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2005
19
Apr

Noi, a sud dello zoo di Berlino

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(Andrea Leoncini - Edizioni Clandestine)

 

 

Nei primi anni ’70 veniva pubblicata una sconvolgente storia vera “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”, viaggio nell’inferno della droga di una ragazzina tedesca, cresciuta in una famiglia degradata, segnata dalla violenza del padre alcolista, da una madre troppo debole e incapace di reagire, di difenderla; amici e locali sbagliati, la trasgressione per sentirsi parte di un gruppo, la prostituzione per pagarsi la dose, al "Bahuhof zoo" di Berlino. La ricerca della sballo nella speranza, nell’illusione di stare bene, di dimenticare ed essere felice. Autodistruzione e nichilismo.
Ma dal baratro si può uscire e si può riuscire ad accettare la realtà e a raccontarla come Christiane F. o a scriverne come Andrea Leoncini nel suo romanzo d’esordio “Noi, ragazzi a sud dello zoo di Berlino”. Una tragica testimonianza, un’autobiografia rabbiosa di un personaggio in qualche modo atipico rispetto alla letteratura sul genere, colto, istruito, laureato in filosofia, ricco, lucido, consapevole. Si muove non nella metropoli degradata e povera ma in una “ridente cittadina” della provincia toscana. Come lo stesso autore riconosce parlando del libro di Christiane F. “più di una volta suppongo di avere risentito del fascino romantico, decadente, disperato di quelle pagine. Se però alzo la testa e mi guardo intorno mi accorgo subito che qui non rimane più niente di quel romanticismo…Non c’è più poesia in queste disperazioni…Questa non è Berlino e questi non sono i mitici anni settanta…Soffia un vento diverso da queste parti”.
Ma forse la differenza non è poi così profonda, se è vero, come teorizza l’autore, che il degrado è conseguenza della presenza dell’eroina e non ne è la causa (“Ho sempre preferito vedere l’eroina come la conseguenza di una scelta soggettiva e personale…L’eroina non si consuma dove c’è degrado … l’eroina si consuma dove ce n’è, dove lei riesce ad arrivare…Il degrado ne è una conseguenza”).
Depressione e difficoltà ad affrontare il dolore portano il protagonista a tentare per 4 volte il suicidio, la prima volta all’età di 14 anni. La tendenza autodistruttiva, il desiderio di vivere senza sofferenza, senza sentire il peso del quotidiano, il desiderio di “smettere di pensare” lo portano a sperimentare la droga, quasi forma di suicidio a sua volta, per superare il disagio psicologico e generazionale, dove la realtà si scontra con i “sogni che restano per sempre desideri inappagati”. (“Che fine hanno fatto tutti i tuoi sogni, piccolo Leo? Ma che cazzo ne so? Hanno fatto la stessa fine che fanno i sogni della gente normale, credo…Quella di non essere mai realizzati. O forse li ho sgonfiati uno per uno con un miliardo di piccole punte di acciaio…Una per ogni buco…O magari no…Forse mi sono semplicemente limitato a sostituirli con altri tipi di sogni…Sogni a pronta cassa però…Sogni tagliati con lattosio e stricnina, qualche volta…Sogni da pagare in contanti e da consumare sul posto…uno per ogni buco ovviamente. Già…Certe stronzate non cambiano mai…”).
È difficile trovare la propria identità, confrontarsi con i modelli imposti dalla società e dal sistema, difficile mantenere un equilibrio, accettare i rifiuti, le storie finite male, i conflitti familiari.

Leo così si fa chiamare l’autore/voce narrante del romanzo ripropone, con grande lucidità e crudezza, i riti, i luoghi, la fauna, il gergo del mondo della droga, le sensazioni fisiche, le dinamiche psicologiche, la paura, la condanna della società. Consapevole dei rischi e della gravità delle sue azioni, in un progressivo declino fisico e psicologico, nella degradazione, prostituzione, depressione, in fuga da se stesso alla ricerca del momentaneo sollievo che una dose può dare, un momento di estasi che sembra per il protagonista unica via di uscita e quindi irrinunciabile (“Lì davanti ci sono un sacco di problemi, le paranoie. Le rabbie frustrate, gli esami del mio libretto universitario…mio padre…ci sono tutti i miei licenziamenti. I combattimenti e le partite perse o sbagliate. I pugni che ho preso sul ring e fuori. Sull’uscio ci sono i cadaveri e gli spiriti dei morti…ci sono i funerali ai quali ho assistito pensando che in quella tomba e tra quelle lacrime avrei potuto esserci io. Tanti funerali. Troppi funerali. Troppi per la mia età. Ci sono tutti i “no” che ho ricevuto in vita mia. Le lettere alle quali nessuno ha risposto. Le preghiere che nessun Dio ha mai ascoltato…È un uscio molto affollato…Ma dall’altra parte c’è la “botta”. Lei entra e loro escono. Tutti quanti. E all’improvviso mi sento bene. Semplicemente bene. Dolcemente bene”).
”Noi, ragazzi a sud dello zoo di Berlino” è una drammatica storia vera, vissuta dall’interno e al tempo stesso narrata con distacco, come se l’autore vivesse e si guardasse vivere, nella sua discesa nel baratro della tossicodipendenza…e ritorno.

 
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:: Stefania Gentile
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