2009
19
Nov

Intervista ad Arturo Bernava

Commenti () - Page hits: 1100
autore del romanzo Il colore del caffè
edito da Solfanelli
 
Questo romanzo ha la struttura di un giallo, benché l’elemento di tensione e di indagine costituisca più un pretesto e anche un filo conduttore per costruirvi intorno tutta una serie di storie, solo in apparenza non collegate, ma che danno vita a un grande affresco di un piccolo paese di montagna in un lasso di tempo che va dagli anni ’30 alla fine della seconda guerra mondiale. Lei in quel periodo non c’era ancora e quindi, a parte notizie che possono averle fornito anziani di sua conoscenza, ha lavorato molto di fantasia. Perché scrivere di un’epoca così particolare, di una comunità rinchiusa in se stessa in un’Italia che, almeno nel ventennio, era altrettanto chiusa?
 
Il libro nasce fondamentalmente da un racconto, che aveva lo stesso titolo “Il colore del caffè”. L’avevo scritto nel maggio del 2008 per trattare l’ignominia delle leggi razziali, promulgate appunto nel 1938. Il racconto uscì così bene che vinse alcuni concorsi per “inediti”; in uno di questi una giuria popolare molto numerosa rimase addirittura entusiasta dell’ambientazione e dei personaggi. Sono stati questi giurati, indirettamente, a convincermi a continuare la storia del maresciallo Modiano e della piccola comunità del paesino abruzzese.
Per scrivere il romanzo, però, non bastavano le poche nozioni che avevo utilizzato per il racconto breve; così, oltre al ricordo degli anziani, è stato necessario un lavoro di documentazione molto attento e scrupoloso, che mi ha appassionato molto.
Devo anche dire che, essendo un fedele lettore di Guareschi, mi ha sempre affascinato la vita dei piccoli borghi e delle piccole realtà locali.
Vorrei aggiungere, in merito al “mio” paesello, che pur essendo una comunità molto chiusa ha degli elementi di “apertura” molto interessanti, un’apertura che  viene esplicitata in particolare dai diversi personaggi “eclettici” che ne fanno parte.
 
Questa è stata la genesi del romanzo, partito da un racconto, come non infrequentemente accade. Considerata l’epoca in cui si svolge, penso che la scelta del periodo di parte del ventennio non sia casuale. E’ così e, se è così, quali sono i motivi di quella collocazione temporale?
 
Come dicevo prima, volevo parlare delle leggi razziali e di come si posero diverse persone nei loro confronti. Il protagonista del mio romanzo, il maresciallo Modiano, si troverà da un lato costretto a far rispettare la legge, dall’altro a fare i conti con la propria coscienza. Un problema etico che ha coinvolto molti tra coloro che hanno vissuto quegli anni.
Oltre questa motivazione chiamiamola “sociologica”, ce n’è un’altra più letteraria. Negli ultimi anni ho letto molti romanzi ambientati nel periodo della seconda guerra mondiale o nell’immediato dopoguerra, tantissimi negli anni ’50 e ’60. Solo pochi autori (ad esempio Lucarelli, Camilleri, Machiavelli e Vitali) hanno collocato le loro storie in quel periodo… appassionandomi quel tanto che è bastato per convincermi a scrivere di quegli anni.
Ma detto così sembra molto riduttivo. Ci sono tante altre storie che volevo raccontare di quel periodo. Ad esempio la truffa finanziaria di Alvaro Marinelli (una storia vera), o la teoria dell’elettroshock per la cura delle malattie mentali evolutasi proprio nel ’38. O, ancora, il fatto che anche l’Italia è stata oggetto di quello che oggi chiameremmo “imbargo” nei confronti dei “paesi canaglia”, allora definite semplicemente come “Sanzioni della Società delle nazioni”.
Insomma, un bel po’ di motivazioni, per la serie: “le cose non avvengono mai per caso”.
 
Ci sono tanti personaggi in questo libro, figure che con il loro operare sono gli oscuri manovali della storia, quella che poi si studia, tanto per intenderci. Ognuno ha la sua individualità, un ruolo ben preciso che viene interpretato da grandi attori. Per esperienza so che un autore tende sempre a ritrovarsi in uno dei protagonisti. Nel suo caso chi è e perché?
 
Ho lavorato per qualche tempo con una casa editrice, come lettore di bozze e sono rimasto colpito da quante persone scrivano la storia della propria vita.
Per molti “scrivere” significa per forza parlare di sé stessi. Io scrivo per il motivo opposto, per trovare una via di fuga temporanea dalla mia vita, non perché non la ami, ma semplicemente per una salutare evasione. È raro che, anche nei miei racconti, io parli di esperienze autobiografiche. In questo senso sono più un “ladro di storie”. Però è inevitabile che qualcosa di me venga ripreso da alcuni miei personaggi. Non tutto da uno, ma un po’ da ciascuno. Così il rude Alfredo ha ripreso da me l’amore per i libri e per la lettura, l’appuntato Inzirillo la passione per il caffè, il pazzo Gerolamo la consapevolezza che la follia è “fuori e non dentro i manicomi”. E, inevitabilmente, anche il maresciallo Modiano ha rubato qualcosa al suo creatore: il suo rapporto con Inzirillo, ad esempio, è tipico di come io interpreto il mio lavoro, puntando molto sul mio “secondo”. O, ancora, il porsi con un pizzico di umanità di fronte al freddo testo normativo che vorrebbe una cieca obbedienza alla legge, senza tener conto delle persone a cui si rivolge.
Ci sono poi ulteriori mie caratteristiche in altri personaggi, ma, un po’ per pudore un po’ per necessaria brevità, preferisco non rivelare quali.

Tutto il romanzo è pervaso da una sottile vena d’ironia che trova sbocco anche nella satira con il personaggio del podestà, tutto sommato simpatico, nonostante il suo procedere alla Starace. Insomma, tutte le figure riescono a suscitare simpatia, tranne una: Leopoldo Lanfranchi. Ladro, profittatore, ammanicato viene condannato senza appello. E’ il personaggio negativo della storia, anche se essenziale al suo integrale sviluppo. Non penso che ci sia il minimo margine di identificazione con l’autore, questo individuo è una figura non avulsa, anzi tipica in ogni epoca, tanto da ritrovarne di analoghe anche attualmente, come a dimostrare che cambiano i tempi, ma non alcuni tipi di uomini. E l’epilogo sembrerebbe confermare le analogie che ci sono fra l’epoca del romanzo e quella odierna. E’ così?  
 
Ha colto in pieno il senso del romanzo, anche senza conoscere molti retroscena della genesi dello stesso. Il romanzo, infatti, ha avuto due stesure. La prima è stata riscritta quasi completamente su invito dell’editore in quanto, a suo dire, l’ambientazione risulta troppo “attuale”. Il romanzo in quella stesura non conteneva la figura di Leopoldo Lanfranchi e delle sue malefatte. Nella seconda stesura, quindi, ho voluto dimostrare all’editore che anche in quegli anni esistevano delle analogie molto forti con i tempi attuali e pertanto mi sono messo alla ricerca di una frode finanziaria che avesse delle analogie con quelle purtroppo messe in atto ai nostri giorni da alcuni sedicenti finanzieri. Ho trovato la storia (vera) di Alvaro Marinelli e del fallimento di ben otto banche e ho poi costruito la figura di Leopoldo Lanfranchi che è sì di fantasia, ma è anche molto credibile in quanto somigliante ai tanti loschi figuri in giro in quegli anni e che godevano delle protezioni dal regime.
Dopotutto essendo “Il colore del caffè” un romanzo di ambientazione storica, la teoria dei “corsi e ricorsi” non poteva che trovare piena attuazione.
E mi viene da dire “purtroppo”!
 
Una domanda che non è poi così ovvia: perché il titolo Il colore del caffè?
 
Un protagonista “occulto” del romanzo è il cieco Alfredo. L’uomo non vede con gli occhi, bensì con gli altri sensi e più in particolare con gli occhi del cuore. È lui a percepire i colori della voce, delle stagioni, delle persone stesse. E anche del caffè.
Il caffè, quindi, diventa metafora di vita e si trasforma in qualcosa di diverso; non liquido nero, ma caleidoscopio di tanti colori per chi sa guardare oltre.
È anche un elemento aggregante, un po’ come lo è nella nostra vita di tutti i giorni. Un elemento che allora era anche prezioso, vista la sua scarsità a seguito delle sanzioni imposte dalla “Società delle nazioni”.
Ho voluto, quindi, rendere omaggio ad una presenza quasi scontata della nostra vita, ma che acquisisce un’importanza notevole se vista con gli occhi del cuore.
 
E’ assai probabile che non le abbia rivolto la domanda a cui avrebbe tanto desiderato rispondere. E allora le dico di formulare lei questa domanda e di corredarla della risposta.
 
Una domanda che mi pongono spesso in questi giorni di uscita del romanzo è “Perché scrivi?” o anche “Perché hai scritto questo romanzo”. È una bella domanda perché mi permette in qualche modo di sedare il mio narcisismo (tutti gli scrittori lo sono un po’… e quelli dilettanti come me forse lo sono anche troppo). Con questa domanda forse riesco a sembrarlo un po’ meno, ma forse è una vana illusione.
In realtà io scrivo per rendere omaggio alla mia grande passione, che è la lettura. Io adoro leggere e lo faccio sin da bambino. Ricordo ancora il primo libro che ho letto (I ragazzi della Via Paal) e anche il secondo (Cuore).
Ho però un grande difetto come lettore: prediligo quasi esclusivamente (salvo rare e dovute eccezioni) autori italiani. Gli autori che amo particolarmente (e che in parte ho già citato prima) scrivono della loro terra e così mi è sembrato bello scrivere della mia bella regione, in questi giorni così tanto martoriata. “Il colore del caffè” è stato scritto prima del terremoto del 6 aprile ed in qualche modo la sua pubblicazione è stata per me una specie di dichiarazione d’amore, a prescindere dall’impressione e dall’interesse che hanno poi suscitato  i tragici eventi del sisma devastante che ci ha colpito.
L’Abruzzo è bello, forte e gentile. Lo era prima del 6 aprile, lo sarà anche dopo.
 
Grazie per il piacevole colloquio relativo a un libro che è una vera e propria sorpresa ed è con l’augurio che lo sia anche per i lettori che la saluto, sperando che a questo romanzo ne seguano altri.
 

Il colore del caffè di Arturo Bernava
Copertina di Vincenzo Bosica
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Narrativa romanzo
Pagg.: 199
ISBN: 9788889756775
Prezzo: € 12,00

 
:: Vota
Vota questo articolo: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 (1 = scarso - 5 = ottimo)
 
:: Renzo Montagnoli
Renzo Montagnoli nasce a Mantova l’8 maggio 1947. Laureato in economia e commercio, dopo aver lavorato per lungo tempo presso un’azienda di credito ora è in pensione e vive con la moglie Svetlana a Virgilio (MN). Suoi racconti e poesie sono pubblicati sulle riviste letterarie Isola Nera, Prospektiva, Writers Magazine Italia e Carmina. E’ il dominus del sito culturale Arteinsieme (www.arteinsieme.net). Blog:  http://armoniadelleparole.splinder.com  
WEB: www.arteinsieme.net
:: Articoli recenti
 
KULT Virtual Press e KULT Underground sono iniziative amatoriali no-profit - per gli e-book e per gli articoli fare riferimento alla sezione Copyright
Webmaster: Marco Giorgini - e-mail: marco @ kultunderground.org - Per segnalazioni o commenti inviare una e-mail a: info @ kultunderground.org
Questo sito è ospitato su server ONE.COM

pagina generata in 85 millisecondi