2005
29
Set

L'Anarchiste

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(Francesca Mazzucato - Aliberti Editore)

Bologna. Una Bologna che esiste ma che non si vede. Una sfaccettatura di un prisma nascosto. Un aspetto di cui magari abbiamo sentito parlare da amici. O che abbiamo, magari, intravisto appena entrando in qualche locale - per poi dimenticare subito. Perché Bologna è anche questo - un luogo in cui coesistono sovrapposti più mondi diversi. Mondi concreti, tangibili, reali. Che però sfumano, se li guardi da fuori, senza entrarci completamente.
E così, l'Anarchiste, l'ultimo romanzo di Francesca Mazzucato, a me sembra quasi un romanzo di fantascienza. Uno di quelli "ucronici", ambientati in un universo parallelo. Che sembra il nostro, tanto che viene da sorridere quando riconosci qualcosa. Che sembra il nostro, quando ti racconta delle case che sembrano delle comuni, con pile di piatti sporchi e cibo di ogni tipo, in cui la gente entra ed esce a tutte le ore. In cui incontri sempre qualcuno di particolare, in un senso o nell'altro. Uno dello spettacolo, o un artista, o uno scrittore. Che sembra il nostro, quando parla dei "cannoni" che qualcuno fuma in compagnia, dei litri di vino o birra che qualcun altro beve come se l'alcool fosse tè. Che sembra il nostro anche quando racconta del sesso, di certi posti, di litigi, amori e incomprensioni. Perché ci trovi quel locale, in cui non sei mai stato, ma di cui ti hanno più volte parlato. Perché ci trovi quel tipo, quell'episodio di cui ha sentito così tante volte raccontare, che ti sembra di avere incontrato o vissuto, anche se non ti è mai capitato.
Che sembra, dicevo, il nostro. Ma che, il nostro, non è.
Perché è il mondo di Francesca.
Un universo due gradi più in là, denso e complesso, animato da figure plausibili e letterarie insieme, percorso da scure scintille che rendono tragico, o eroico, il più normale dei momenti. In cui c'è un lirismo sotteso in tutto, e in cui si scorge un costante e intenso conflitto tra l'(auto)affermazione e una ineluttabile (auto)distruzione della protagonista. Un universo in cui la storia è dominata da elementi psicologici che sembrano frattali e che si giustificano solo in relazione l'uno all'altro. In cui la crescita dei personaggi è votata, sovente, al vuoto, al bruciare, spesso anche solo per non sentire il freddo. Ma in cui non c'è una morale etica "generica" - per cui nulla dà veramente scandalo, nulla è veramente troppo - o aberrante, se non il fatto che le strade che si percorrono, i percorsi che gli "attori" seguono, non portano alla pace interiore, ma alla conoscenza più completa di se stessi, all'illuminazione sì, ma in un progressivo e cosciente scarnificarsi.
Un universo in cui, dietro ad un primo strato di realtà si respira quasi l'aria dei classici francesi, ma in cui, nello stesso tempo, il sesso facile ed "esplicito" (etero o omosessuale) non è solo una presenza costante e "compenetrante", ma è anche un filtro attraverso il quale si percepisce l'ambiente che ci circonda, e che, come una droga (il paragone sembra spesso calzante), esalta e glorifica l'intensità emotiva degli avvenimenti. Permettendo gratificazione o ferite. Rendendo prima amici e poi "nemici". Fornendo alibi mentali, giustificazioni. Spingendo a ingannare o a ingannarsi.
Perché in questo meta-mondo, dalle luci spesso giallastre della Bologna by night, in cui si muovono "compagnie", famiglie (formali o meno) e amici, poco o nulla è per sempre, salvo la coscienza di non essere in grado di capire neppure se stessi, se non dopo, se non quando ormai è tardi. Se non quando le ferite, le cicatrici, mentali o reali, sono troppo fonde, troppo parte di noi perché possiamo vivere ignorandole.
In questo notevole romanzo si trovano elementi forti e assoluti, che, nonostante la loro contestualizzazione specifica, come in una tragedia greca riescono subito a catturare il lettore per la loro universalità: l'amicizia, l'amore, la ricerca della felicità, il tradimento, l'abbandono, la sconfitta. La difficoltà di accettare se stessi, il proprio corpo, che una volta superata porta semplicemente uno scalino più su, ma sulla stessa lunghissima scala. Il desiderio ricambiato e non ricambiato. Fino a ricamare una storia a tre - in cui, un uomo e una donna, si contendono un uomo. L'anarchiste.
Il tutto cucito insieme ad una collocazione temporale che, tra fatti e ricordi, si dipana su un lungo arco di anni, su una parte consistente della vita dell'alter-ego letterario di Francesca. Descritti con una capacità stilistica di una scrittrice di lungo corso, che sa giocare abilmente con le parole, e con il ritmo. Passando da immagini che fanno l'occhiolino ad un certo cinema ad altre che, soprattutto nella seconda parte del volume, sanno osare uno sperimentalismo leggero che cristallizza, quasi in filastrocche, momenti di increspature emozionali che difficilmente potevano essere rese altrimenti con altrettanta efficacia.
Un testo forte e complesso, da rileggere per cogliere i flussi, le passioni, le angosce, le fobie, le trascrizioni regresse.
Con un finale altrettanto forte che sa (non) chiudere in modo preciso ciò che appunto (non) si può chiudere se non in modo (in)preciso.

 
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:: Marco Giorgini
Marco Giorgini: (Modena, 21 Agosto 1971) responsabile del settore R&D in una delle più importanti software house italiane che si occupano di linguistica applicata. Dal 1994 coordina la rivista culturale KULT Underground (www.kultunderground.org) e dal 1996 la casa editrice virtuale KULT Virtual Press (www.kultvirtualpress.com); autore di racconti e sceneggiature, ha contribuito ad organizzare mostre e concorsi letterari, tra cui ''Il sogno di Holden'', 8KO- e In Xanadu. Da marzo 2005 realizza una striscia a fumetti bisettimanale sul mondo degli esordienti, chiamata Kurt (www.kurtcomics.com).
MAIL: marco@kultunderground.org
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