2005
3
Feb

Claudio Gianini

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Ciao Claudio e grazie per avere accettato di dedicarci un po' del tuo tempo. Claudio Gianini, un ingegnere-scrittore, un classico nella letteratura...:-)
Come nasce la tua passione per la scrittura e a quando risale?

Innanzitutto devo dire che nasce tardi, almeno per la scrittura in senso diciamo “letterario”. Tuttavia già nel 1992 pubblicai il mio primo articolo su una rivista specializzata in tecnica automobilistica. Da allora ho scritto una trentina di articoli, un libro di esercizi universitari e un manuale sulla progettazione strutturale. Tutte cose noiosissime per cui la scrittura rappresenta solo un mezzo per limitare al minimo indispensabile l’uso della matematica. E proprio durante la stesura dell’ultimo libro tecnico ho percepito fortissima l’esigenza di utilizzare le parole per descrivere emozioni e non più solo aridi concetti ingegneristici. Da qui sono nati svariati racconti e da qui l’esigenza è divenuta un bisogno indispensabile quasi come l’aria. Adesso per me scrivere significa sentirmi libero, mettendo sulla carta tutto il contenuto del mio cuore per poterlo osservare meglio. Ed eventualmente affrontare… Una sorta di terapia in cui paziente e dottore sono la stessa persona. Oppure, per usare una frase di Salgari: “Scrivere è viaggiare senza la scocciatura dei bagagli”.

 

Hai una formazione prettamente scientifica, quindi come autore sei autodidatta o hai frequentato corsi o scuole di scrittura?

Sono autodidatta. Prima dell’Università ho studiato al Liceo Scientifico, quindi in teoria dovrei anche avere le basi letterarie necessarie. Tuttavia ritengo che proprio la formazione scientifica abbia contribuito a facilitarmi nello scrivere: il rispetto della sequenza logica, necessaria affinché un thriller possa definirsi tale, l’abilità nel descrivere con un colpo di pennello, e cioè con poche parole, avvenimenti e ambientazioni, le capacità di analisi e poi di sintesi a mio avviso nascono dal rigore, se vuoi anche schematico, che l’ingegneria mi impone quando affronto i mille problemi che giornalmente incontro nel mio lavoro “serio”. Questo per quanto concerne il lato puramente tecnico della scrittura. Per i contenuti credo in fondo non esista in alcun modo la possibilità di “formare” uno scrittore, nel senso che non si può insegnare a nessuno ciò che deve o non deve “sentire” e quindi, poi, mettere sulla carta. Questo nasce dalla sensibilità di ciascuno, dalle esperienze personali che portano un individuo ad essere ciò che è giorno per giorno. C’è chi si guarda intorno e non vede niente e chi, invece, trova interi mondi da raccontare anche solo osservando un compagno di viaggio in treno o la cameriera di un ristorante. Credo che difficilmente il primo tipo di persona possa divenire uno scrittore, mentre il secondo, se alla pura osservazione aggiunge anche un tocco di fantasia, può cimentarsi nella narrazione di una storia.

 

Ex progettista Ferrari. Quanto influisce sulla tua scrittura questo bagaglio di conoscenze, di esperienze tecniche?

A parte ciò di cui ti parlavo prima penso che l’esperienza Ferrari non abbia influito molto sul mio modo di scrivere. Tuttavia mi ha certamente insegnato che a volte, se si ha la pazienza, la tenacia e la volontà di perseverare i sogni possono avverarsi. E’ chiaro, ci vuole anche un po’ di fortuna…

I tre anni in Ferrari mi hanno comunque dato molto e io stesso ho dato molto. E’ stato un periodo intenso, vissuto ad alta velocità e ricco di emozioni: tre Campionati del Mondo Piloti e Costruttori dopo lustri di vacche magre… E poi mi è rimasta la voglia di descrivere, all’interno di un romanzo, questo mondo affascinante. Ho già pronto qualcosa e sto dando gli ultimi colpi di lima per poi passare alla fase successiva: la ricerca di un editore.

Veniamo al tuo romanzo. “Black Out” è un giallo avvincente che tiene col fiato sospeso il lettore dall’inizio alla fine. Come nasce l’idea di questa opera? Ce ne vuoi parlare?

Mah, l’idea nasce dal desiderio di scrivere qualcosa di diverso rispetto a quanto avevo fatto fino a quel momento, e cioè in sostanza racconti brevi imperniati sulle svariate sfaccettature che il “diamante amore” ci presenta quotidianamente. Volevo scrivere qualcosa di più crudo, di più spigoloso; qualcosa in cui ci fosse lo spazio per la violenza non solo fisica, ma anche psicologica, qualcosa dove poter far vivere e respirare un personaggio angosciato e angoscioso, con tutte le sue paure di vivere, i suoi timori di perdere ogni giorno qualche cosa: la vista prima di tutto, un pezzetto di sé e del proprio cuore, l’affetto delle persone che gli stanno intorno.

Penso di aver centrato l’obiettivo, anche se devo dire che non avevo inizialmente ben chiaro se un obiettivo ci fosse davvero. Nel momento in cui ho cominciato a scrivere sapevo solamente come avrei iniziato la narrazione e come sarebbe finita la storia. Dovevo “solo” costruire ciò che stava in mezzo. Il black out della fine di settembre 2003 mi ha dato il La. Il resto è venuto quasi da sé, nel senso che ho avuto spesso l’impressione che la storia si scrivesse da sola… Io ero lì solamente a catturare le parole più appropriate per trasferirle sulla carta. La narrazione al tempo presente ed in prima persona conferma mi questa impressione, soprattutto a mesi di distanza dalla stesura finale, cioè proprio quando rileggo il libro e, pur sentendolo una mia creatura, riesco a distaccarmene. Forse è un po’ quello che si prova quando tuo figlio cresce: all’inizio dipende talmente tanto da te che è praticamente una parte di te, le sue esigenze sono le tue… Poi diventa più grande e assume autonomia. E’ sempre tuo figlio, ma è una persona a sé stante, con la quale puoi dialogare e dalla quale puoi imparare qualcosa.

“Black out” è un romanzo al tempo stesso di azione e di introspezione psicologica. Un’opera complessa. Quali le difficoltà incontrate nella stesura? Quanto tempo hai impiegato per terminarlo e quali sono le tue fonti di ispirazione per le storie che scrivi?
Come ti dicevo prima non ho incontrato grosse difficoltà, se non quelle legate al tentativo di evitare errori grossolani come, ad esempio, sequenze temporali sbagliate. La cosa forse più difficile è stata (e probabilmente questa regola vale ogni qualvolta si scrive un thriller) dare gli indizi per consentire al lettore di individuare l’assassino, ma al tempo stesso fare in modo che non risultasse così ovvio. Alcuni dicono che ci sono riuscito, altri invece sostengono il contrario. Il mio invito è quindi quello di leggere il libro per vedere chi, nel gioco tra lettore e scrittore, ne esce vincitore! Non ci ho messo tanto tempo a scriverlo, anche perché io sono molto impaziente; quando parto per fare una cosa vorrei finirla nel più breve tempo possibile. Ho scritto Black Out da ottobre 2003 a febbraio 2004. Cinque mesi in totale. Ma non ero già più in Ferrari e avevo quindi più tempo da dedicare alla scrittura… Per quanto riguarda le mie fonti di ispirazione, come ti accennavo in precedenza, mi baso molto sull’osservazione del mondo attorno a me: quando viaggio, quando esco e cammino per la strada, quando mi siedo in un bar o in un ristorante. E poi reinterpreto tutto alla luce del mio modo di essere, di sentire, di pensare… In fondo si tratta di immaginare un’ambientazione e poi creare dei personaggi da far muovere ed interagire in questo mondo “virtuale”, per usare una parola molto in voga oggi.

Come sei entrato in contatto con la casa editrice “Edizioni Clandestine”?
Attraverso un altro giovane autore, Ferdinando Pastori, che stimo moltissimo per le storie che scrive, per come le scrive e per le emozioni che attraverso esse riesce a trasmettermi. Non ho mai conosciuto Ferdinando di persona, ma l’ho incontrato sulle pagine elettroniche di un sito in cui, inizialmente, si potevano pubblicare i propri scritti ed essere commentati dagli altri autori. Dato che lui aveva già all’attivo una pubblicazione gli ho chiesto alcuni consigli e così ho contattato Edizioni Clandestine. Ed eccomi qui.


“Black out” non è certo la tua prima prova nel campo della scrittura. Hai ottenuto vari riconoscimenti in concorsi letterari e hai pubblicato una raccolta di racconti. Ti senti di dare qualche consiglio a un giovane esordiente che pensa di avere un buon manoscritto nel cassetto?
Sì, ho partecipato ad alcuni concorsi iscrivendo volta per volta qualcuno dei miei racconti brevi e sono stato inserito in un paio di raccolte antologiche. Poi, con il mio primo libro, “Racconti tra le Dita”, mi sono classificato terzo al concorso “Parole Sparse”. L’esperienza con questa raccolta di racconti, quelli d’amore che ho citato prima, è stata positiva anche se non “vasta”, nel senso che la casa editrice è molto piccola e non è distribuita sul territorio nazionale come invece avviene per Edizioni Clandestine. Tuttavia da qualche parte bisogna pure incominciare! Non credo si possano dare consigli in questo senso perché ogni caso è una storia a sé. Molto dipende dalla voglia che uno ha di farsi strada mettendosi in discussione, rischiando le delusioni. In sostanza se uno insieme al manoscritto nel cassetto ha pure un sogno da realizzare e non teme il duro scontro con una realtà difficile che a volte sembra messa lì apposta per tarparci le ali, allora si metta di impegno e cominci a contattare i piccoli editori. Senza trascurare nemmeno i grandi. In fondo non si sa mai. Un libro può piacere o non piacere e se si trova un editor che crede in un lavoro non è detto che non si possa giungere alla pubblicazione.

Cosa pensi dell’editoria elettronica? Hai mai pubblicato in e-book?
Non credo molto nel libro elettronico, forse perché mi piace sfogliare le pagine di carta. Spesso preferisco avere stampati persino i manuali di programmi per computer. Forse anche perché mi riesce davvero difficile leggere stando davanti ad un monitor. Mentre paradossalmente preferisco scrivere usando la tastiera invece della penna. Probabilmente perché ho una grafia davvero pessima! L’idea dell’e-book mi era venuta per il manuale tecnico, quello sulla progettazione strutturale. Ma poi, d’accordo con l’editore di Modena, abbiamo deciso per la versione “classica”. Ed è stato meglio così perché ne è venuto fuori un libro bello anche in senso estetico, un volume che certamente non sfigura nella libreria di un ingegnere.

Qual è il tuo rapporto con i libri e la lettura: che tipo di lettore sei e quali libri consiglieresti? Quali sono i tuoi modelli letterari?
Purtroppo data la scarsità del tempo a mia disposizione ultimamente sto leggendo davvero poco. Preferisco dedicarmi alla scrittura. Tuttavia mi piace molto Asimov, ho letto tutto di Wilbur Smith, Ken Follet, John Grisham, Clive Cussler. E tuttavia non sono i miei modelli letterari: i loro protagonisti sono dei vincenti, mentre i miei nascono, e muoiono, da perdenti. Un romanzo che consiglierei? Ovviamente Black Out! Scherzi a parte, due libri che mi hanno toccato nel profondo sono “Il Segreto di Luca” di Ignazio Silone e il monologo di Alessandro Baricco “Novecento”. Entrambi mi hanno trasmesso delle emozioni fortissime.

Qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri?
Per quanto riguarda il lavoro “serio”, quello che mi procura il pane, attualmente ho deciso di seguire con la Dallara Automobili una nuova avventura in Formula Uno insieme alla Midland. Stiamo adesso lavorando alla progettazione delle vetture che vedranno il via nel marzo del 2006. Questo lascia poco tempo al lavoro “meno serio” di scrittore. Tuttavia voglio ultimare il romanzo ambientato nella Formula Uno e che sarà un thriller tecnologico. Sto poi prendendo degli appunti per un altro romanzo giallo/noir sulla scia di Black Out; per adesso l’idea che ne ho mi piace molto e conto di trarne un buon lavoro. E poi sto partecipando ad alcuni concorsi per narrativa edita, nel tentativo di far conoscere e diffondere Black Out.

Grazie ancora per la disponibilità e in bocca al lupo!

Grazie a voi e crepi il lupo!

 

 
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:: Stefania Gentile
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