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2010
31
Mag

Mostra su De André all’Ara Pacis

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Dopo un’ascensione siderale dentro le altissime vetrate dell’Ara Pacis, si discende, quasi per magico contrasto di luce, nell’abisso soffuso dell’allestimento dedicato a Fabrizio De André. Come tutti i grandi, costretti ad essere evocati in un piccolo luogo, riesce a sprigionare una forza che dilata e trascende lo spazio stesso.
La sua voce risuona in un orizzonte buio e claustrofobico ma si tratta di una discesa agli inferi che non esalta tanto lo spirito eretico e fuori dagli schemi, quanto quello più universale, quello nutrito di una poetica che traghetta la modernità verso l’autocoscienza e la riflessione. Non si percepisce nessuna mistica post-mortem; nessun fantasma è nascosto negli angoli scuri, pronto ad assalirci con ingombrante presenza. Lo spettatore-attore è piuttosto guidato all’interno di una sorta di camera oscura dove pian piano le immagini prendono forma e iniziano a parlare con impalpabile loquacità.
Le realizzazioni multimediali si snodano tra pannelli audiovisivi di interviste e testi di canzoni per poi esprimersi su tavoli sonori dove, forse solo con l’utilizzo di sensori, è possibile poggiare un LP in un riquadro luminoso per vedere un pezzo dal vivo e ascoltare tutti i brani dell’album. Poi si prosegue attraversando tendaggi neri di suddivisione degli spazi, alla volta di tasselli biografici, lettere autografe, feticci artistici e familiari, fino alla sala dei tarocchi. Tre pannelli poggiati contro il muro irretiscono all’ascolto e alla visione. In un turbine di nomi leggendari che vanno da Marinella a Franciska, strane allegorie interattive di quotidiana marginalità, si offrono allo spettatore nella loro essenza misera e ammiccante ma altresì piena di dignitosa umanità e ripercorrono un inesauribile repertorio che, per chi è cresciuto con queste canzoni, è sempre un canto a fior di labbra.
Pensando al patrimonio che abbiamo ereditato verrebbe allora da chiedersi dove sia finita quella tanto invocata libertà che ogni essere umano dovrebbe pretendere, forse è ancora “protetta da un filo spinato” e così l’arte non riesce a farsi avanguardia ma rimane invischiata in logiche di solipsistico esibizionismo.
D’altronde siamo nell’epoca dei vuoti “contatti” dove in realtà nessuno riesce più a toccare veramente l’altro e del “traffico telefonico”, garbato paradosso che dovrebbe più o meno corrispondere al nostro tempo mercificato, ma così “non riusciamo più a volare”. La vita esiste ancora, bisognerebbe riaprire gli occhi, guardare da un’altra parte, avere il coraggio di omologarsi soltanto a ciò che veramente ci piace o ci restituisce accettabili compromessi. La vita è nelle nostre idee e nell’umiltà del sacrificio delle stesse, se altrove se ne stagliano di migliori, senza che questo ci mortifichi o ci renda ruvidi e competitivi. E’ nella capacità di pensare autonomamente condividendo ogni nostro piccolo passo con chi ci sta intorno. Ma per riuscire ad amare davvero la vita, il primo piccolo grande passo è verso il recupero della nostra dignità e della nostra naturale predisposizione alle cose, in una direzione che sia ri-strutturante per la nostra anima di lavoratori allo sbando, ormai imbrigliati in un girone infernale inaccettabile e molto lontano da qualcosa che somigli alla cara giustizia sociale.
 
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:: Simonetta Ruggeri
SIMONETTA RUGGERI vive e lavora a Roma. Dopo una tesi sullo stile di Italo Calvino e la prosa d’arte, inizia a pubblicare negli anni Novanta con la Armando Editore. Nel 2001 vince il premio nazionale di poesia ''Dario Bellezza'' e nel 2008 il premio “Poesia e Immagine” indetto dalle Pari Opportunità di Cesena. Partecipa ad eventi letterari e ha pubblicato articoli, poesie, saggi su riviste specializzate. E' in stampa la silloge di poesie “Fotosmosi” per l'editore Arduino Sacco.
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