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2006
4
Feb

Morfeo

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(Francesco Gitto - Bastogi)
   Francesco Gitto, con ammirevole competenza psicologica, ci ipnotizza, fin dall’inizio, con il ben costruito mistero che caratterizza il suo romanzo.
   Entriamo insieme a Morfeo nel “Paradiso perduto”, non quello di Milton, ma un paese “dimenticato da Dio”, dove passioni d’amore s’intrecciano con morti misteriose e apparizioni di fantasmi, sullo sfondo di paesaggi tetri e di anime tormentate da incubi e da paure inconsce. Anche noi alla ricerca di un perché, di una spiegazione plausibile alle morti improvvise, alle apparizioni, ma, soprattutto, affascinati dalla dolce e bellissima fanciulla, dalla carrozza nera e dal suo cocchiere, anche noi incuriositi da oscure premonizioni, intrappolati nel vortice di un continuo crescendo di tensione. E’ un iter quello che lo scrittore, a nostra insaputa, presi come siamo dalla narrazione, ci fa seguire per far sì che diveniamo consapevoli, dulcis in fundo, delle paure e dei desideri, che giacciono nelle pieghe più riposte del nostro io, “assetati di felicità. Viaggiamo alla sua ricerca…, Non sempre si può vivere in superficie, qualche volta bisogna andare al fondo delle cose, per scoprire la verità”. Ci ritroviamo, così, impegnati a trovare l’uscita dal verde labirinto della villa degli antenati di Morfeo, avvolta nel mistero, oppure nella “sala degli specchi”.
   Morfeo, l’io-molteplice, personaggio inquieto, spinto da un bisogno interiore di renovatio ad affrontare il regno delle tenebre, del disordine, del male, capace di trovare in esso una speranza, di penetrare con la mente il mistero di una spietata, tirannica, oscura forza, protagonista principale, ormai da tante generazioni, della storia del suo casato, quello dei Totig (ci fa pensare al cognome Gitto), desideroso di offrirsi come esempio, novello Prometeo, ad una umanità sofferente, decaduta da una originaria felicità . Lo assecondiamo nei suoi dubbi, nelle sue perplessità. Lo precediamo, a volte, per ipotesi, ma ecco, di nuovo, un altro punto interrogativo.
   Morfeo, dio dei sogni, che gli antichi greci e romani credevano fossero messaggi inviati dagli Dei e dai defunti (premonizioni, inganni, ecc.). E’ un po’ difficile distinguere, in quest’opera, l’onirismo dal realismo, grazie all’allegoria, al simbolismo, alle immagini lugubri e alle descrizioni di agenti atmosferici (nebbia, pioggia, vento, ecc.), che immalinconiscono e anticipano, di volta in volta, eventi e stati d’animo del protagonista. Gitto ci confonde attraverso alcuni dei personaggi imprevedibili, indefiniti e cangianti sul piano comportamentale, oppure con il gioco speculare degli anagrammi, come Etnorak o Etrom, signore misterioso e che, nello stesso tempo, manifesta la sua identità attraverso il nero degli abiti e la luce sinistra degli occhi; ma, provate a leggere questi nomi da destra verso sinistra… Chiaro, invece, è il riferimento a Venere, bianca come la spuma del mare da cui emerse, “…vidi lei uscire dall’acqua, …in tutto il suo splendore e in tutta la sua bellezza”; una Venere che piange e che sorride e che appare a Morfeo proprio nei momenti più difficili. Tra sogno e realtà, “conviviamo con gli incubi, viviamo mescolati nei sogni, affascinati da ogni loro miraggio”, tra Vita, “un lungo viaggio verso l’Infinito, che scorre come un torrente a volte limpido e chiaro, altre sporco e tortuoso”, e Morte, il “buio più profondo e tenebroso”, campeggia l’atavica lotta tra bene e male, Eros e Tanatos, amore e odio, interiorizzata, attraverso un continuo passaggio dalla fisicità all’io psichico e viceversa, offerta al lettore come rappresentazione di sè: una fabula irreale, dai colori cupi, per un mondo disincantato.

   Quella voce profonda, ridondante e lontana, una e molteplice, che, all’inizio e, a volte, alla fine di ogni capitolo, ci mette a conoscenza dell’amara filosofia dello scrittore, che per il particolare editing assume l’aspetto di una voce fuori campo, è la voce di ognuno di noi: “Niente può essere più errato di quello che noi crediamo sia la realtà”.

 
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:: Simonetta De Bartolo
Simonetta De Bartolo, recensore ed intervistatrice, Ăš conduttrice de “Lo Scaffale”, rubrica di recensioni letterarie di www.patriziopacioni.it autentico web-magazine dedicato alla scrittura e a ogni altra forma di espressione artistica, alla solidarietĂ  e all’’attualitĂ . Nata a Cosenza, si Ăš laureata in Lettere moderne, sottoindirizzo artistico, all’UniversitĂ  della Calabria, e ha condotto ricerche in campo etnologico. Ha partecipato a numerosi concorsi letterari e, per alcuni anni, ha fatto parte delle redazioni de La Tela Nera e di Progetto Babele, dell’Associazione culturale “Il Foglio” e del comitato di lettura di «NetEditor», sito su cui ha pubblicato recensioni, racconti e poesie. Ha collaborato con “Il Foglio Magazine” e alla pubblicazione di un volume pensato dagli editori della rivista «Italian Culture», organo ufficiale dell’Aais (Associazione americana per gli studi di italianistica). Sulla rivista «Encuentro de la cultura cubana», ha pubblicato una recensione del volume di autori vari, curato da William Navarrete, Versi tra le sbarre, dato alle stampe nel 2006 dalle Edizioni Il Foglio di Piombino (Livorno). Collabora con le e-zine Progetto Babele, Segreti di Pulcinella, StradaNove e KULT Underground; con i siti Web La Tela Nera, che, nel 2004, le ha pubblicato alcune recensioni nell’e-book antologico “Sangue sui libri”, con Opera Narrativa, KULT Virtual Press. Fa parte dello Staff del portale culturale “L(‘)abile traccia”. In questi ultimi anni si Ăš segnalata e distinta anche nel settore delle interviste letterarie Per La Tela Nera, dopo aver recensito alcune importanti loro opere, ha dialogato con gli scrittori Davil Buio, Andrea Moneti e il caporedattore e fondatore di Progetto Babele, Marco R. Capelli; Per Progetto Babele con Francesco Gitto, Vittorio Bongiorno, Fabio Marangoni, Patrizio Pacioni. Infine, per www.patriziopacioni.it, Sacha Naspini e lo stesso Patrizio Pacioni.
MAIL: Simonadebartolo@libero.it
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