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2006
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Mag

Il requiem di valle Secca

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(Lorenzo Mazzoni - Tracce)

Benvenuti, lettori, nella scenografia espressionista di Valle Secca. Sarete captati dall’allucinazione escatologica di Lorenzo Mazzoni; trascinati in un oscuro impeto visionario, avvelenato ed intossicato da miasmi letali. Benvenuti tra i vicoli di Valle Secca, ove le pareti si allungano e convergono su esseri umani mutati da un’industrializzazione dilaniante le cui metastasi sono giunte ad intaccare ogni forma di vita, ogni aspetto, ogni più piccolo respiro.

Nulla respira qui, tutto si trascina agonizzante ed incrostato di uranio. Paesaggio di estrema contaminazione tra natura e tecnologia, in cui quest’ultima ha ormai preso il sopravvento. Valle Secca potrebbe essere una Chiba City scaturita dal milieu locale. Potrebbe. Chi conosce Ferrara, però, non può non cogliere un lieve parallelo tra un determinato quartiere di questa città (afflitto dalle perenni emissioni del petrolchimico), ed il microcosmo dipinto dal ferrarese Mazzoni. Quasi che l’autore avesse utilizzato le tinte da sempre osservate, solo sporcandole e scurendole ulteriormente. Esasperando il quadro, evidenziando i germi di deterioramento che già si annidano nella quotidianità.

In questo, proprio nella qualità della visione dello scrittore, risiede, a mio parere, l’analogia tra questo romanzo breve e la letteratura distopica inglese, più che col filone cyberpunk, cui invece viene ricondotto nella Prefazione.

Tra le righe di questo Requiem, infatti, mancano gli elementi fondamentali utilizzati da W. Gibson e compagni. Asdrubale, il protagonista, è sì un cittadino reietto ed emarginato, che trova nel computer l’espediente e la via di fuga, sulla scia degli hacker della consolle. Ciò che fa la differenza, d’altro canto, è che la ribellione al sistema - col conseguente ribaltamento – non viene attuata utilizzando il mezzo informatico, ad esso vincolato ed organico; bensì essa segna un ritorno all’elementare, alla natura. Quindi l’aspetto tecnologico, snodo nevralgico per i profeti del cyberpunk, diventa invece marginale nel nostro libro. Si fa da parte, indicando decisamente nell’elemento naturale ed originario quella forza eversiva che già ci aveva illustrato G. Orwell in alcune toccanti pagine di “1984”.

Dal mito del ritorno alla vita naturale, dunque, notiamo emergere per contrasto il demone fagocitante dell’industrializzazione, ovviamente vista – in chiave inevitabilmente vetero-marxista - come morbo ed alienazione dell’individuo e della società. Sono questi, fondamentalmente, gli elementi che, considerando “Il requiem di Valle Secca”, ci conducono a tracciare un percorso a ritroso verso la scrittura anti-utopica, sulle orme di H.G. Wells o D.H. Lawrence.

La nostalgia per una vita naturale ed un’età dell’oro che non torneranno, il timore di un futuro che attende proprio dietro l’angolo, col fantasma grigio dello sviluppo industriale incontrollato, a gettare un’ombra lunga e sinistra sull’attualità ricordano da vicino certi passaggi – forse meno citati ma non meno rappresentativi - de “L’amante di Lady Chatterley”. Mentre l’intento moraleggiante e critico, certe pagine che suonano come un monito, riecheggiano lo stile di Wells, nonostante tutto sia comunque mitigato da un’atmosfera ludica, a tratti grottesca, sul cui sfondo si muovono personaggi che paiono usciti dalla serie tv dei Simpson’s.

In complesso quindi Valle Secca è il non-luogo totale, in cui l’autore ha scelto di dar forma compiuta ai mostri paventati nella realtà attuale, dando loro l’aspetto di buffi personaggi, improbabili ed ingenui, agitati e portati alla riscossa da una margherita e da un “Capitale” arrangiato in chiave di pastiche postmoderno. Spunti questi che di certo contribuiscono ancor più a conferire al romanzo l’aria simbolica e surreale, che trasfigura la riflessione. La deforma e riplasma in una fiaba acida, ma pregna di idealismo e buoni sentimenti, ad evidenziare per contrasto, con sadismo ed ironia inconsapevoli, quel “matrimonio di ragione ed incubo” – parafrasando Ballard – che, celebrato all’alba del XIX secolo, ancora resiste, inossidabile e persistente, a dispetto di qualsiasi allerta o rivoluzione. Patto indelebile tra carne ed acciaio, che vizia ed ottunde i nostri sensi.

 
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:: Chiara Del Bianco
Chiara Del Bianco vive e lavora a Bologna, città che ha incontrato durante il periodo universitario e che non ha più lasciato, sebbene porti il mare sempre dentro. Una tesi su J. G. Ballard le è valsa una laurea in Lingue e Letterature Straniere, che al momento giace impolverata di malinconia crepuscolare in un angolo di casa. Attende tempi migliori, “trafitta e trapassata dal futuro”.
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