 del 2004, passato alla storia con l’etichetta «Riforma Moratti», che, di fatto, ha portato ad un dimagrimento vertiginoso delle ore dedicate all’insegnamento dell’Italiano). Conoscere la nostra lingua è fondamentale e nulla mi potrà mai allontanare dalla convinzione che è compito della cuola garantire un adeguato livello di controllo e di uso dell’italiano, essendo la lingua il primo strumento di comunicazione e di accesso ai saperi. Non dimentichiamo, poi, che, come ci hanno ricordato le «Indicazioni per il Curricolo», emanate dal Ministro Fioroni nel settembre del 2007. lo sviluppo di competenze linguistiche ampie e sicure costituisce una condizione indispensabile per la crescita della persona. La lingua scritta, in particolare, rappresenta un mezzo importante per l’organizzazione del pensiero e per la riflessione. La sfida, come può vedere, Renzo, sta tutta qui: nel rendere l’apprendimento della lingua una competenza, non solamente una conoscenza fredda e asettica. Non basta che i nostri giovani "sappiano" la grammatica, ma occorre che questa diventi una parte di loro: "conoscere" non è sufficiente; bisogna impadronirsi delle regole e farle diventare una parte naturale di noi, trasformarle in "competenza". Questa è la sfida del futuro. Chi, tra i colleghi, la raccoglierà e saprà trasformare l'insegnamento della grammatica in un'occasione educativa per i giovani, pur nella povertà di risorse e di occasioni messa in luce nella sua domanda, sarà il protagonista di una vera rivoluzione culturale, didattica, educativa e pedagogica.
 
D: Forse io vedo complotti là dove non ci sono, ma resta un dubbio, atroce, che quest’andazzo non sia frutto del caso, tanto più che fino a ora si sta parlando di grammatica, ma non dobbiamo dimenticare l’analisi logica, la coerenza nell’esposizione, tutte proprietà che, a detta di alcuni miei amici che insegnano all’università, sono assai carenti nei loro studenti, non in tutti, ma in una parte crescente.
Vengo ora al suo libro, che è ben impostato su tre capitoli, in cui vengono trattati gli errori più frequenti (Capitolo I – Ortografia; Capitolo II – La punteggiatura; Capitolo III – Il congiuntivo e il condizionale, questi sconosciuti!).
A me è rimasto in mente soprattutto il capitolo III, perché non è la prima volta che mi imbatto in libri, in genere romanzi, in cui sono presenti deficit di apprendimento nell’uso del congiuntivo e del condizionale, mentre magari c’è ben poco da rilevare per l’ortografia e la punteggiatura.
Come mai è così facile sbagliare ricorrendo al condizionale e al congiuntivo, con errori frequenti anche fra laureandi e laureati?
Premetto che lo sbaglio più frequente è in periodi in cui c’è correlazione fra i due, anche se non mancano delle perle nella coniugazione dei verbi appunto al congiuntivo e al condizionale.
La frequenza di queste tipologie di errori, che riscontrano anche quegli amici che insegnano all’università, mi fa supporre che l’uso di questi due tempi, soprattutto se correlati, non sia stato oggetto a suo tempo, nella scuola dell’obbligo e in quella superiore, ad attenta spiegazione da parte degli insegnanti, alcuni dei quali forse addirittura impreparati, almeno nella specificità del caso.
Come è possibile quindi che persone con un livello di istruzione elevato incorrano in questi errori?
 
R:  In «Pronto Soccorso dell’Italiano» non nascondo la difficoltà che gli Italiani incontrano nell’usare questi due modi del verbo. Allo stesso tempo, però, ne mostro il grandissimo potenziale per l’arricchimento della nostra comunicazione. Forse questo manca a scuola: far vedere agli studenti come «funziona» una lingua e perché è bene dire in un modo invece che in un altro. Se si riduce la grammatica a una serie noiosa di regole, per forza un giovane avrà voglia di trovare forme comunicative più simili a lui, più vivaci, più espressive, anche sgrammaticate, purchè siano lontane da quella «pizza» tediosissima che è stata la grammatica a scuola! E continuerà a pensarla così anche da adulto, perché nessuno gli ha mostrato la bellezza della lingua e del suo funzionamento. Io non mi stupisco del fatto che anche negli strati più alti della società ci siano persone che non sanno né coniugare né usare in modo competente questi due modi del verbo (congiuntivo e condizionale): se un insegnante, anche in buona fede, seguendo una metodologia cossiddetta «tradizionale», non dico non «educa», ma nemmeno non «avvia» un giovane a vedere la lingua da un punto di vista funzionale, ecco che il vecchio studente si trova così tagliato fuori da uno dei viaggi più emozionanti che possa intraprendere: quello all’interno della propria lingua, quindi delle sue possibilità espressive. Riempire pagine di quaderni coniugando verbi al congiuntivo potrebbe avere un senso solo se a questa fase mnemonica e un po’ operaia, da avvilente catena di montaggio, ne segue una in cui l’alunno è invitato a vedere in quali contesti un verbo al congiuntivo deve essere usato e per quali motivi. Solo così apprenderà volentieri, perché vede un senso, un fine, uno scopo alla fatica dell’apprendere.
 
D:Vi è da dire che in effetti non pochi insegnanti si limitano a insegnare le regole, senza rendere partecipi gli studenti della bellezza, non solo formale, che poi risulta applicando correttamente le stesse. A esser sincero ho l’impressione che una larga parte di noi non solo non ami la propria lingua, ma la disprezzi. Infatti, il ricorso agli anglicismi, a neologismi spesso infelici denota un desiderio di accedere a un presunto Olimpo che esiste solo nella pochezza mentale di non pochi individui. Si ricorda Alberto Sordi quando in una pellicola imitava gli americani? Ecco, è la stessa situazione pari pari. E purtroppo non è solo un problema di congiuntivi e di condizionali, ma le lacune sono molteplici, come nel caso della punteggiatura, sconosciuta, oppure mal conosciuta. E’ forse il difetto di cui mi meraviglio di meno, perché in fin dei conti per gente usa più a parlare che scrivere non emerge il problema della virgola “prima” o “dopo”, o del punto esclamativo. Peraltro, senza far nomi, ci sono scrittori, anche blasonati, che dimostrano poca dimestichezza con la punteggiatura, il che fa supporre che anche in questo caso alla base ci sia una carenza d’insegnamento.
E’ così?
 
R: Di nuovo, credo che lei abbia fatto centro. A scuola, negli ultimi 40 anni, la punteggiatura e l’ortografia sono state, a torto, considerate saperi «minimi», poco importanti. Questo per una lunga serie di fattori, prima di tutto la ricerca, da parte di un certo modo di fare didattica, di potenziare l’espressione della creatività dell’alunno senza ricorrere ad alcun vincolo normativo. Quasi come se la sostanza di un testo potesse prescindere dalla forma in cui viene espressa e come se le regole grammaticali costituissero un potenziale blocco per l’espressione libera dello studente. Questo atteggiamento eccessivamente liberistico si è trasformato, in breve, nella mancanza di rispetto per le regole che normano il nostro modo di esprimerci allo scritto. Recentemente, però, qualcosa si è mosso e da un paio di anni la conoscenza di questi valori fondanti della forma dei testi scritti è addirittura indicata come obiettivo nei bienni del Liceo Classico. Questo significa che si sente l’esigenza di tornare a insegnare ciò che per troppo tempo è stato abbandonato o è stato oggetto di scarsissimo interesse. La punteggiatura, nello specifico, essendo la trasposizione grafica della logica che impalca i nostri pensieri, è un elemento imprescindibile della leggibilità del nostro modo di ragionare. Se è vero che in alcuni casi essa può essere libera (penso, ad esempio, alla preferenza di una virgola al posto di un punto e virgola, casi di cui parlo nel testo), non siamo autorizzati a ritenere che la collocazione dei segni di interpunzione sia frutto di  scelte personali e capricciose di chi scrive, dal momento che le regole per poter usare questi segni esistono e hanno lo scopo di trasformare il nostro pensiero, spesso magmatico e istrionico, in un testo leggibile e fruibile da tutti.
 
D: Del resto c’è un autore, di cui non ricordo il nome, che usa scrivere i suoi romanzi senza ricorrere alla punteggiatura. Con un esempio simile mi pare ovvio che i giovani studenti si sentano gratificati nella loro scarsa volontà di apprendimento. Stupisce, fra l’altro, che romanzi editi da primarie case presentino notevoli carenze grammaticali, soprattutto nel ricorso alla punteggiatura, segno evidente che gli “editor” non se ne curano proprio, o per ignoranza, oppure perché ritengono che scrivere in un italiano corretto sia del tutto superfluo.
Mi dispiace, poi, dover parlare di ortografia, a cui lei ha dedicato il primo capitolo del suo libro. Gli errori in questo campo dovrebbero essere propri solo di chi ha esperienze scolastiche limitate e invece sono piuttosto frequenti anche in chi, per gli studi effettuati, sarebbe insospettabile. Sovente, sui giornali (e i giornalisti sono tutti laureati) capita di trovare un “sufficiente” senza la “i”, per non parlare degli apostrofi sempre più sconosciuti e degli accenti che ormai latitano. 
In tutta sincerità cerco di comprendere, senza tuttavia riuscirvi, questa continua trascuratezza per la propria lingua, che è a tutti gli effetti un biglietto da visita, come un abito ben stirato o una capigliatura ordinata. L’impressione generale è che a noi italiani, sempre più disuniti che uniti, la lingua madre dia fastidio, tanto da volgarizzarla, da storpiarla, insomma quasi da rifiutarla.
Secondo lei, qual è il motivo di questo comportamento?
 
R: Penso di aver risposto già in precedenza. Il problema è nel modo sconfortante in cui la riflessione sulla lingua è presentata a scuola. Ciò che mi colpisce, però, del suo ragionamento è l’aver parlato della forma come di un «biglietto da visita». Io non posso che essere d’accordo con lei e chiedere ai nostri lettori di pensare che la forma in cui noi scriviamo ha una fondamentale dimensione sociale - ne parlo nel primo capitolo – dal momento che essa è una delle forme di espressione con la quale tutti noi entriamo in relazione con gli altri. Può sembrare poco credibile, ma la scrittura riesce a trasmettere informazioni su chi scrive, perché è stato dimostrato che l’immagine di uno scritto si riflette sull’immagine dello scrivente, condizionandola. Se un testo si presenta formalmente disordinato e scorretto, il lettore trarrà l’impressione che chi scrive sia disordinato e scorretto. Occorre, pertanto, curare il più possibile la veste in cui ci esprimiamo allo scritto, non solo affinchè la comunicazione sia salvaguardata, ma anche per non dare di noi immagini fuorvianti e superficiali.
 
D: In effetti il problema è nell’istituzione preposta, anche se la famiglia ha qualche responsabilità, non dando il buon esempio, cioè non cercando essa stessa di valorizzare l’uso corretto della lingua.
Lei è autore di testi didattici, indubbiamente utili, per non definirli, soprattutto per “Pronto soccorso dell’italiano”, indispensabili. Non ha mai pensato di scrivere qualche cosa di diverso, cioè di cimentarsi con la narrativa?
 
R: Francamente penso che la narrativa sia un genere per il quale occorra avere un talento speciale, capace di controllare non solo l’intreccio e il setting, ma anche i personaggi, con i loro caratteri particolari e le loro evoluzioni. Non mi sono mai cimentato, quindi, con un tipo di scrittura così difficile, perché penso di non essere capace. Io nasco, prima di tutto come traduttore (e confrontandomi con la prosa di Giulio Cesare ho capito che cosa significa essere dei grandi narratori), poi, un po’ per caso, sono arrivato alla compilazione di testi scolastici e questo mi ha dato l’occasione, per me imperdibile, di «parlare» ad un pubblico vastissimo, quello, ossia, che affolla le aule delle nostre scuole. Credo che tra queste due polarità, la traduzione e la scrittura per la scuola, si collocheranno anche i miei prossimi impegni editoriali. Anche «Pronto Soccorso», quindi, col suo taglio divulgativo per il grande pubblico, è destinato a rimanere, credo, un’esperienza professionale isolata, per quanto deliziosissima e fondamentale per la mia crescita.
 
D: Si può sempre provare, magari partendo da qualche cosa di più breve, come nel caso del racconto. Il breve accenno all’attività di traduttore (dal latino) mi fa venire in mente un’altra domanda, proprio relativa all’accostamento di una lingua bellissima, ma ormai morta, a questo nostro italiano un po’ malaticcio, visto che è così tanto bistrattato. Mi è sorto un sospetto e cioè che ci sia stato un peggioramento nella conoscenza della lingua italiana da quando proprio il latino non ha più fatto parte delle materie di insegnamento nella scuola media inferiore. Spauracchio di molti, aveva tuttavia il merito di insegnare a ragionare secondo un percorso ben preciso: l’analisi logica, la particolare costruzione della frase, la forzata abitudine a procedere non a tentoni, ma secondo regole ben precise erano indubbiamente mezzi assai efficaci per poi orientarsi in ogni disciplina, una materia che era lezione di vita in quanto predisponeva la mente a razionalizzare sia il pensiero che la forma dello stesso, un esercizio che lasciava una traccia indelebile costituendo una sorta di pre esperienza come una matrice che incide sulla materia grezza.
Al riguardo, qual è la sua opinione?
 
R: Il tema sul quale lei mi chiede di riflettere ha scatenato per decenni le opinioni più diverse. L’insegnamento della lingua latina nella vecchia scuola media (ora «Secondaria di primo grado») fu ridimensionato nel 1962 e definitivamente soppresso nel 1977. Negli anni Ottanta si è potuto assistere a tendenze opposte: in un noto articolo del 1983 finalizzato ad un’analisi della situazione generale in cui versava lo stato della didattica del latino, soprattutto a livello superiore ed universitario, Alfonso Traina affermò che, nella sostanza, non c’erano più “i presupposti  per il reinserimento del latino nell’insegnamento medio”, in particolar modo a causa dell’accentuata mancanza di basi culturali solide tanto negli alunni quanto negli insegnanti; dall’altra parte, invece, ci fu chi propose l’avvio dell’insegnamento del Latino addirittura nella Scuola Elementare (la proposta, al di là delle implicazioni politiche dalle quali muoveva, non ottenne alcun risultato).
Tra gli anni Ottanta e i Novanta, qualche insegnante, in totale autonomia, iniziava lo studio del latino in Seconda Media (o in Terza), affiancando lo studio della morfologia latina allo studio dell’analisi logica in Italiano, spesso solo con i suoi studenti della fascia alta (detta, secondo una nomenclatura burocratica molto nota nella Scuola Media, anche “del potenziamento” o “dell’eccellenza”). Non era la regola, ma un’eccezione. Qualche scuola, inoltre, attivava anche corsi di latino facoltativi della durata di venti-trenta ore, al pomeriggio. Tali momenti formativi, però, erano legati all’iniziativa di singoli insegnanti o singoli istituti e non avevano alcun carattere istituzionale.
Prima della situazione scolastica attuale, ossia quella dei “Curricoli” (avviata il primo settembre 2007), la cosiddetta Riforma Moratti chiedeva alle scuole di offrire alle famiglie la possibilità di affiancare alle ore curricolari (quelle dedicate allo studio dell’Italiano sono solamente cinque o sei), alcune ore facoltative ed opzionali (fino a sei ore in più) alle quali ogni singola famiglia poteva decidere di iscrivere il proprio figlio. Attualmente, invece, non si dedica alcuna ora allo studio del latino.
Se lei mi chiede se «sento la mancanza» dell’insegnamento del latino nella scuola media, le rispondo che non penso che una didattica di questa lingua eccessivamente imperniata sul freddo apprendimento grammaticale possa operare delle modificazioni significative nell’orizzonte linguistico dei nostri giovani e sempre più impreparati studenti. Penso, invece, che lo studio della cultura latina, affiancato da semplici riferimenti linguistici, possa essere molto educativo perché insegnerebbe ai giovani da dove vengono, quali sono le radici della nostra cultura e le basi della nostra lingua. Ci abbiamo provato sette anni fa, con SPQR, un manuale che mostrava come fosse possibile e nutritivo questo approccio al Latino. Ma la scuola, si sa, lo abbiamo ripetuto, è un ambiente troppo refrattario ai cambiamenti e alle innovazioni, quindi, di quell’esperienza sono rimaste solo le convizioni scientifiche e didattiche.
 
D: Sconsolante, non trovo altro termine per definire una situazione che impoverisce culturalmente e cultura significa anche capacità di ragionare, di mettere in dubbio, di discutere, in poche parole una maturità che consente di coltivare la libertà. La mia ultima domanda è forse quella con la risposta più difficile: cosa dovrebbe fare la scuola per la salvezza della lingua italiana? In che modo i pazienti del “pronto soccorso dell’italiano” potrebbero guarire?
 
R: La scuola dovrebbe avere il compito di trovare strade nuove per attirare i giovani verso uno studio consapevole e gioioso della loro lingua. La didattica tradizionale basata, come scrive il mio collega e amico B. Trentin, sulla «sacra triade: lezione-verifica-voto» non ha più alcuna efficacia e risulta molto mortificante. Nell’ottica dello sviluppo di reali competenze linguistiche, e non conoscenze sterili e vuote, chi si occupa di didattica dell’italiano dovrebbe interrogarsi su ciò che è realmente fondamentale conoscere della nostra lingua ed operare una distillazione, ossia un’operazione di scelta di argomenti valutati come impredscindibili per l’educazione linguistica delle nuove generazioni; di lì, poi, occorrerebbe  chiedersi se esiste il modo di coniugare la riflessione sulla lingua con la necessità di insegnare a comunicare in modo chiaro, corretto ed efficace. In particolare, sogno una scuola in cui la grammatica sia al servizio dell’imparare a scrivere, e non, come accade ancora, al servizio di se stessa, in forme di apprendimento senza alcuna logica (riempire pagine di quaderni con coniugazioni di verbi al congiuntivo non ha moltissimo senso se poi l’alunno non sa quando usare questo nobilissimo modo verbale). So di essermi ripetuto spesso, in questa intervista, ma tengo molto a far capire ai nostri lettori che la scuola ha un ruolo decisivo nella formazione linguistica dei giovani; è, quindi, l’istituzione che più deve occuparsi di questo tema assai delicato, interrogandosi se è stato realmente qualcosa o si è preferito rimanere ancorati, per pigrizia, comodità, assenza di prospettive, a modelli di insegnamento datati e inefficaci.
In attesa che questo cambio di rotta ci sia e sia recepito dal corpo docenti, i pazienti del «Pronto Soccorso dell’Italiano» possono immergersi nella lettura del testo, cercando tra le pagine quelle regole e quei trucchi che possano permettere loro di comunicare in modo più corretto. Mi piacerebbe vivere in un mondo in cui non ci fosse bisogno del mio libro; alla luce dei fatti, però, riceverei una grandissima soddisfazione sapendo che quello che, con grande umiltà, presento a lei e ai lettori, può essere come una sorta di boa di salvataggio per la scrittura e la comunicazione orale; in questi anni così superficiali e gretti, sapere di avere dato una mano anche a un solo lettore sarebbe la prova che ho fatto bene ad accettare la sfida che il mio editore mi ha lanciato un paio di anni fa, proponendomi di scrivere questo testo.
 
 
Purtroppo siamo giunti alla fine di questa interessante e piacevole intervista; è quindi il momento del commiato, con l’augurio di rito - ma in questo caso particolarmente sincero - di successo del suo libro. Spero che questo suo testo fornisca un contributo significativo al miglioramento del nostro modo di esprimerci, sia oralmente che per iscritto.
In italiano hanno composto i loro versi Dante, Petrarca, Leopardi, la nostra lingua è stato il mezzo con cui sono stati scritti romanzi di assoluto valore mondiale.
Noi siamo italiani e dobbiamo esprimerci in italiano, un italiano corretto, per il rispetto che dobbiamo al nostro paese e a noi stessi. L’altra lingua che anima gli spettacoli televisivi e la nostra politica è una pessima copia di quella autentica, a uso e consumo di mediocri personaggi senza cultura e amore per il sapere.
Non lasciamoci trascinare nel baratro di un’Italia che ha perso non solo la dignità, ma  che è anche diventata un paese in cui si parla e si scrive in un idioma più adatto a una tribù di selvaggi che a una nazione civile.
 
 
Pronto soccorso dell’italiano
di Lorenzo Montanari
Didattica
Collana Orso blu
Pagg. 160
ISBN 978-88-350-2683-9
Prezzo € 9,00
 

 

 
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:: Renzo Montagnoli
Renzo Montagnoli nasce a Mantova l’8 maggio 1947. Laureato in economia e commercio, dopo aver lavorato per lungo tempo presso un’azienda di credito ora è in pensione e vive con la moglie Svetlana a Virgilio (MN). Suoi racconti e poesie sono pubblicati sulle riviste letterarie Isola Nera, Prospektiva, Writers Magazine Italia e Carmina. E’ il dominus del sito culturale Arteinsieme (www.arteinsieme.net). Blog:  http://armoniadelleparole.splinder.com  
WEB: www.arteinsieme.net
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