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2006
6
Mar

Venere, io t'amerò

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(Monica Cito - Giulio Perrone Editore)

 

 

Sullo sfondo del profondo Sud, ancorato alle sue tradizioni, a una religiosità che può sconfinare nella superstizione, flagellato dai suoi eterni problemi, si svolge questo romanzo di memoria e formazione, impastato di ricordi famigliari difficili e alleggerito dalla presenza di uno spiritello-guida dispettoso, Rodulafia, un po’ burlone, “giallo come un Simpson” e con un cappuccio grigio chiaro.

Memoria e formazione procedono insieme attraverso nuclei narrativi che a volte paiono slegati tra loro, trasportano in tempi e luoghi differenti, salvo poi riunirsi gradatamente e richiamarsi l’un l’altro.

La memoria rievoca l’infanzia, deturpata dalle violenze domestiche, da un ambiente cupo e tetro nel quale l’Autrice Luce si trova a crescere insieme al fratello più piccolo, Martino, che col suo triciclo nuovo corre qua e là.

Un tempo uniti, tra i due non mancheranno in seguito incomprensioni e lontananze: “Noi, ormai, siamo giunti ad un’indifferenza reciproca, di facciata, perché inseguiamo mete che tu hai reso inconciliabili” (p. 62).

Quella complicità di bambini violati svanisce per lasciar posto alla reciproca indifferenza o al contrasto aperto, causato soprattutto dalla dichiarata diversità sessuale della narratrice, inaccettabile agli occhi della famiglia. Solo alla fine, e in occasioni di gravi difficoltà, un qualche riavvicinamento alla figura fraterna sarà possibile.

 

Il grande nucleo dei ricordi infantili – troppo bruciante per poter essere affrontato in un’unica soluzione – viene ricostruito per tappe progressive e le figure riemergono una ad una dal passato: il mediocre e violento padre, la madre poco significativa se non come presenza ostacolante, il fratello Martino e poi le antenate paterne, nonna e bisnonna, Simonetta e Maria, che costituiscono le radici della protagonista. Figure antiche, un poco mitizzate dalla nipote, che vorrebbe non conoscerne i difetti (Maria era chiamata la “Stregona” per i suoi presunti poteri magici, ma anche per il prestito ad usura).

Scompaiono, verso la fine del romanzo, queste vecchie, così come scompare lo zio Carlo, uno dei prediletti, uomo buono ma succube d’una consorte dispotica.

I cerimoniali della morte, la vestizione del cadavere, i manifesti – non epigrafi – ai muri del paese, la coccarda nera sulla porta, le visite dei parenti con piccoli omaggi alimentari – sono più accentuati nei paesi del Sud ancora legati alle tradizioni, ma tutte queste usanze non nascondono ataviche rivalità, contrasti famigliari mai sopiti, pettegolezzi.

La grossa coltre dell’esteriorità paesana, che la protagonista infrange quando accetta e dichiara una volta per tutte la sua diversità, si rivela anche in questi squarci di costume, che sono occasione per delineare i personaggi del romanzo.

In alcune pagine aleggia un terribile senso di morte, di putrefazione, di clausura, di soffocamento in un ambiente poco comprensivo, se non dichiaratamente ostile, e un gran desiderio di novità e libertà.

 

Nucleo dolente, centrale, è il rapporto col padre e il desiderio della sua morte, addirittura l’immaginato/meditato parricidio con la complicità del fratello.

“Ammazzarti, papà, quante volte avrei voluto ammazzarti. Così, mi chiedo se non sia giunto il momento di non considerarti più un padre, mio padre. Posso ancora ammazzarti papà. Ma è meglio non perdonarti ed ucciderti sarebbe una forma di perdono. Penso, inevitabilmente, quanto voi tre, tutti e tre, siate così distanti da me, per me così ingombranti, piccole-grandi zavorre da lanciare dal balcone del mio pallone aerostatico” (p. 64).

Vi sono crimini, soprattutto quelli compiuti tra le mura domestiche, che non possono venir perdonati secondo l’Autrice: “Ed io sono pronta a denunciare, non più a vendicarmi, ma però per certe cose che accadono per mano dell’uomo non c’è perdono possibile” (p. 127).

 

Sul sostrato di queste memorie laceranti, difficilmente confessabili, si è formata la scrittrice e si è formata la donna capace di amare solo altre donne.

L’itinerario percorso non è stato facile. Nella prima parte del romanzo spie linguistiche lo attestano: “incomprensibile vita” (p. 13).

“Questo è l’effetto della confusione dei subiti soprusi, della stanchezza, della perenne ricerca di una via d’uscita. Cerco di ritrovarmi, scoprire il mistero della mia esistenza” (p. 19).

Alla protagonista sono oscuri i motivi della sua nascita – e di quella del fratello – la famiglia è un luogo di violenze e di menzogna e soprattutto ella si domanda il motivo del suo esistere “strano”, enigma per lei stessa fino a che non ne diviene pienamente consapevole.

 

La scrittura da sempre percepita come propria originaria vocazione, vuol essere memoria, scavo, esorcismo per il male subito, denuncia di realtà scomode: “Adesso sbandiero la mia esistenza attraverso questo raccontare, cambiando il mio nome e cognome; inventando per gli altri, buoni e cattivi, i nomi” (p. 34).

E non può essere scrittura lineare in questo caso: “Questo non è un romanzo..[…] si avvia ad esserlo. […] Questo non è un racconto. È l’esplicarsi lento, in chiarezza, di un’enorme atavica confusione. È un cassetto pieno di cianfrusaglie” (p. 77).

 

La prima parte, articolata seguendo la scansione dei giorni della settimana, apre alla seconda, La fantasia e alla terza Fantasia più certe biografie, dove il tema della casa predomina.

La casa è struttura, edificio, luogo chiuso da pareti protettive o distruttrici, può essere l’ambiente d’origine o quella di amici e conoscenti, è comunque sede di eventi cruciali, capaci di segnare una vita. È il luogo del rapporto coniugale borghese, in cui le donne si ritirano dopo un rassicurante e conveniente matrimonio a servire il marito e ad allevare figli.

Infine c’è “Casa nostra”: “Casa nostra è innanzitutto nel nostro cuore. Possiamo giocare a costruirne le pareti e colorarle, a scegliere i mobili; o meglio, costruire anche questi, come si faceva da piccoli, costruendo capanne fatte di canne strappate alla terra e al vento e spago rubato al cassetto della cucina componibile” (p. 82).

Ai pochi ricordi divertenti dell’infanzia si sovrappone la scoperta dell’Amore vero, che apertamente si rivela in un’ultima parte del romanzo sempre prolungata in un finale che sembra non volersi congedare più (dalla scrittura).

 

Il susseguirsi dei mesi segna la relazione saffica, osteggiata da società e parenti. “Chi siete voi per giudicare senza capire?”

Tra spettri che ritornano e visioni e la rivelazione che Rodulafia da vivo era un gay sublimato, la scrittura assume il tono dell’elegia d’amore e, nello stesso tempo, rivela la rabbia verso chi non vuole accettare.

Scoperta piena della diversità e vocazione alla scrittura procedono insieme.

“L’amore è la chiave della liberazione” e neppure questo tipo d’amore viene nascosto o sublimato.

 

Scenario non certo irrilevante del romanzo è il profondo Sud, Ceglie Messapica “luogo senza speranza”. Non è il Sud edulcorato del turismo quello cui si riferisce l’Autrice, ma quello della disoccupazione, della povertà, del contrabbando endemico, dell’inquinamento (il Nord produce, il Sud ricicla e spesso viene ridotto a discarica a cielo aperto).

Il Sud delle donne sottomesse, dei branchi di maschi simili ad animali violenti cui tutto è permesso. Questa provincia, chiusa e tradizionale, viene contrapposta alla città.

“Forse in una grande città, in una metropoli, puoi sentire una gran solitudine, ma almeno corri corri corri” (p. 48).

C’è tutta la rabbia e il desiderio d’uscire dal proprio confine per respirare più liberamente ed esser meno ostracizzate.

“Non lo rinnego, il sud, è chiaro; lo amo, ma quando un posto al quale credi di appartenere, ad un tratto ti accorgi che ti ha tradita, fraintesa, maltrattata, ed hai il diritto di recuperarti, non puoi chiudere gli occhi e non guardare o guardare ciò che ti pare. Quando la scoperta chiama all’analisi, si può e si deve procedere, crescere, decidere” (p. 114).

È un romanzo intriso di rabbia e ricordi stemperati dall’amore che solo sa essere segno di speranza e di forza.

 

Infine, come un feticcio, riappare qua e là l’immagine del triciclo: giocattolo prediletto di Martino, segno dell’infanzia e del principio, usato persino da Rodulafia.

“Martino, la vita è un triciclo, che, pedalandole come si deve, si può arrivare alla benedetta conoscenza del proprio passato” (p. 139).

La scrittura è un viaggio a ritroso verso una conoscenza e percezione del futuro, per continuare a vivere e a sperare.

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

 

Monica Cito, (Telese Terme-Benevento 1972), risiede a Ceglie Messapica (Brindisi) ma si sente barese. Laureata in Giurisprudenza, scrive articoli di saggistica giuridica sul sito www.diritto.it. Questo è il suo primo romanzo.

 

Monica Cito, “Venere, io t’amerò”, Roma, Giulio Perrone Editore 2005.

 

 
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:: Marina Monego
Marina Monego (Venezia 1961), d'origini veneziane con antenati scesi col Piave dalla val Zoldana, si è laureata in Lettere all'Università di Ca'Foscari a Venezia con una tesi sul viaggiare settecentesco. Dopo qualche breve avventura nel mondo della scuola ha messo su famiglia e ha deciso di dedicarsi integralmente al marito e ai due figli, nonché al beneamato gatto Ulisse. Da molto tempo risiede in Terraferma, ma a Venezia è rimasta affezionata e vi ritorna sempre volentieri. Ama la montagna e i boschi, ma non disdegna il riposo sui lidi marini, possibilmente con qualche bel libro. Non ha mai dimenticato il mondo della letteratura, né ha mai perso il vizio di scrivere. Da qualche anno affida i suoi testi al web e suoi articoli sono apparsi su lankelot.com (sito del quale ha condiviso le vicissitudini, appartenendo alla redazione), piazzaliberazione.it; anpimagenta.it; giovaniemissione.it; homoweb.it. Attualmente collabora anche a lankelot.eu e transfinito.net. Durante il periodo universitario ha pubblicato sulla rivista ''Annali Veneti'', in collaborazione con Lauretta Novello, una ricerca demografica su un archivio parrocchiale della terraferma veneziana.
MAIL: marina.monego@libero.it
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