2006
22
Feb

Maya

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(Tecla Starace - Antonio Carello Editore)

Un libro pieno di parole che si perdono (affogano) nella banalità del male ed, attraverso un anelito alla ricerca dei valori della tradizione ed un’accusa altalenante a Dio, sviscera il dolore ora d’una moglie maltrattata, ora di un’amante annientata.

In un gioco altalenante fra banalità della parola e possibilità della stessa, temendo, forse, di non essere compresa con la messa in scena di questo costrutto, la Starace reputa di dover dare forza alle proprie liriche precedendole con un frammento della heideggeriana “Lettera sull’umanesimo”, e da una breve e realmente poetica presentazione della Starace stessa. Ne nasce, così, un preambolo d’interpretazione autentica difficile da contrastare, laddove si voglia considerare che le liriche vanno lette nei confini di due parametri prestabiliti: la casa e l’essere, quali parola e speranza per un mondo diverso:

Sappiamo tutti che non rimane che cenere. E questo è un piccolo libro di cenere dove forse appena una scintilla, la speranza di un mondo migliore, si accende. (pag.5).

Una religiosità di stampo cattolico, messa in discussione e contemporaneamente rivisitata, e sempre reinventata (e risuscitata), popola le pagine del libro. A volte, però, risulta stucchevole, il suo riproporsi.

Ciò che, malgrado le accennate sfibrature, fa sì che il libretto svetti sono gli infiniti intercalari posti, quasi a mo’ di parentesi, all’interno di un tempio prosaico; segno dell’ineluttabilità di quella amata e poco cogitata, atmosfera culturale posta a base di più profonde e, da scavarsi, meditazioni.

Lo stucchevole cede, indi, il passo alla conoscenza. In retroscoperta si coglie così l’illusione, il dolore e la disperazione. Vestita da monaca e santa, la voce diventa pian piano ribelle epidemia; seppur lenta, lenta, lenta _ allo sfinimento.

Chiudo gli occhi/Non trovo parole/ Ripeto piano/come a un bambino malato/ che già s’assopisce: /«Passerà». (pag.8)

Ribelle epidemia, simile al canto della Brontë, quasi eco nuova, e ancor più disumana della Emily qui rivisitata ai limiti dell’u- mano: Non ho più parole/Ormai la dissonanza/il grado straziante/l’urlo/soli sanno parlare/per me./Non ho più parole,/le semplici,/calme parole/d’un essere umano/che ha vissuto una vita umana (pag.10); e della rassegnazione nata (appunto) da quella umanità- femminilità che si vede estremamente, mistica e rassegnata, anchilosarsi all’ineluttabilità del male, sino all’anelito della morte.

L’amore della donna prende coscienza del dato di fatto: Hai preferito/un petto abbondante/una coscia pelosa/una bocca vorace (pag.29).

L’amore della donna è in attesa… Un giorno morirò/E già conosco/i miei assassini (pag.30).

In attesa di uccelli rapaci e diabolici, che vengono a prendere l’anima, oltre che il corpo. Sono uccelli assassini, che guardano con occhi biechi.

E qui ritorna, non sfibrata, ma interamente deostruita, l’umanità annichilita, dalla quale la scrittrice parte per poi sempre ritornare:

Una creatura/umana che/si chiamava Tecla (pag.31)

Hai bisogno/della puttana- serva/non di una Donna (pag.33)

La donna- sacrificio, l’incomunicabilità domestica e quella extraconiugale; la banalità e violenza dei rapporti parentali allargati (marito sfruttatore e inetto, ma amato e riproposto in una versione deprivata di telluricità, suocera- avvoltoio) segnano queste pagine a metà strada, sempre e sempre e sempre, tra dottrina della fede e liberazione incompiuta, terrenità ed anelito alla luce divina e definitivamente salvifica.

L’Addio (che vuol dire A Dio), lirica di chiusura della silloge, sbarra e serra il profondo, contrito, rubato respiro d’una “pura di cuore”, e sintetizza il teorema di Maya. Maya che è dolore e pianto e disperazione (vedasi presentazione dell’autrice) diventerà due fiori che insieme respireranno, due raggi di luce/che brilleranno colmi/nell’universo (pag.54) perché allora TU POSSA CAPIRE… Allora capirai,/Amore, che sarebbe, fratelli,/madri, padri e parenti/sono fatti transitori (ibidem). Ma non è un fatto transitorio la “tua” donna- sacrificio.

Non vi è traccia di vero odio per quello che viene descritto come l’unico possibile “vero maschio” (distico mio), uno dei tanti che alla propria donna fanno dire: Ho sopportato/giorno per giorno/una vita senza sorriso/una vita da cimitero[…] (pag.26).

Un’unica lirica sembra svettare sulla trama della sopportazione e della passiva accettazione. Mi riferisco a “Non riesco” : titolo senz’altro ricavato dal primo verso. Titolo simpatetico, suo malgrado, ed amalgamante nel traverso.

Silenzioso attacco, quasi cruento, a un Dio che, più avanti, sarà non più crudele come e quanto la Dea Kalì, ma un orco da antro, col quale, perdendo ogni speranza, ci si possa ritirare in un certo Assoluto: l’eremitaggio.

Le mani si stringevano sulla ferita per chiudere all’anima ogni via di fuga. [1]

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.

Tecla Starace, ex insegnante di lingua e letteratura inglese; poetessa e saggista italiana.

Tecla Starace “Maya”, Antonio Carello Editore, Catanzaro, 1988.


[1] Da: Francesco Bova “La leggenda dei pesci bambini”, Giulio Perrone Editore, Roma, 2005; pag. 45

 
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:: Monica Cito
Monica Cito è nata a Telese Terme (Benevento) nel 1972. È laureata in Giurisprudenza e collabora colla rivista giuridica on line www.diritto.it scrivendovi articoli di saggistica giuridica. Ha collaborato altresì con la rivista letteraria www.lankelot.com come autrice di recensioni letterarie e di piccoli brani in poesia e prosa. Nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore. È inoltre presente in varie antologie poetiche.
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