2006
3
Ott

Venere, io t'amerò

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«E tu che hai preso in mano/ il filo del mio treno di legno/ che per essere più grande avevo dato in pegno/ e ti ho baciato sul sorriso per non farti male/ e ti ho sparato sulla bocca invece di baciarti/ perché non fosse troppo lungo il tempo di lasciarti… » (R. Vecchioni, Stranamore).

Osservando la copertina raffigurante un volto con gli occhi grandi e tristi, si ha la sensazione che ci sia uno sguardo, una sorta di punto di vista assoluto attraverso il quale leggere e sondare questo testo: si ha la percezione che il percorso del lettore sia guidato da quegli occhi, dall’amara consapevolezza che pulsano. Gli occhi bussano ad una porta: a voi l’ardua scelta: lasciar chiusa la curiosità o aprire lo scrigno e sciogliere l’arcano…
Definito romanzo d’esordio e di formazione allo stesso tempo, Venere io ti amerò è opera autobiografica, delineata oltre il pregiudizio, oltre la polemica, oltre la presunzione della diversità: il percorso individuale di Luce, protagonista per via di metafora’ della ricerca, del compimento alla vita, è, efficaciemente, il racconto di una presa di coscienza, di un impegno alla difesa del diritto e del rispetto di sé. E’ il racconto di una lunga storia d’ amore: quella tra la vita e una donna o, per la precisione, quella tra la forza della vita e una donna.
Oltre l’apparenza, prescindendo dai luoghi comuni e dagli ostacoli culturali che caratterizzano la società, Luce cammina con passo veloce verso se stessa: si guarda allo specchio, accarezza l’ironia amara dei contesti in cui non si è ciò che si pensa e ciò che si sceglie ma, semplicemente, si è diversi e, forzando talora il lettore con immagini forti ed immediate, attraverso uno stile che è volutamenteespressionista’, squarcia il velo di Maja dell’equilibrio tra forma e contenuto. Il gioco della discontinuità è potenziato dalla libertà del flusso di coscienza, nell’espansione dell’intimo rapporto con il proprio passato, con la dimensione del ricordo che attanaglia il presente.Ma che non lo impedisce, non lo limita, non lo priva di cieli immensi e immenso amore.
Cade la maschera, il trucco degli equilibri narrativi si scioglie: la ricerca sullo stile, l’indagine sulla realtà, il mettersi a nudo, diventano necessità vitali, sublimate dalla letteratura come luogo di sviluppo, di sperimentazione, come luogo del Sé.
Opera profondamente poetica’ nel senso greco del termine: opera che è costruzione, frammentata per rispettare un tessuto narrativo che ritorna alla mente del narratore quasi in un flashback costante, seguendo un solo principio, restituirsi a sé, conciliarsi con l’intimità del dolore, per traformare la rabbia e il rancore in energia creativa.
L’intero libro è una manifesta forma d’amore: la tenerezza di Luce, la sua femminilità attiva e vibrante, non cercano la compassione’del lettore, bensì la sua consapevolezza, la sua coscienza; Luce non teme il giudizio di chi legge poiché l’apertura alla vita, la lotta contro il pregiudizio e contro la violenza (verbale e fisica), sono forme d’amore troppo sublimi per subire condizionamenti.
La passione alla vita, la certezza percepita che essa meriti tutto l’impegno possibile, spingono il lettore ad una presa di coscienza non solo sul tema dell’omosessualità, bensì sul pregiudizio alla diversità, sulla paura di ciò che non conosciamo: oserei, perfino, sul concetto di scandaloso e, ancor prima, sul significato del termine dignità.
E poi l’amore indecente, che si lascia guardare/l’amore prepotente/ che si deve fare/ e gli amori passati e ancora vivi nella mente/ che dell’amore non si butta via niente: il bianco e nero, la misura e l’esasperazione, la tenerezza e l’eros, si abbracciano, si scontrano, si cercano, in un movimento costante, quasi una contrazione verso la rinascita’, un nuovo parto, una seconda aurora.
“Martino, la vita è un triciclo, che, pedalandolo come si deve, si può arrivare alla benedetta conoscenza del proprio passato”: il triciclo, simbolo infantile che funge da perno per i ricordi che guidano la penna di Luce, segna anche il coraggio di riconoscere questo viaggio come un anti-nostos. Ulisse deve metabolizzare Itaca per recuperarla altrove, per cercarla senza smarrirsi, perché Itaca non è casa e il dolore (come l’amore) non è quantificabile. E’ solo speranza per la vita che aspetta di accadere e che chiede un sorriso che la memoria non sa ritrovare.
Romanzo intenso, epidermico’, penetrante: romanzo che chiede attenzione e flessibilità in corso di lettura, toccando talora momenti di concreto lirismo senza mai tradire, tuttavia, la prosa, personalissima fin dalle prime pagine.
La storia di Luce è una canzone da cantare dosando tecnica e sensibilità: diretta, sfacciata, arrabbiata, la protagonista non teme la parola, bensì la sente, l’affronta, la stringe a sé…fino a darle un nome: Monica.

 
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:: Ilaria Dazzi
È nata a Montecchio Emilia (RE) nel 1980, ma risiede da sempre in provincia di Parma. Laureata in lettere classiche presso l’Università degli Studi di Parma con una tesi in Storia del Teatro e dello Spettacolo dedicata alle riscritture del mito di Antigone, è attualmente dottoranda in discipline teatrali e cinematografiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Collabora con alcuni siti internet dedicati a letteratura e teatro, con un’agenzia letteraria e con un mensile locale. Da sempre interessata all’universo della scrittura e all’editoria, si è recentemente qualificata al primo posto nel concorso Storie a Mezzogiorno (sezione narrativa). Autrice della post-fazione al libro di Fortuna Della Porta IO CONFESSO, sta attendendo l’uscita del suo primo racconto nell’antologia dal titolo Piccole Storie, edizioni La Chiave.
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