2006
23
Feb

Monica Cito

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Venere io t’amerò affronta, attraverso un fine racconto letterario, tematiche molto forti e spesso difficili da comunicare. Da dove nasce quest’urgenza narrativa?

Intanto, ringrazio per l’attribuzione aggettivata di finezza, che indica, come molti sanno, sottigliezza ed acume; termini molto più che edificanti. In tale ottica edificatoria, ben si può comprendere quale sia il lavoro “muratorio” necessario all’artista che, in scienza e coscienza, decida di mettere in scena tematiche nel testo riportate; varie ed accomunate dal filo interlocutorio della dicotomica ed antichissima lotta tra il bene e il male, la giustizia e il sopruso, fino al culmine tra violenza e liberazione. L’atto liberatorio della protagonista principale- io narrante Luce è un lungo, sofferto processo d’interiorizzazione del male subito e ricerca del bene a venire. In questo senso, è una scelta di rinnovamento. E di rinnovamento, a mio avviso, può parlarsi soltanto nel campo della letteratura sociale, la sola in grado d’abbracciare (e non paia inopportuno il verbo) il male, e tendere alla scoperta dell’amore. Essa opera una poetizzazione dell’antropologia; da sempre compagna del mito. L’urgenza è invece altro. L’urgenza è quasi necessità fisiologica. La letteratura sociale è necessità del contingente, opinabilità sull’esistente, stimolo al cambiamento; ma mai urgenza. Al più, sfogo di liberazione.

Questo libro è anche “un diario a tinte forti” che racconta di una “donna che ama le altre donne”, come è stato scritto in più d’una recensione. Tuttavia è anche un racconto in prima persona che quindi contiene le emozioni, la sofferenza, le speranze?

Questo libro assume la forma diaristica: scrivere una storia in senso classico, con classica trama procedente di evento in evento, non avrebbe dato l’impatto sperato. Virginia Woolf ha richiamato l’attenzione su questo, ed aveva ragione. Diceva che nella vita nulla procede linearmente e si chiedeva perché mai linearmente, geometricamente aggiungo, dovrebbe procedere il racconto. Spezzetto ora, col tuo permesso, la domanda, al fine di facilitarmi la risposta. Mi pare di comprendere che mi si chieda se il libro è un diario, se le recensioni inquadrano la linea direttrice, e se si tratta di una biografia. Rispondo, allora…L’io narrante scrive. È da tenere presente: questo è il primo vero punto d’interesse del libro. Scrive un diario, Luce, ed è un diario autobiografico, non una biografia dell’autrice vera (del personaggio che può apparire Monica Cito). È chiaro che, se il personaggio principale “diarizza” la propria vita e ne fa, quasi, scatola nera decodificata, esprime – e deve farlo, altrimenti non si commuove e non trasmette il proprio pensiero – delle emozioni, della sofferenza, della speranza, della sacralità, delle idee e quant’altro. Le recensioni, infine, hanno ragione in senso formale. È un dato di fatto, che Luce ama le donne. Qualcuno vuole chiedersi se la stessa ami l’umanità?

In questo senso più forte il peso della memoria, la sfida del presente o l’ansia di un futuro difficile da costruire?

Tutto è sullo stesso piano, è un eterno fluire nel dubbio; l’assioma di un Sud che scatena la ripetizione, il cerchio di grecità – io vivo in quella che fu la Magna Grecia – che stenta fortemente, che rischia sempre più di rinchiudersi. Ciò che rimane fuori è lo psicodramma degli individui; manca la quadratura del cerchio. Qui dove vivo, memoria è dire abitudini, presente è dire stasi, soffrire d’ansia è dichiararsi diversi, perché si teme un semplice colloquio con uno psicoterapeuta, al quale si sostituisce ancora il prete, dato che il presunto giudizio sociale pesa sulle piccole coscienze come il mondo pesa sulle spalle di Atlante.

Nella narrazione, s’innestano continui flashback e salti; come mai la scelta di una formula stilistica così particolare?

Volevo dar schizzi di un mondo e, contemporaneamente, far assaporare il cambiamento apparente di registro, come se con un medesimo spirito aprissimo almeno cinque libri ad un tempo, e li leggessimo soltanto a casaccio, saltando dall’uno all’altro. Henry Miller, in “Tropico del Cancro”, utilizzò qualcosa di simile. Lui, però, era uomo, anglosassone e maschilista; io sono una donna meridionale. Quindi, il salto temporale, per me, è un habitus sociologico. I flashback sono atti a farci entrare nel campo del clinico: chiunque abbia subito le violenze che ha subito il mio personaggio (Luce), sa che non ci si può liberare dalle stesse se non cogitando intorno ai propri incubi ed alle proprie paure. Le immagini del suo male si richiamano le une con le altre e, lontano, all’orizzonte c’è un’altra lei, quella vera, quella non costruita a mo’ di compito ragionieristico; quella che non vuole essere una voce registrata, un’anima ritrascritta, un film girato dagli altri, da quei “registi e registri” di cui tanto a lungo nel libro è scandito il ritornello.

Nel 2000 è ancora difficile affermare la propria diversità e le proprie scelte in qualsiasi campo della vita? Ed è soprattutto un problema delle donne?

Le donne hanno ancora tanti problemi. Il primo è quello di essere considerate donne “in senso positivo o negativo” (quote rosa, azioni positive e quant’altro). Figuriamoci poi se sono “diverse”… E si potrebbe parlare per ore di questo, magari sotto la voce Segregazione formativa e cognitiva. Posso ancorarmi al romanzo, aspettando un convegno: il mondo, avrei alla fine potuto siglare, è un coro di donne, che cantano per e dell’Eroe ancora da educare alla parità.

Un’anticipazione su qualche nuovo lavoro? Stai già lavorando ad un altro romanzo?
Lavoro sempre. Dovrei essere pubblicata di più. Sono piena d’idee e testi finiti ed ho ancora carte a sufficienza. Spero s’intensifichi la produzione di quella riciclata! Attualmente, sconvolgo me stessa con l’impiantare una storia d’amore molto sofferta tra un uomo (diciamo) e una donna (diciamo).

 

(dal sito http://www.giulioperroneditore.it/)

 
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