2010
31
Mag
Intervista a Fiorella Borin
Commenti (
autrice del romanzo
La firma del diavolo
edito da Tabula
Fati
Sei una scrittrice piuttosto prolifica, con
un’attitudine particolare per il genere fantastico e per la narrativa di
ambientazione storica. Rientra in quest’ultima branchia La firma del diavolo,
che trae spunto da fatti effettivamente accaduti a Triora nel 1588. Come mai
questa passione per i processi per stregoneria e in particolare per quanto
accaduto in quell’anno nel paesino ligure dell’entroterra di Ventimiglia?
Una ventina di anni fa trovai un libro che
mi colpì moltissimo fin dal titolo: “Strix”. Ne era autore Claudio Bondì e il
testo era integrato da una splendida prefazione di Elena Gianini Belotti.
Questo saggio conteneva l’agghiacciante resoconto di sei processi per
stregoneria istruiti dall’Inquisizione contro altrettante donne, nell’Italia
fra il XIV e il XVI secolo. La lettura era resa ancora più intensa e drammatica
da alcuni estratti degli atti processuali, nei quali “risuonava” la vera voce
di quelle sventurate. Era una voce straziante, che sentii echeggiare a lungo in
me. Soprattutto quella di Franchetta Borelli, processata a Triora nel 1588 e
forse scampata al rogo dopo avere patito tormenti indicibili. Provai per quella
donna qualcosa di simile a un sentimento di affetto che andava oltre alla
solidarietà, alla commozione e al rispetto dovuti a una qualsiasi vittima della
crudeltà umana.
A questo libro seguirono altre letture sul
tema stregoneria; ma per quanto leggessi e studiassi altri casi e altri
processi, Franchetta Borelli mi era rimasta dentro con un’intensità speciale. E
così mi venne voglia di scrivere una storia che raccontasse, in forma molto
romanzata, la Triora di quegli anni sciagurati, perché non andassero
dimenticate le sofferenze di tante donne colpevoli solo di essere nate femmine
in un’epoca in cui la donna era considerata costituzionalmente infida,
bugiarda, tentatrice, incline alla lussuria e all’asservimento al diavolo.
Nel libro viene giustamente dato risalto a
un personaggio esistito veramente e parte attiva nei procedimenti contro le
presunte streghe di Triora. Mi riferisco al commissario Giulio Scribani, che
poi venne sollevato dall’incarico per gli eccessi da lui compiuti, venne
addirittura anche processato, finendo poi assolto.
Secondo te, che cosa si celava dietro la
maschera di questo essere crudele, cioè che cosa lo muoveva a comportarsi in
modo così terribile?
Non è facile rispondere. Dai verbali dei
processi emerge il ritratto di un uomo sadico e misogino; ma il suo fanatismo
religioso, la sua intransigenza, gli eccessi cui si abbandona, mi spingono a
pensare che fosse un uomo non particolarmente intelligente.
Giulio Scribani aveva studiato i testi più
accreditati dagli Inquisitori e andava fiero della sua preparazione in materia
di stregoneria. Era acriticamente imbevuto della peggiore e più deleteria
cultura dell’epoca. Non mi è mai sembrato illuminato dalla luce salvifica del
dubbio, meno che mai quando il dubbio poteva condurre al proscioglimento
dell’accusata; e ben lo aveva capito la povera Franchetta Borelli, quando
disse, tra i tormenti: “Io stringo li denti e diranno che rido”. Sapeva che il
commissario avrebbe visto nelle sue mascelle contratte non la sofferenza di
un’innocente, ma il ghigno beffardo di una vera strega.
Perché Scribani era così spietato? Forse
era sinceramente convinto di agire secondo la volontà di Dio e per il bene
della comunità. Ma non è escluso che lui si mostrasse così solerte per fare
bella figura agli occhi dei suoi superiori: del doge, per esempio, al quale in
una lettera rammentava che le spese per i processi contro le streghe trioresi
sarebbero state ampiamente compensate dalle confische dei beni che ne sarebbero
conseguite; o del terribile giudice Pietro Allaria-Caracciolo che avrebbe messo
volentieri sotto tortura chiunque, e a oltranza, rammaricandosi vivamente che
le leggi non glielo consentissero.
Secondo me Scribani era figlio e servo di
quel periodo storico: un servo fedele il giusto e stupido il giusto. La sua
caduta in disgrazia, il conseguente processo e la successiva assoluzione mi
hanno fatto pensare che sia stato usato come capro espiatorio al posto di
qualcuno che aveva responsabilità maggiori delle sue, ma anche un prestigio e
un potere di gran lunga superiori, e pertanto era intoccabile.
Resta comunque un fatto e cioè che il
fanatismo religioso va sempre ben oltre i propositi della fede. Peraltro i
processi alle streghe non sono monopolio solo del cattolicesimo, ma sono
fioriti anche nel protestantesimo, il che mi induce a pensare che la religione
sia solo un pretesto per permettere a uomini tutto sommato deboli di sfogare su
altri il loro astio e rancore. In questo libro quasi tutti i personaggi citati
sono realmente esistiti, mentre è sicuramente di fantasia il protagonista,
innamorato di Magdalena e che cerca di salvarle la vita. Quest’uomo, già
condottiero, si batte in uno scontro che già sa perso in partenza, perché
conscio che non vi sono armi contro l’ignoranza e la superstizione. E’
pienamente positivo, un precursore per l’epoca, perché sostiene la valenza del
dubbio per poter credere, rifiuta il dogma e apre il suo cuore all’amore. Mi
chiedo solo perché non ha cercato di usare la forza per liberare Magdalena, lui
che valente soldato avrebbe potuto uccidere le poche guardie e aprire le porte
della prigione. Ma forse il motivo per cui non l’ha fatto risiede nella
complessità di una mente che, benché aperta, crede che esistano le streghe e
quindi ha remore di carattere morale che gli impediscono di staccare di netto
la testa del serpente con un colpo di spada. E’ così?
In realtà, quando architetta il piano, il
mio protagonista è quasi sicuro di vincere: tutti i successi conseguiti nella
carriera delle armi lo spingono a credere che anche questa volta avrà la meglio
sui “nemici”. Ma questa battaglia vuole combatterla in modo diverso dal solito.
Confida molto nella propria astuzia, esattamente come un tempo confidava nella
forza della sua spada. Il precipitare degli eventi lo coglie impreparato, lo
sgomenta, lo annichilisce. Vede crollare il suo castello di certezze e si
scopre vigliacco, inetto: uno sciocco presuntuoso che ha sbagliato tutto. E per
la prima volta in vita sua sperimenta il tormento del dubbio e il peso del
senso di colpa.
Dici, giustamente, che se avesse adottato
la strategia della forza, l’eroe avrebbe potuto salvare la donna amata. Hai
ragione. Ma ne sarebbe uscito un libro diverso: un romanzo d’avventura, magari
con un bel finale rosa già visto mille volte al cinema. Io invece volevo
scrivere un libro sul dolore e sull’amore, ma soprattutto sulla sofferenza che
porta la psiche a deragliare, e la accompagna nel tunnel di una quieta,
malinconica, consolatoria follia.
E’ vero, ma il cavaliere ha osato sfidare
l’irrazionale con la logica, in un dialogo che la controparte non poteva
recepire, perché la sicurezza, l’assenza di dubbi è propria di chi non ragiona.
Mi viene in mente, al riguardo, una frase di Zenone, il protagonista di L’opera
al nero, di Marguerite Yourcenar: “Non esiste accomodamento durevole tra
coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di pensare domani
diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano
con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto.” Contro simili
esseri si può vincere solo con la forza. Comprendo comunque e anche approvo il
tuo desiderio di non scrivere un romanzo d’avventure, con il classico lieto
fine in cui tutti vissero felici e contenti. Fra l’altro, questo amore che
cresce nell’imminenza del pericolo è descritto in modo magistrale, con l’ansia,
l’angoscia, la delusione e la disperazione di chi avverte che la propria
sconfitta è soprattutto la condanna di una innocente. Sono pagine molto belle,
che non muovono alla commozione facile, ma che segnano in profondità il lettore
tanto paiono realistiche e in fin dei conti somiglianti a pene d’amore magari
avvertite in gioventù. Lì il romanzo si stacca dalla storia dello specifico
evento per assurgere a un sentimento universale, a ciò che l’uomo ha sempre
provato e si spera continuerà a provare. Fra i personaggi del libro ce n’è
qualcuno in cui ti sei maggiormente ritrovata e se sì per quale motivo?
Mentre il romanzo prendeva forma, mi
accorgevo di voler bene a tutte queste mie creature immaginarie, ad esclusione
ovviamente del commissario Scribani. A tutti i personaggi ho dato qualcosa di
mio, distribuendo con prodigalità i miei difetti e le mie debolezze, ma
ricordandomi di mettere ogni tanto un tocco gentile, perché anche la dolcezza è
nelle mie corde.
Se c’è qualcosa di autobiografico – e penso
che in ogni romanzo vi sia – posso dire che mi appartengono in toto i dubbi,
lo spavento, il senso di impotenza sperimentati dal protagonista quando crede
di avere assistito a un fenomeno soprannaturale. Lo sgomento che lui prova di
fronte all’ignoto è il mio smarrimento di fronte a episodi che anche per la
scienza moderna sono inspiegabili.
Tornando a cose più lievi, il mio
personaggio preferito è il petulante, gioviale, umanissimo notaio Basadonne:
miope come una talpa e schietto come un bicchiere di vino, se esistesse davvero
ne farei il mio migliore amico.
Ero pressoché sicuro che il tuo preferito
fosse il notaio Basadonne, un personaggio che già incontra simpatia con i suoi
difetti, acuto osservatore, per quanto miope, onesto e sincero.
Che Scribani non ti fosse simpatico lo si
comprende benissimo per come lo descrivi e, considerato che è esistito
veramente e così si comportò, è comprensibile questa tua disistima, che è
immediata anche nel lettore.
Da buona veneziana, poi, non hai mancato di
trovare l’occasione, reale peraltro, per una stoccata al doge di Genova, città
marinara tradizionalmente avversaria di Venezia.
Comunque anche il governo della Serenissima
può contare su non pochi cadaveri nell’armadio e al riguardo ti chiedo se hai
in progetto un romanzo di ambientazione lagunare che prenda spunto da ombre – e
ce sono state parecchie – di quella Repubblica.
Nei miei precedenti piccoli romanzi, tutti
ambientati nella Serenissima del XVI secolo e in prevalenza ispirati da fatti
di cronaca giudiziaria, non sono stata avara di rabbuffi e ceffoni nei
confronti di alcuni governanti dell’epoca. Come giustamente dici tu, in laguna
ombre e scheletri non mancavano, anzi, abbondavano.
In questi vent’anni ho scritto molto su
Venezia: a volte con tenerezza, a volte con rabbia; ma anche quando la mia voce
si alzava indignata, in sottofondo una seconda voce veniva a riconciliarmi con
la mia città. Così mi veniva voglia di scrivere ancora, e iniziavo la stesura
di una nuova storia. Nel cassetto ho tre romanzi “veneziani” pronti per la
revisione finale, e un quarto in corso d’opera. So che perseverare è diabolico,
ma pur sapendolo, diabolicamente persevero…
Vero, ma ritorniamo al tuo libro per una
domanda semplice, ma di non facile risposta. Cosa ne pensi dei rapporti tra
stregoneria e religione? In particolare, le streghe sono state l’invenzione di
una struttura ecclesiastica che aveva difficoltà a presentarsi decentemente ai
suoi fedeli, viziata com’era da tanti peccati al punto di distogliere
l’attenzione dagli stessi, balenando un pericolo concreto che fosse di gran
lunga più temibile del proprio comportamento?
Anche questa è una domanda difficile. Trovo
molto interessante e senza dubbio plausibile la tua ipotesi.
Riguardo al rapporto tra stregoneria e
religione, penso che oggi possano credere alle streghe (al malocchio, all’efficacia
dei riti woo-doo, alle messe nere ecc.) anche persone dichiaratamente atee.
Invece le cose andavano diversamente all’epoca dei fatti narrati nel mio
romanzo.
A quei tempi la vita religiosa permeava
tantissimo la società: processioni, penitenze, ben precisi divieti alimentari e
sessuali, l’obbligo di confessarsi e comunicarsi almeno una volta l’anno, danno
l’idea di quanto fosse forte il potere della Chiesa e il timore della collera
divina. Bestemmia, eresia, sodomia e usura erano considerati i reati più
sgraditi a Dio e di norma venivano puniti con la pena capitale. Nel “Malleus
maleficarum”, il terribile manuale usato dagli inquisitori, si affermava che
era eresia non credere alle streghe. Così tutti, per non figurare eretici,
dovevano per forza credere alle streghe. E le streghe erano il capro espiatorio
ideale per spiegare eventi incomprensibili: siccità, carestie, nascita di
animali deformi, malattie, morti di bambini… Tutte le spiegazioni che oggi ci
dà la scienza, all’epoca venivano date dalla religione, dall’astrologia, dalla
filosofia e da credenze fantasiose e superstiziose.
Per i cristiani Dio è il Bene e il Diavolo
è il Male; se si crea una disarmonia da cui consegue una sofferenza per la
collettività, è perché il Diavolo sta facendo proseliti e Dio è in collera con
noi per questo motivo. Bruciando le streghe (blasfeme serve e concubine del
diavolo), si ristabiliva l’iniziale armonia. In linea di massima, la gente era
ben contenta di veder accendere i roghi purificatori, tant’è che processi contro
le streghe vennero istruiti non solo da tribunali ecclesiastici, ma anche da
tribunali civili, e in certi casi si mosse direttamente la stessa collettività,
organizzando spontaneamente l’uccisione della strega. L’eliminazione del
“diverso, strano, malefico, pazzo o demente che fosse” era accolta non solo con
sollievo, ma con gioia. Chiedo scusa se ho semplificato e generalizzato per
motivi di brevità.
A Triora inizialmente i processi contro le
streghe suscitarono l’approvazione della comunità; quando però la catena di
delazioni si allungò in modo spropositato e vennero fatti i nomi anche delle
donne ricche e nobili che fino a quel momento si erano ritenute intoccabili,
cominciò a serpeggiare il panico. Da qui, la lettera di protesta scritta dai
Tre Anziani di Triora al doge di Genova, nella quale si lamentavano del fatto
che più di duecento persone fossero già state denunziate e altre lo sarebbero
state a breve.
In questo clima di paura, incertezza e
reciproco sospetto, prende avvio il mio romanzo.
Mi viene da sorridere quando penso che Dio
è il Bene, l’apoteosi della bontà, e poi invece gli uomini lo trasformano in un
essere vendicativo, collerico, a loro immagine e somiglianza.
Siamo alla fine dell’intervista con una
domanda semplicissima, ma che spesso mette in difficoltà chi deve rispondere.
Abbiamo parlato diffusamente di questo tuo bel romanzo, abbiamo messo in luce
le sue origini storiche, abbiamo perfino indagato sulla psicologia dei suoi
personaggi. Eppure accade sempre che l’intervistato speri sempre che gli venga
rivolta una particolare domanda, a cui tiene tanto, ma questa non viene mai. Ti
chiedo allora qual è quella domanda che tanto avresti desiderato ti fosse
rivolta e nel contempo ti prego di fornirmi la risposta.
Premesso che le domande mi agitano sempre,
approfitto di questo spazio per chiarire un punto che mi sta molto a cuore. La
domanda non più desiderata, ma più temuta, potrebbe essere questa: che cosa è
stato facile e cosa difficile nella stesura del romanzo?
Facilissimo è stato creare la trama, i
personaggi, il clima emotivo e il finale.
Ben più difficile è stato impormi di essere
rigorosa da un punto di vista storico, giuridico, psicologico e geografico.
Così mi sono trovata a un bivio: lasciare il mio racconto libero di muoversi in
piena autonomia, come lo avevo sentito crescere in me, oppure mutilarlo,
appiattirlo, incanalarlo nella direzione dell’assoluta fedeltà alla Storia? Ho
scelto la prima opzione e mi sono concessa qualche licenza. La più macroscopica
è avere volutamente esagerato il computo dei roghi accesi a Triora. Va detto
che le notizie al riguardo non sono né chiare né esaurienti: è vero che furono
centinaia le persone inquisite; è vero che alcune donne morirono in seguito
alle torture o in un tentativo di evasione; è vero che di molte altre derelitte
si ignora la sorte; ma non esistono prove che a Triora siano stati accesi
roghi. Eppure, le leggende parlano di donne arse vive alla Cabotina o in piazza
della Collegiata…
Sia pure con qualche titubanza, ho scelto
di dare credito a queste leggende. E non solo per la mia innata passione per la
cultura popolare, ma anche alla luce del fatto che spesso, alcuni anni dopo una
condanna per stregoneria, i familiari chiedevano che gli atti venissero
distrutti per non gettare ombre infamanti sulla loro discendenza. In altri casi
erano gli archivi a finire, casualmente o deliberatamente, incendiati.
Dunque, piene certezze al riguardo non ne
esistono.
Ringrazio Renzo per la generosità e la
gentilezza con cui mi ha ospitata, e tutti voi per il tempo che mi avete
dedicato.
E’ stata una bella conversazione e Fiorella
Borin non si è sottratta a domande anche insidiose, comportamento più che
giusto visto che si è parlato di questo suo libro che, ripeto, per me è
veramente stupendo. Al riguardo vi prego di leggere anche la mia recensione
dalla quale spero possiate comprendere l’interesse che suscita La firma del
diavolo.
Grazie Fiorella e arrivederci al tuo
prossimo libro.
La firma del diavolo
di Fiorella Borin
Copertina di Gian Luca Peluso
Edizioni Tabula Fati
Narrativa romanzo
Collana Malacandra
Pagg. 136
ISBN 978-88-7475-182-2
Prezzo € 9,00
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:: Renzo Montagnoli
Renzo Montagnoli nasce a Mantova l’8 maggio 1947. Laureato in economia e commercio, dopo aver lavorato per lungo tempo presso un’azienda di credito ora è in pensione e vive con la moglie Svetlana a Virgilio (MN). Suoi racconti e poesie sono pubblicati sulle riviste letterarie Isola Nera, Prospektiva, Writers Magazine Italia e Carmina. E’ il dominus del sito culturale Arteinsieme (www.arteinsieme.net). Blog: http://armoniadelleparole.splinder.com
WEB: www.arteinsieme.net
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