2005
27
Nov

Cattive Storie di Provincia

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(AA.VV. - Edizioni Il Foglio)

Vuole l’obsolescenza del luogo comune che vi sia una dicotomia sostanziale tra grande città e realtà di provincia. Una diversità di suoni, odori e valori i quali, passando dal caos cittadino alla topografia rilassata di borghi e paesi, mutano di consistenza ed intensità. Così la nonna raccomanda alla sventurata nipotina di guardarsi bene dalle insidie che la metropoli tentacolare riserva al visitatore sprovveduto; ma con minor frequenza capita che il medesimo senso di pericolo e diffidenza si avverta allo scoccare dell’ora di struscio nel viale centrale del paesello natio.
Eppure qualcosa sta cambiando. Stampa e telegiornali quotidianamente ci pongono di fronte quanto questa convinzione si stia rivelando fuorviante, poggiando su basi vetuste ormai sgretolate.
Citando esempi tra i più scottanti, Cogne non è certo una grande città, così come Biella o Chiavenna, e d’altro canto è un florilegio di crimini avvenuti in località del genere, in provincia, quello che ci viene omaggiato a cadenza giornaliera dai notiziari di cronaca.
Non c’è pace, né tantomeno tranquillità. Il sogno patinato da famigliola formato spot della nota marca di merendine svanisce nella misura in cui, nel tinello di casa, ognuno si rende conto di non poterlo realizzare e va quindi frantumandosi in tanti microcosmi fatti di solitudine, degrado, ordinaria amministrazione.
Non c’è salvezza. Questo è il messaggio che “Cattive storie di provincia” trasmette, non senza indorarlo con un pizzico d’ironia talora macabra. Il comune denominatore per ognuno dei sei racconti presenti nel libro, infatti, è l’ambientazione nella cittadina di Piombino. Provincia toscana, dunque ed anche sede di un importante stabilimento siderurgico la cui venefica presenza si staglia come una minaccia sullo sfondo di quasi tutte le vicende narrate. Una realtà come tante altre in Italia, che vede la separazione antitetica – che ricorda a tratti la letteratura anti-utopica inglese di fine 800 – tra l’inferno industriale che soffoca quanti non riescono a sfuggirlo ed una borghesia che invece troviamo in fuga da esso, con gli occhi puntati verso il mare. Una ricerca del bello paesaggistico che sia proiezione e speranza di un ritrovato benessere interiore.
Quanto tutto ciò sia inutile lo percepiamo sin dal primo racconto, che si delinea quasi come un tableau vivant della realtà provinciale, in cui l’autore, prendendo come paradigma un piccolo condominio, traccia un quadro completo dei problemi e dei disagi che attanagliano gli abitanti della città in cui vive. L’evoluzione della trama, sviluppata adottando una suspence di rimando cinematografico, vede il protagonista incarnarsi in una sorta di moralizzatore dei costumi malsani del condominio. Ma non si tratta di un eroe positivo, come scopriamo in un finale non certo conciliante e buonista.
Passiamo poi, nei racconti successivi, a sbirciare dalla serratura altre vite in bilico nella mediocre normalità fatta di speranze disattese, amori ossessivi e morbosi, riferimenti intellettuali fasulli. In questa panoramica si staccano in particolare le short stories scritte da Yuri Leoncini e Sacha Naspini. Nel primo caso, ci troviamo al cospetto di una trama sviluppata in un crescendo vorticoso di tensione, che si avviluppa attorno alla figura enigmatica dell’Arlecchina, la defunta prostituta del paese. Una sorta di Boccadirosa sopraffatta da una storia sentimentale feticista ed ossessiva, che ha il suo correlativo oggettivo in quelle unghie laccate di rosso, che continuamente compaiono, quale minaccia e dannazione, nel corso della narrazione.
Col racconto di Naspini, invece, il lettore si trova a fare i conti col tema della disabilità, trattato dall’autore con notevole sensibilità, tanto da sfiorare a tratti l’empatia nei confronti del protagonista, pittore e padre di una figlia affetta da grave handicap. Chiaramente anche in questo caso, non c’è rifugio dall’inevitabile deteriorarsi della situazione ed assistiamo, nel climax della storia, alla sublimazione artistica di un omicidio compiuto amorevolmente, in un’atmosfera onirica e maudit che ricorda per certi versi quella del film di Pupi Avati “La casa delle finestre che ridono”. La nemesi (o scherzo del destino) finale dà poi una circolarità perversa al racconto, stabilendo una forma di riscatto morale del tutto scevra da risvolti consolatori.
Ritengo che “Cattive storie di provincia” sia più che un libro di racconti, un segno dei tempi che cambiano e ci travolgono. Una risata sarcastica in barba a tutti coloro che ancora credono nel mito arcadico della provincia quale luogo di sicurezza, stabilità e solidarietà umana. Uno sprone a scostare le tendine all’uncinetto della normalità, alla ricerca del lato deviante e malato che spesso corrode l’ambiente attorno a noi.

 
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:: Chiara Del Bianco
Chiara Del Bianco vive e lavora a Bologna, città che ha incontrato durante il periodo universitario e che non ha più lasciato, sebbene porti il mare sempre dentro. Una tesi su J. G. Ballard le è valsa una laurea in Lingue e Letterature Straniere, che al momento giace impolverata di malinconia crepuscolare in un angolo di casa. Attende tempi migliori, “trafitta e trapassata dal futuro”.
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