2007
25
Feb

Il Lacchè e la Puttana

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Questo racconto lungo di Nina Berberova è una di quelle opere che necessariamente ci lasciano pensare. Questo piccolo libricino si legge in un fiato, in un sospiro d’angoscia, passa sotto gli occhi come un treno che celere sferraglia, attraversa un destino con il sibilo di una freccia per lasciarci poi lungamente pensosi e perplessi. La forma del racconto rende il realismo della Berberova ancora più scarno e pregnante, lo stile narrativo sintetizza le suggestioni del suo mondo letterario squallido e disperato, senza troppi artifici dialettici, aderente all’essenzialità del suo scavato messaggio. In queste pagine nessuna fessura della notte porta alla luce del mattino, e i destini, i sentimenti, i piccoli piaceri, scivolano tra le mani di personaggi diseredati, sono fumi che si dissolvono e fuochi fatui che non sottraggono alla realtà incombente.

Il racconto segue le misere vicende di Tanja (la «puttana») prima per le vie di Pietroburgo, poi di Nagasaki e, infine, della Parigi più marginale. Con dovizia di particolari vengono descritte animosamente le vicissitudini del bordo, mentre i milieu urbani, pur variopinti e affascinanti, sono lasciati ad una quinta sfumata e avviluppata dal grigio squallore di vicende sempre uguali, in ogni dove.

 

«Accadde fuori città, in una casa circondata da un giardino basso e umido. La finestra era aperta, le zanzare volavano sulla lampada, si bruciavano, cadevano nel vasetto della marmellata [..] c’era un samovar di rame in cui versavano acqua calda dalla teiera messa a bollire sul fornello [..] della torta di mele era rimasta nel piatto solo una fettina triangolare [..] tutto era assai simile alla Russia. »  (N. Berberova, Il Lacchè e la Puttana, Adelphi, Milano, 1994, p. 20)

 

Tanja è disegnata con una straordinaria economia di tratti, ma i più vivi e necessari. Le parole del 1937 - anno in cui il racconto venne pubblicato sulla rivista Sovremennye Zapiski - rivelano una natura complessa, con risvolti letterari che rasentano la psicanalisi e appaiono ancora molto attuali: un personaggio totalmente vuoto, alla continua ricerca di una felicità da consumare istantaneamente, senza peso, sans souci. Figura che merita di occupare un suo posto nella galleria delle grandi abiette della letteratura russa, ella ricercherà gratificazione nei luoghi, nei piccoli piaceri, nelle vetrine della grande capitale, negli occhi degli uomini a cui sarà accanto, senza mai trovarne un lembo. Muovendosi nella degradata e malinconica Parigi dei russi bianchi, tra violini zigani, sonate, romanze, bettole umide e desolate, apparirà al suo fianco – come puntuale controcanto – il lacchè (Bologovskij), ex-ufficiale della cavalleria zarista, finito come cameriere a servire caviale in un uggioso ristorante.

 

«Poteva impunemente andarsene in giro tutto il giorno, rimodernare vecchi vestiti, giocare a carte. Ma il disgusto – per sé, per lui – le spezzava l’anima. Non sapeva cosa fosse la vita, ma sentiva che non era quello, non poteva essere quello. » (N. Berberova, Il Lacchè e la Puttana, Adelphi, Milano, 1994, p. 69)

 

In una disperazione surreale, triviale e meschina, le introspezioni diventano sempre più allucinate e deliranti, in un continuo dentro e fuori le anime e i destini, sino a confondere i confini tra il narratore e i personaggi, e i personaggi tra loro. Un’allucinazione che avrà termine solo in  un sinistro scioglimento, che come sempre nella Berberova, cela una punta che si rivela solo nelle ultime righe.

 

Si potrebbero prendere a riferimento i pochi egregi lavori di Kazakov, la maestria di Checov, ma raramente un racconto ha saputo tratteggiare una realtà tanto scarna, inquietante e difficile. La Berberova merita un plauso di originalità perché con queste pagine invita, con una storia “vuota” e povera, alla piena riflessione dell’Essere. Un interrogativo domina, con intermittenza martellante, ogni pagina del libro: «Perché vivo? » «Perché mi do tanto da fare? » «Che sarà alla fine di tutto questo? », è l’alfabeto della disperazione e dei suoi personaggi reietti, che ci mette colle spalle al muro e ci costringe a ripensare al nostro modo di stare al mondo: al nostro stare con la pancia piena ma con le menti vuote. Infine, con una metafora sconcertante (di cui Bologovoskij è solo l’oggetto) la Berberova, risponde a modo suo all’indifferenza dell’uomo perso tra le sue smanie: “con queste parole, con questi suoi ricordi, con queste convulsioni, con un passato che lui non conosceva, con un  futuro… Ma,  grazie a Dio non c’era futuro. »

 

«Ogni tanto faceva in tempo a vedere una vecchia mendicante gobba e canuta, con un sacco e un bastone, che sedeva su una panchina senza prestare alcuna attenzione ai vagoni che le sfilavano davanti, oppure un vecchietto con gli stivali legati con lo spago che schiacciava un pisolino, un operaio senza una mano che masticava del pane. E allora strani pensieri passavano per la testa di Bologovskij: la paura della fine, forse della vecchiaia, e il presente stava davanti a lui come un enorme peso che non riusciva a smuovere

(N. Berberova, Il Lacchè e la Puttana, Adelphi, Milano, 1994, p. 77)

 
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:: Alfio Sironi
Alfio Sironi nato nel mite ottobre del 1983, risiede in una sempre meno verde zona della Brianza orientale, frequenta il corso di Laurea in Scienze e Culture dell’Ambiente e del Paesaggio presso la benemerita Università degli studi di Milano. Scrittore disperato, scrive in particolare di Letteratura e Musica, Agricoltura e Ambiente.
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