2006
30
Nov

Il Padrino vs Il Delegato

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Due omonimi autori di due libri, entrambi incentrati sull’argomento-mafia.

Due libri, le cui prime edizioni sono pressoché coeve, che si sono voluti mettere a confronto, partendo dal più celebre.

  

IL PADRINO

 

Sappiamo benissimo quanto successo abbia ricevuto in vita questo libro, anche e soprattutto sotto le vesti di film. Ha sbancato il botteghino, come si dice.

Adesso, però, è un vecchietto con le pagine ingiallite; e la mafia, in tutte le sue forme – connivenze politiche comprese – è un teorema una prassi una struttura, che travalica il racconto del Puzo.

Il romanzo, però, prima della “Cosa Nostra” di Padovani e Falcone, s’impegnava a scoprire una certa analisi sociologica del fenomeno. S’impegnava, soprattutto, a descrivere una sicilianità corruttrice ed affaristico-illecita, per la quale, se fosse vivo Leonardo Sciascia, forse avrebbe da obiettare.

 

Regna, infatti, nelle pagine, un pressappochismo clinico; che, vestendo i panni chirurgici, svia sull’essenza delle epoche e delle società attraversate dai padrini.

Ci siamo, poco più sopra, lamentati del fatto che, venuto a mancare lo Sciascia, non potessimo ben reggere questo genere di opinioni. Comunque, il secondo grande Leonardo (dopo il Da Vinci) ci ha lasciato così tanti scritti dai quali trarre precetto, che non resta altro se non l’imbarazzo della scelta e la frustrazione per il mancato sterminio di chi stermina la società; ammesso che l’onorata non sia più onorata di quanto si possa in breve immaginare.

Chi qui recensisce risolve l’imbarazzo conoscitivo col leonardiano (“sciasciano”, non “vinciano”) “A ciascuno il suo”, tramite uno di quei tanti frammenti evasi dall’italica “cultura” che si ostina a far leggere solo “I Promessi Sposi” nelle classi di un’intera penisola, senza peraltro rendersi conto che anche lì, come in ogni gran libro nostrano, di mafia si parla…

Il fatto è, mio caro amico, che l’Italia è un così felice paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua.

Grande Sciascia, no? Grandi, certi nostri scrittori, ma c’è una mentalità che dà sempre maggior spazio agli anglosassoni, fino a farli diventar classici, non soltanto per romanzo, ma anche per saghe filmiche.

 

Insomma, c’è tanto su cui riflettere, non lo nego; ma qualcuno conosce per caso un piccolo libro italiano, scritto da un giornalista nato a Roma, cresciuto a Trapani, e che è stato capocronista e redattore de “L’Ora” e de “Il Giornale di Sicilia?”. Il libro si chiama “Il Delegato”; il suo autore è Mario Genco.

Quando avremo letto questi libri e magari le loro recensioni, potremo forse parlare delle mafie e di tant’altro, senza dover varcare prima un certo oceano per leggere una traduzione della prassi italica. E sarà allora che questo romanzo ed omonimi films[1] smetteranno d’essere “classici”; dato che con certi classici non si pone base per la risoluzione d’ataviche “questionone”, grandi quanto e più del pianeta.

 

Per queste famiglie il numero giusto è uno, invece dovrebbe essere due. Perché c’è sempre un’alternativa, una bestia nera, un anticristo, un controcanto, un contraltare, un rivale, un controcorrente, un bastian contrario, un doppio. […] Perché, per fortuna, c’è sempre un rompicoglioni[2].

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.

Dell’autore, l’edizione esaminata non dice un tubo.

 

Mario Puzo “Il Padrino”, Arnoldo Mondadori editore (collana “Gli Oscar Mondadori”), Milano, 1978, su licenza di Dall’Oglio Editore.

 

Traduzione di: Mercedes Guardini

Titolo originale: The Godfather

Prima uscita italiana: Dall’Oglio Editore, 1970.

 

IL DELEGATO

 

Letto l’11/12/2005 in Ceglie Messapica (BR)

 

LA CRIMINOLOGIA DEI FUNZIONARI

 

La criminoogia, come la sociologia, come l’antropologia, sembrano scienze straniere e distaccate dal potere; invece sono scienze molto italiane e molto legate al potere.

Questo era tanto più vero in un determinato periodo storico, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.

Era l’epoca di Lombroso e della sua scuola positiva. Il diritto penale obbediva all’analisi spietata degli studiosi della stretta cerchia lombrosiana, e quegli studiosi scrivevano, recensivano, possedevano strumenti divulgativi per l’epoca potentissimi, aderivano a vere e proprie scuole.

 

In questo clima, immaginare i funzionari di Pubblica Sicurezza chiusi nei loro uffici, o alla ricerca del criminale con metodi classici, è più che impossibile. Il clima era, per quanto in sguito si confuteranno parecchi assiomi scientisti, di rivoluzione culturale.

La Sicilia, in particolare, “accasava” parecchi uomini, che la criminologia riporterà come illustri studiosi nei futuri testi universitari. Anche alcuni poliziotti entreranno nel novero (come l’Alongi, il Contrera – più il primo che il secondo, in verità – in vita e anche in morte nemici d’ideologia, forse senza neanche volerlo).

“Il Delegato” è un documento storico.

Mario Genco chiarisce che Questo non è un libro di storia, ma siccome è tutto costruito su documenti d’archivio e su fonti bibliografiche, prassi e buona creanza vogliono che si indichi dove i documenti siano verificabili (pag. 113).

È un documento direi interattivo. Sappiamo che l’autore ha voluto ordinare le fonti secondo il suo sentire, volendo collegare/ragionare/risolvere il quesito sel bilanciamento e scontro di poteri.

 

Questo bel libro sulla Maffia – vecchia terminologia siciliana di mafia –, sulla burocrazia, sulla voglia di far carriera, non spande sangue a iosa, si trattiene dal diventare meraviglia artificiosa.

L’epoca politica è evidente, il politico è citato, chiamato, posto in dedica, il mondo-Sicilia è in fermento, gli studiosi di sociologia criminale sono immersi interamente in quel fermento e fra gli studiosi il Capo della Polizia, cioè Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, il quale aveva buona stampa con i capiscuola del positivismo antropologico e giuridico, Cesare Lombroso ed Enrico Ferri, critici sprezzanti dell’organizzazione della polizia in Italia. Il suddetto Capo della Polizia Sembrava che avesse idee e progetti moderni, che in qualche modo significavano adesione alle dottrine positivistiche allora dominanti. Di tali dottrine, il corpo dei funzionari di polizia non era ignaro e chi non conosceva s’affannava ad orecchiare, ché la nuova scienza – come la chiamavano – era in gran voga nelle questure e nei tribunali (pag. 14).

 

In questo testo possiamo se non leggere tutta la storia della scienza criminologica, senz’altro i rapporti di potere che essa riuscì, forse suo malgrado, ad instaurare, aiutata dai primi “regolamenti” di polizia.

Ritornano nomi, luoghi ed avvenimenti conosciuti, e in e per questi le vite umane lottano. Vi sono: il signor Contrera, Ustica, Tripoli, gli sfruttatori della prostituzione (chiamati a Palermo i Ricottari), il Dottor Lombroso e tanti altri dottori e le loro riviste. C’è anche il richiamo a processi e banditi dell’epoca. E Alla fine dell’Ottocento l’analisi sulla mafia registrò una svolta. La Maffia perdette una effe. Poca cosa, si dirà: ma l’esile consonante caduta scrostò dalla parola l’indefinibile e tenace patina di ambiguità semantica che induceva ad assegnare il fenomeno più al mito che alla

realtà (pag. 22).

Ed anche allora la domanda più imbarazzante […] era sui rapporti tra mafia e politica: perché significava prender posizione su come il governo, e perciò i loro diretti superiori – per non parlare di se stessi nell’esercizio delle funzioni – manovravano le investigazioni e le repressioni antimafia, con sospette coincidenze elettorali (pag. 23).

 

E lo sconosciuto studioso ligio al dovere è sempre esistito nel mondo, sempre legato al resto degli umani dalle sue scoperte non apprezzate.

Questo studioso, nel caso che ci occupa, era Antonio Contrera, studioso povero, un piccolo Delegato, supertrasferito da un ufficio all’altro, forse soltanto perché scomodo, con la scusa d’una certa insubordinazione e presunzione, per dirla con chi non volle che l’uomo diventasse commissario. A volte “premiato”. Cercava d’avanzare richieste in via gerarchica, e i suoi ricorsi trovavano in chi di competenza sempre la “pezza a colore”, il motivo di rigetto.

Fino a quando anche lui non trovò la sua Eccellenza “grigia” cui inoltrare qualche richiesta. Ma fu poco quello che ottenne e diventò studioso in pensione di un certo tipo d’archeologia: A Messina non aveva neppure la possibilità di studi e di ricerche; andava in giro a visitar chiese e monumenti archeologici; incoraggiò e aiutò la figlia professoressa a pubblicare una ricerca su “la polemica per l’apostolica legatia dei re di Sicilia”, una vicenda che ha incuriosito schiere di storici siciliani e ispirato scrittori, Sciascia è stato l’ultimo (pag. 86).

 

Stette in ufficio, a scrivere una relazione della sua visita al presidente Riches, per un paio d’ore. Ci mise tutta quella ironia che nessuno di coloro che l’avrebbero letta sarebbe stato in grado di cogliere: tutta la gerarchia da cui sarebbe passata, il futuro ricercatore d’archivio, lo storico[3].

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Mario Genco “Il Delegato”, Giulio Einaudi editore, Torino, 1991

 

Prima edizione: sempre per i tipi dell’Einaudi, 1971.



[1] Da “Il Padrino” s’è ricavata una trilogia cinematografica.

[2] Da: Giuliano Ramazzina, “Fuori Mercato; Nordex”, edizioni Novarete.it, 2005

[3] Da: Leonardo Sciascia “Il contesto”

 
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:: Monica Cito
Monica Cito è nata a Telese Terme (Benevento) nel 1972. È laureata in Giurisprudenza e collabora colla rivista giuridica on line www.diritto.it scrivendovi articoli di saggistica giuridica. Ha collaborato altresì con la rivista letteraria www.lankelot.com come autrice di recensioni letterarie e di piccoli brani in poesia e prosa. Nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore. È inoltre presente in varie antologie poetiche.
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