2006
4
Set

Caffé Valeriana Vomito Sigaretta

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(Elisabetta Bilei - Edizioni Il Foglio)

 

 

 

Letto oggi, 16/07/2006, in Ceglie Messapica (BR)

 

 

Una giovanissima autrice non più esordiente, che nel cognome ricorda un’altra scrittrice, la Bille[1], quasi a magnificamente rimembrarci che in letteratura esiste e deve esserci la sperimentazione; che è essa – a dispetto dei puritani del bello stile – a fare la novità e, tramite la stessa, descrivere un’epoca.

E la nostra [epoca] è smilza povera avara e VIOLENTA.

E la violenza è sociale e privata.

E la società è sorda di vetri da infrangere, denunce, “mancate” parole apparentemente scomposte; che, nel momento in cui si ricompongono, formano costrutti di difficile comprensibilità, botole a tenuta stagna di sommergibili che hanno da attraversare acque torbide, travestite da mari.

 

Così, il flusso di coscienza, che qui ci si propone, pare un nocciolo duro, un materiale informe, un caos statico ed angoscioso.

La ricerca della terminologia adatta a costruire il nocciolo, lo zoccolo duro, è operata sul piano del semplice. Il semplice – ciò che è conosciuto,in amore soprattutto, dato che da una descrizione del rapporto uomo-donna si parte e s’arriva – diviene qui teorema di quel sopruso fisico che colpisce l’essere femminile.

 

Cesare Vergati, nel suo “A sorpresa”[2] parlerà in filosofia (lui scrive in poesia di quegli stessi temi).

Cesarina Bo[3], nei propri racconti, prenderà più pause nelle infinite sfaccettature delle sue donne.

Io stessa lascerò urlare la mia Luce[4]. Ognuno di noi ed altri ancora, di scrittori “ipercreativi”, quelli che cercano la novità come soluzione, quelli che sfondano il muro del pianto per innalzare la santità della carne, scrigno dell’anima da non violare

 

Le religioni hanno castrato le famiglie; grazie ad esse hanno schiavizzato. Ma adesso, nell’editoria indipendente, in qualche scritto che osa la rabbia nelle sue varie sfaccettature; che osa sfidare l’indicibilità di certo sentire insegnatoci come indicibile… Adesso – dico e dicevo – c’è il nostro tempo, quello che, come esseri umani prima e come artisti dopo, abbiamo il dovere assoluto di contemplare giudicare riportare interpretare e, in qualche maniera – di qui la sperimentazione – incidere scalfire sviscerare, vomitare sulla carta, rendendola nero caffè, grumoso vomito, fumante sigaretta.

Il richiamo al titolo, però, non stimola: il libro va letto nel suo interno; ancor meglio: nelle interiora. Come fosse pagano ascolto delle viscere di questa terra, che col sopruso inghiotte l’anima visibile, attraverso cocci tecnologici: vetri rotti da riciclare (pag. 7); […] ventre della bottiglia di birra che ho appena gettato a terra (ibidem); […] vetro rotto più volte da lui per farmi vedere che esisteva (pag. 41)

Vetro sottinteso di un reparto ospedaliero, ai confini della realtà. Vetro di un respiratore che può pulsare fino ad una certa ora del giorno, di un giorno, finché ne segua una fine: la fine dell’essere violentata dal padre, dall’amante.

Vetro infranto da una che si sente spezzata e non rinuncerà a scordare: teorema filosofico della contemporaneità che strepita tutta la propria indignazione contro i panni sporchi da lavarsi a domicilio. Il soggetto finalmente dichiara: Smerdiamo il mondo con la mia realtà (pag. 8).

Le frasi fatte dell’epoca sono disfatte sulla carta, e la donna dichiara ciò che da lei non ci si aspetta, in un’alternanza di affermazioni e controdichiarazioni, passanti attraverso poche parole.

Eppure, Le parole erano poche, ma dense di significato (pag. 22). Ed è da questa asserzione intertestuale che dobbiamo partire per comprendere un libro come questo; un libro che, semplicemente, vuol caducare alcuni falsi assiomi e dar voce alla verità.

 

Pare proprio che una buona fetta di autori contemporanei sia ossessionata dalla ricerca della verità e che – dopo le grandi rivoluzioni collettive – decida per il ritorno del soggetto padrone della scena, per il nuovo violato e diverso da riacquistanda libertà.

La favola “moderna”, se c’è, nasce dalla crudeltà moderna; perciò è nera, e prima è oscura, fa schifo, ma contempla monadi d’amore, colorate d’odio. Ma conclude spesso con quella sofferenza estrema netta tagliente, della quale ha da prendersi coscienza per tornare alla vita.

E alcuni uomini vedono la donna nuda di vita, e la amano. Il fisico diventa animistico, in un gioco di falsi fratelli parolai – vita/fianchi, vita/esistenza – ed il lettore, finalmente, è chiamato a leggere e meditarsi.

 

Questo è il mondo: un malato, un uomo, un violentatore; un sopruso che non può non albergare nelle pagine in continua tensione, con una qualche scomposta fede sempre in latenza, perché bestia per troppo tempo ritenuta sacra, che oggi è da abbattere, definitivamente, con atto di lucida estrema coscienza. Perché

Mi stai condannando nel silenzio del tuo ripudio, lo so.

Nessuno vuole provare un amore che stordisce, che sequestra tutti i sensi e travolge nella sua passione.

Neanche tu, papà.

Neanche tu. (pag. 17)

 

I temi principali sono vecchi quanto il mondo: il bene e il male; la scelta da operarsi su di essi.

Anche il tema “secondario” è, purtroppo, vecchio quanto il mondo: la violenza alle donne.

E gli ingredienti ci sono tutti, in poche pagine “in prima”. Come se l’ultima parola fosse ancora da scavare, come quel corpo che sin lì ha parlato dell’incomunicabilità e del sopruso; che ha strappato la carne e la mente e l’intera vita.

La morte è cosmica, non l’avete capito? Cosmica estrema suprema libertà. Insieme, augurio e regalo: Riappropriati di ciò che sei e vola, vola più in alto del sole e sii felice (pag. 49)

 

 

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE[5].

Elisabetta Bilei (Mestre, 1986), giovanissima romanziera italiana.

La sua carriera di scrittrice, nonostante la giovane età, è parecchio avviata. Vi si rimanda all’ultima pagina dell’opera qui commentata, per gli approfondimenti del caso.

La Nostra è, inoltre, un’artista a tutto tondo, essendo anche membro di un’orchestra che viaggia per tournées nazionali ed internazionali

 

Elisabetta Bilei “Caffè Valeriana Vomito Sigaretta”, Il Foglio Letterario, Piombino, 2005.


[1] Corinne Bille, un’autrice francofona, la cui produzione letteraria è tradotta in Italiano dalle edizioni Casagrande (Svizzera).

[2] Che trovate recensito sul n. 129 di www.kultunderground.org

[3] Recensita anche questa interessante scrittrice su Kultunderground.

[4] Luce è l’Io narrante del romanzo di Monica: “Venere, io t’amerò”. Contributi vari trovate sia su Kultunderground che su www.kultvirtualpress.com

[5] Parte a cura di Elisabetta Blasi, assieme alle note al testo. Testo che è stato redatto da Monica su sollecitazione dello scrittore Antonio Messina, il quale, durante una presentazione del libro, leggerà questo contributo. Ciò spiega il fatto che l’autrice abbia in quest’occasione tralasciato di redigere la seconda parte della presente recensione.

 
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:: Monica Cito
Monica Cito è nata a Telese Terme (Benevento) nel 1972. È laureata in Giurisprudenza e collabora colla rivista giuridica on line www.diritto.it scrivendovi articoli di saggistica giuridica. Ha collaborato altresì con la rivista letteraria www.lankelot.com come autrice di recensioni letterarie e di piccoli brani in poesia e prosa. Nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore. È inoltre presente in varie antologie poetiche.
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